In tutta Italia l’acqua è a rischio tranne in questa regione, ha fatto l’impossibile - ecoblog.it
La regione firma un protocollo con USL, Arpa e gestori idrici per monitorare costantemente la qualità dell’acqua, in anticipo rispetto alla scadenza nazionale del 2026
L’Umbria ha avviato il primo sistema di monitoraggio costante dei PFAS nelle acque potabili italiane. Si tratta di una misura operativa già da ottobre 2025 che coinvolge ARPA, le USL locali, i gestori idrici e le istituzioni regionali, con l’obiettivo di garantire un controllo diretto sulla presenza di sostanze perfluoroalchiliche nei rubinetti dei cittadini. Il progetto, formalizzato in un protocollo inter-istituzionale, anticipa quanto richiesto a livello nazionale per il 2026. I risultati saranno resi pubblici e, in caso di superamenti dei limiti, si attiverà un piano immediato di risposta.
Controlli in tutta la regione e analisi mirate: cosa prevede il protocollo operativo
Il piano definito dalla Regione Umbria, in collaborazione con Umbra Acque, SII e VUS, stabilisce un sistema coordinato di campionamenti sistematici in tutta l’area regionale. Dal 1° ottobre al 31 dicembre 2025, verranno prelevati 228 campioni suddivisi tra i tre principali gestori idrici: Umbra Acque si occuperà di 80 prelievi, SII di 35 e VUS di 113. Le USL Umbria 1 e 2, affiancate da ARPA Umbria, condurranno ulteriori 72 controlli indipendenti in punti chiave delle reti di distribuzione.

Le analisi si concentreranno su 30 varianti di PFAS, comprese le 4 molecole più rilevanti per la salute pubblica. L’approccio non è sporadico, ma si fonda su una logica di sorveglianza ambientale continua, con scadenze fisse, laboratori accreditati e flussi di condivisione dei dati tra tutti i soggetti coinvolti.
L’intervento assume particolare rilevanza anche perché la normativa nazionale, che entrerà in vigore il 13 gennaio 2026, impone obblighi simili ma con tempistiche ancora da attivare nella maggior parte delle regioni. L’Umbria decide quindi di giocare d’anticipo, costruendo un modello che – parole dell’assessore Thomas De Luca – potrebbe fare scuola anche altrove. In parallelo al lavoro tecnico, è stato attivato il portale pubblico lacquachebevo.it, dove i cittadini troveranno aggiornamenti e risultati delle analisi non appena disponibili.
Come verranno gestiti i superamenti dei limiti: interventi e trasparenza
Se durante le analisi i livelli di PFAS superano i limiti previsti, i gestori dovranno ripetere i campionamenti e inviarli per verifica a un secondo laboratorio. In caso di conferma della contaminazione, sarà attivata una procedura congiunta tra Regione, ARPA, AURI, ASL e Comuni interessati, per decidere misure tecniche e logistiche utili a ristabilire la sicurezza idrica. Tra le opzioni previste: utilizzo di fonti alternative, filtri, misure temporanee di interruzione o deviazione della rete idrica.
Il protocollo inserisce nel dibattito anche una questione di fiducia pubblica, spesso messa alla prova quando si parla di qualità dell’acqua. Non a caso, i promotori del progetto hanno insistito sul tema della trasparenza totale dei dati. I report verranno resi pubblici entro gennaio 2026, con tutte le informazioni tecniche allegate, comprese le matrici analizzate, i laboratori coinvolti e i dettagli delle località monitorate.
L’assessore De Luca ha anche rivolto un appello al Governo affinché si introducano norme nazionali di divieto sull’uso dei PFAS in ambito industriale, ribadendo che la rete idrica dell’Umbria – se monitorata costantemente – offre maggiori garanzie di salubrità rispetto alla media delle acque imbottigliate. Una dichiarazione forte, ma supportata dai numeri e dall’impegno di tutte le parti coinvolte.
Con l’avvio di questo protocollo, l’Umbria si colloca come prima regione italiana a gestire la minaccia PFAS con un approccio sistematico, pubblico e replicabile. Il lavoro congiunto tra enti sanitari, ambientali e tecnici rappresenta una strada possibile anche per altre realtà regionali, che potrebbero adottare modelli simili in vista delle future scadenze normative.
