Ispra: "In Italia 1142 stabilimenti a rischio di incidente rilevante"

Secondo Ispra, al 31 dicembre scorso in Italia vi erano ben 1142 stabilimenti industriali a rischio di incidente rilevante (RIR): metà al nord e metà al sud, l'unità nazionale si fa con gli stabilimenti "Seveso"

Se dopo più di 150 anni possiamo parlare di "unità nazionale" lo dobbiamo all'industria pericolosa: secondo il rapporto Ispra sulla mappatura dei pericoli di incidente rilevante in Italia, presentato ieri mattina a Roma, metà degli impianti a rischio Seveso si trovano nelle quattro grandi regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna) e metà si trovano sparpagliati lungo il resto dello Stivale.

Se il 25% di tutti gli impianti a rischio di incidente rilevante (RIR) si trovano in Lombardia, è la Valle d'Aosta la regione meno a rischio, con soli 6 stabilimenti: per rischio di incidente rilevante si intendono quegli stabilimenti industriali ed impianti che, in caso di incidente, rischiano di danneggiare e compromettere quasi irrimediabilmente l'ambiente circostante, rappresentando in tal senso un serio pericolo per la salute della popolazione.

In tal senso si parla di "rischio Seveso", tornando indietro alla tragedia dell'Icmesa che, sul finire degli anni '70, ha rappresentato un disastro ambientale per tutto il Paese: i 1142 stabilimenti RIR rappresentano, ognuno di essi, punti di rischio, fattori di interesse (giornalistico, ambientale, ma anche politico), elementi di forte preoccupazione per chi vive in certi territori.

Se nelle quattro grandi regioni del nord Italia si trovano il 50% di questi impianti, una consistente presenza si rileva anche nel centro-sud (Sicilia, Campania e Lazio, ognuna con la sua quota del 6%, Toscana, 5%, Puglia e Sardegna, 4%); nel Rapporto, edizione 2013, sono riportati ed analizzati i 6 indicatori rappresentativi della distribuzione territoriale, della tipologia degli impianti, delle loro caratteristiche e delle tendenze evolutive di tutti questi impianti.

Non c'è solo Ilva a Taranto, Eni a Brindisi. Non ci sono solo Porto Tolle, Sarroch, Brescia: le recenti vicende ambientali italiane si intrecciano fittamente con il panorama industriale nostrano, arretrato, quasi antiquato, fortemente suscettibile di causare incidenti che, qualora avvenissero (e prevenire è sempre meglio che curare) sarebbero altre tragedie ambientali per il nostro Paese.

L'acquisizione di informazioni, la prevenzione, la diffusione con tempestività a tutti i livelli (operatori sanitari, opinione pubblica, amministratori locali, dirigenti d'azienda) degli elementi conoscitivi sui fattori di pressione per il territorio connessi alle attività industriali, e di tutti i fattori di rischio, rientrano nel classico, einaudiano, principio "conoscere per deliberare", ma anche in un discorso, ben più ampio, riguardante la prevenzione e la messa in sicurezza di tutti questi impianti.

Se nella quasi totalità (con l'eccezione di Macerata) delle province italiane è collocato almeno uno di questi 1142 impianti RIR, è sempre il nord a fare da capofila con Milano (69 stabilimenti), Brescia (45), Ravenna (37), Novara e Varese (28), Venezia (26), Torino (24). Al centro è Roma a fare da capofila con 26 stabilimenti, seguita a ruota dalla provincia di Frosinone (21) mentre la "regina del Sud" è Napoli con 33 stabilimenti. Rispetto al 2012 le riduzioni maggiori sul numero di impianti a rischio si è registrata al centro-sud (Lazio, Campania, Umbria, Sicilia e Sardegna) mentre il nord si dimostra poco virtuoso, con incrementi di tali impianti in Piemonte, Liguria, Veneto e Friuli Venezia-Giulia.

Sono 756 i Comuni italiani a rischio Seveso (il 9% del totale), in 40 dei quali sono presenti 4 o più stabilimenti (il podio va a Lombardia, Sicilia e Lazio). Gli stabilimenti più a rischio sono i petrolchimici (il 25% del totale), concentrati in particolare al nord, seguiti a ruota dai depositi di gas liquefatti (sopratutto GPL, il 24%), presenti in particolare il Campania e Sicilia.

Il rapporto, che potete scaricare qui, è completo, una vera cartina tornasole dello stato generale dell'industria italiana (non ottimale a dire la verità), è uno di quei documenti che andrebbero messi sul comodino di tutti gli amministratori pubblici, amministratori delegati e dirigenti d'azienda d'Italia, per aprire gli occhi, con chiarezza, sul tipo di paese che si sta lasciando. Perchè le persone passano ma gli impianti no, quelli restano. Per tanto tempo.

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