I disastri ambientali, Obama e i media

US President Barack Obama (L) and Senate

Gli Stati Uniti sono un Paese sotto assedio. E non a causa del terrorismo tanto temuto che genera negli americani quell’ossessione da accerchiamento di chi non ha mai subito un’invasione sul proprio territorio, eccezion fatta per quella dei coloni e dei padri fondatori della “più grande democrazia del mondo”. Non sono nemmeno le decine di migliaia di morti da arma da fuoco che fanno scendere lacrime propagandistiche sul volto carismatico del presidente Barack Obama il più grande problema degli Stati Uniti, le cui forze di polizia, nel corso del 2015, hanno ucciso 1139 persone, alcune delle quali “colpevoli” soltanto di trovarsi sulla traiettoria dei proiettili.

Il più grande problema degli Stati Uniti è il modo in cui la sua politica e i suoi rappresentati, alla Casa Bianca e al Congresso, hanno gestito le “emergenze” (badate bene, fra virgolette) ambientali dell’ultimo decennio. Il problema sono le promesse disattese, la rivoluzione green che non è mai arrivata. La situazione peggiora di anno in anno e scaricare le responsabilità sugli amministratori del passato non ha senso all’inizio del settimo anno di un doppio mandato presidenziale.

Vogliamo fare un elenco dei maggiori disastri ambientali avvenuti negli Stati Uniti nell’ultimo decennio?

2008/2016 – Terremoti dovuti al fracking (Oklahoma)
2010 – Incidente Deepwater Horizon (Golfo del Messico)
2012 – Uragano Sandy
2014/2015 – Siccità California
2015/2016 – Fuga di gas ad Aliso Canyon (Los Angeles)
2015/2016 – Acqua contaminata dal piombo a Flint (Michigan)
2016 – Tempesta Jonas sull’East Coast

Si tratta di una lista essenziale, nella quale non inseriamo i cicloni che si abbattono periodicamente negli stati del Midwest facendo vittime e procurando danni economici a sette-otto-nove zeri.

Ciò che preoccupa è la concentrazione dei disastri di grande portata che sono avvenuti e stanno avvenendo in queste ultime settimane. Sulle pagine di Ecoblog vi abbiamo parlato dei cicloni che si sono abbattuti in Mississippi, Tennessee, Arkansas, Illinois e Kentucky provocando distruzioni e alluvioni che hanno causato vittime e ingenti danni economici.

Dall’ottobre 2015 si è verificata ad Aliso Canyon una fuga di gas senza precedenti nella storia degli Stati Uniti: a nord di Los Angeles sono state riversate nell’ambiente 1200 tonnellate di metano al giorno. Secondo l’attivista Erin Bronkovich, l’incidente che ha costretto all’evacuazione gli abitanti di Porter Ranch è il più grande dopo quello della piattaforma della BP nel Golfo del Messico.

In Oklahoma si stanno moltiplicando i terremoti a causa del fracking, la tecnica di fratturazione idraulica con la quale l’America aspira all’autonomia energetica. Nel sottosuolo delle aree di estrazione vengono iniettati acqua e composti chimici a forte pressione per estrarre il gas scisto. Secondo i dati National Earth-quake Information Center nel 2015 sono stati registrati 900 terremoti di magnitudo 3.

Negli scorsi giorni la tempesta Jonas abbattutasi sulla East Coast ha causato 48 morti e danni economici stimati fra i 500 milioni e il miliardo di dollari.

Infine il caso di Flint, il più allarmante di tutti. Per un anno e mezzo la popolazione della città del Michigan (100mila abitanti) ha bevuto acqua contaminata da piombo in una quantità 27 volte superiore alla norma. Secondo i dati resi pubblici da Yanna Lambrinidou della Virginia Tech, il problema potrebbe coinvolgere tutte le città a est del Mississippi, quindi milioni di americani.

Osservando questo contesto viene da domandarsi perché i cittadini americani consentano ai propri amministratori di prendere qualsiasi tipo di iniziativa per contrastare il terrorismo e non si sollevino a milioni quando in gioco vi è un elemento basilare come l’acqua potabile.

Quale esempio di rappresentanza politica dà, nel bel mezzo della crisi idrica di Flint, Barack Obama andando a visitare il North American International Auto Show di Detroit e non la popolazione costretta a farsi la doccia con l’acqua in bottiglia?

Personalmente trovo che si tratti di un episodio di grande potenza simbolica: il presidente degli Stati Uniti va a omaggiare e sostenere l’industria che ha provocato il disastro ecologico e non le vittime del medesimo. Certo Obama è intervenuto, ha mandato fondi e bottiglie d’acqua, ma quanto tempo avrebbe perso con una deviazione di 110 chilometri verso Flint dopo essersi preso gli applausi a Detroit?

