Punta Perotti, le multe europee per la violazione dei diritti umani

Parlare di diritti civili in un blog che tratta tematiche ambientali sembrerebbe fuori tema, ma non è così: lo dimostra la multa che l’Italia deve pagare per l’ecomostro di Punta Perotti: 49 milioni di euro che lo Stato dovrà risarcire a Sud Fondi Srl, IEMA Srl e Mabar Srl. La domanda è: perchè?

La violazione dei diritti dei cittadini italiani da parte dello Stato costa cara, sopratutto in Europa: nel Rapporto 2012 sull’esecuzione delle sentenze della Corte di giustizia di Strasburgo quello che emerge è un Paese in affanno, incapace di reagire come un sacco di fronte ad un pugile: sono 2.569 le sentenze europee non rispettate da Roma.

Il diritto privato, che prende sempre più il sopravvento su quello pubblico, tocca da vicino la vicenda dell’ecomostro di Punta Perotti: nei primi anni ’90 le suddette imprese ottennero dal Comune di Bari il permesso di costruire lungo la zona costiera della città chiamata appunto Punta Perotti, considerata edificabile in base al piano regolatore dell’epoca.

Quando le imprese cominciarono ad edificare il complesso era il 1995: solo dopo pochi mesi il Ministero dei Beni Culturali, quello dell’Ambiente e l’associazione Legambiente avviarono una vertenza proprio contro i costruttori: lo Stato che prima concede e poi bastona, non è la prima volta che accade.

Il mostro di cemento armato che i costruttori hanno edificato, e che ha indignato tutta la cittadinanza, nel 1996 arrivò sul tavolo della procura di Bari che emanò un provvedimento a capo di un’interminabile vicenda giudiziaria: il sequestro preventivo dei terreni e dell’ecomostro fino a quel momento edificato: la procura infatti ravvisò la deturpazione dell’intera zona costiera, considerata sito protetto.

Il provvedimento venne impugnato dalle imprese edili che facevano presente che il sito, in base a quanto scritto nel piano regolatore, non era vincolato e la richiesta fu accolta: in primo grado il Tribunale di Bari dichiarò illegittimi i permessi perchè basati su un diritto urbanistico regionale in contrasto con la Legge Galasso (sulla tutela paesaggistica), ma le imprese vennero assolte perchè la lottizzazione dell’area di Punta Perotti non costituiva reato ma solo illecito amministrativo.

Giudicati in buona fede e impossibilitati a sapere dell’incongruenza tra la legge Galasso e le normative regionali, i costruttori risultarono innocenti anche in Corte d’Appello, che decise anche di revocare le confische in quanto queste erano misure di natura penale (applicabili solo in caso di un reato).

La confisca però fu ripristinata nel 2001 dalla Cassazione: l’alta corte ritenne che l’intera area fosse soggetta ad un divieto assoluto di costruire ed a numerosi vincoli paesaggistici. A Punta Perotti insomma non si poteva, e non si può, costruire; gli imputati sono stati nuovamente assolti perchè indotti in errore dal guazzabuglio legislativo e dal rilascio delle autorizzazioni da parte del Comune di Bari.

Nel 2006 l’ecomostro fu abbattuto definitivamente: le immagini le ricordiamo tutti. Rimase però la confisca dei terreni, inspiegabile dopo 10 anni di indagini e processi, cosa che portò le imprese ad appellarsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Nel 2010 il Tribunale di Bari ha emesso un’ingiunzione contro il Comune di Bari, che avrebbe dovuto restituire ai costruttori terreni e fabbricati (che però erano stati già abbattuti).

Quell’ecomostro è costato all’Italia un sacco di soldi, tra vicissitudini giudiziarie, multe, abbattimento: la dimostrazione di come il diritto, ed il buonsenso, ignorato sia equivalente a quello calpestato, di come quando la legalità viene a mancare a rimetterci è l’intera collettività.

Amministrare la cosa pubblica, perchè un area come Punta Perotti è cosa pubblica, non è materia semplice: le normative, le regole, vanno sempre seguite per evitare guai peggiori.

La vicenda di Punta Perotti, se può insegnare qualcosa, insegna proprio questo: che la legalità, quando manca, costa sempre un sacco di soldi.

Via | AdnKronos

A.S.

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