Nell’ottica della fabbricazione del consenso – con elargizione di hashtag di largo consumo da #fourmoreyears a #lovewins, clip ammiccanti e “simpatiche” nelle stanze della Casa Bianca, show alla cena annuale per i giornalisti e lacrime da far impallidire gli attori da Oscar – Barack Obama resta un campione. Politicamente la sua azione è un fallimento su tutta la linea.

Sotto la sua amministrazione si sono moltiplicati gli interventi militari con i droni che violano impunemente il diritto internazionale, le tensioni razziali, gli omicidi da parte delle forze di polizia, le pressioni e le censure sulla stampa americana. Nessun passo in avanti è stato fatto sulla questione della pena di morte e sulla vendita e il possesso di armi da fuoco abbiamo avuto solamente lacrime da coccodrillo.

Certo, ci sono stati la riforma sanitaria e i matrimoni gay, ma poi? Basta questo per chi era stato accolto come l’uomo della Provvidenza?

Il capitolo ambientale merita un discorso a parte. Nella campagna elettorale del 2007 Obama aveva cavalcato la rivoluzione della green economy, ma nei primi sette anni del suo mandato presidenziale la politica energetica statunitense è stata orientata soprattutto al consolidamento dell’estrazione di risorse fossili nel Nord America, un aspetto da non trascurare quando si esaminano le tensioni della macroregione mediorientale.

Che fine ha fatto la promessa di una politica energetica incentrata sulle energie rinnovabili? Prendiamo i dati del 2014 relativi agli Stati Uniti: il consumo di risorse fossili è stato calcolato in 80,2 quadrilioni di BTU (British tehermal unit), con un incremento sia rispetto al 2012 (77,99 quadrilioni di BTU) che rispetto al 2013 (79,49 quadrilioni di BTU). In due anni il consumo di risorse fossili è aumentato dell’1,72%. Se, invece, prendiamo di dati relativi alla risorse rinnovabili notiamo un incremento pressoché costante nell’ultimo decennio con, nello stesso periodo 2012-2014, un aumento del 9,43%. Si tratta di una crescita molto consistente in termini percentuali, ma che ha portato le rinnovabili solamente a 9,63 quadrilioni di BTU nel 2014, una cifra ancora troppo lontana dai circa 80 quadrilioni di BTU delle energie fossili.

Obama non è certo l’unico responsabile dello stallo del Paese che dovrebbe guidare una rivoluzione energetica globale. Il presidente è "prigioniero" del Congresso che detiene il potere legislativo e le cui scelte sono pilotate dalle lobby petrolifere, questo è indubbio.

Obama detiene, però, il potere esecutivo e sono la sua condotta, le sue scelte e le sue parole a determinare la gerarchia delle priorità della Grande Nazione.

Questo non bisogna mai dimenticarlo. Non bisogna dimenticare, per esempio, Obama che mangia il pesce e va a bagnarsi con le figlie sul bagnasciuga del Golfo del Messico dopo il disastro della Deepwater Horizon, roba da taglio del grano in età mussoliniana, ma la fabbrica del consenso funziona così.

Obama ci metteva la faccia e, intanto, i suoi funzionari si adoperavano per coprire le zone d’ombra delle azioni “riparatorie” della BP, come l’utilizzo di solventi 52 volte più tossici del petrolio stesso. Mentre Michelle coltivava ortaggi nell’orto della Casa Bianca, in tutto il Paese si moltiplicavano gli impianti di shale gas che, oltre a provocare i terremoti, inquinano le falde acquifere.

I disastri ambientali si moltiplicano e quello di Flint è il più grave di tutti. Non se ne conosce la portata, ma una cosa è certa: dove l’acqua è contaminata non ci può essere vita e una città di 100mila abitanti non può rendere sistematica la distribuzione di bottiglie d’acqua.

Quello che stupisce maggiormente di questa vicenda è il relativo silenzio dei media su di un disastro ambientale di entità incalcolabile. E lo stesso si può dire per quanto accaduto a Los Angeles.

Negli Stati Uniti l’abbaiare del cane da guardia del potere non si sente più, coperto dal rumore di fondo dell’emergenza terrorismo, del dibattito sulle armi, della diatriba sull’assenza dei neri nelle nomination degli Oscar e dei selfie di Kim Kardashian.

E i media italiani? Le priorità sono il finto terrorista con il fucile giocattolo e il bon ton nei musei capitolini. Come se quello che succede a Flint o a Los Angeles non riguardasse tutti, come se l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo non fossero i beni più preziosi da salvaguardare.

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