
Scoperto oggi, ma estinto ormai da secoli l’antenato del coccodrillo. Accade grazie alle moderne e sofisticate analisi e strumentazioni, capaci di esplorare la biodiversità andando indietro di millenni. A scoprire la nuova antica specie un ricercatore della School of Medicine dell’Università del Missouri, Casey Holliday, che espone le sue ricerche in un recente studio apparso sulla rivista PLoS ONE.
Il coccodrillo preistorico scoperto è stato denominato Aegisuchus witmeri, per gli amici Shieldcroc per via dello spesso scudo che ha sulla testa, una sorta di casco. Questa specie di coccodrillo viveva nell’Era Mesozoica, 95 milioni di anni fa, quando la terra era ancora abitata dai dinosauri.
Holliday lo ha identificato studiando un cranio fossilizzato ritrovato in Marocco anni fa e conservato al Royal Ontario Museum di Toronto.
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L’ippopotamo pigmeo rischia l’estinzione, a causa della perdita di habitat e del bracconaggio. Lo rivela l’IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Le stime parlano di appena tremila esemplari ancora in vita, sparsi per le foreste della Liberia, della Sierra Leone, della Costa d’Avorio e della Guinea.
Un tipo riservato, l’ippopotamo pigmeo, tanto che fino alla metà del 1800 gli zoologi ritenevano la sua esistenza un mito. Sul suo conto sono sorte diverse leggende. A differenza del suo cugino più grande, l’ippopotamo comune, l’ippopotamo pigmeo non vive in gruppo vicino a fiumi o laghi, preferisce la vita solitaria. Si narra che di notte trovi la sua strada attraverso il bosco tenendo un diamante in bocca. Di giorno lo nasconde. Così, se un cacciatore lo cattura di notte, la leggenda vuole che riesca ad impossessarsi anche del diamante.
L’IUCN è partner di un progetto della SOS-Save Our Species che mira ad identificare le aree in cui vive l’ippopotamo pigmeo, tramite delle telecamere nascoste nelle foreste. In questo modo si avrà una mappa più chiara dei punti sensibili da preservare, di concerto con le popolazioni locali, per garantire l’esistenza della popolazione di ippopotami pigmei.
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Per proteggere le foreste del Rwanda e diminuire i costi della bolletta energetica, nelle 14 carceri del Paese sono stati installati degli impianti a biogas alimentati dai rifiuti prodotti dai detenuti.
Una rivoluzione energetica che ha consentito di coprire, ad oggi, il 75% dei consumi prima assicurati dalla combustione di legname. All’interno del carcere di Nsinda vivono circa 8 mila detenuti, molti accusati di essere coinvolti nel genocidio del 1994, uno dei più sanguinosi del XX° secolo.
Oggi, sotto lo sguardo vigile delle guardie, i detenuti si riabilitano nei campi, coltivando le campagne attorno al carcere, nel distretto di Rwamagana, a sessanta chilometri ad Est della capitale, Kigali. Coltivano fagioli, mais, banane e cassava (manioca, ndr), prodotti a km zero che vengono perlopiù destinati ai fabbisogni alimentari degli stessi detenuti.
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Un patrimonio di biodiversità in parte ancora da scoprire in Madagascar. Lo testimonia la recente scoperta di una nuova specie di primate, effettuata dal GERP (Groupe d’Étude et de Recherche sur les Primates de Madagascar).
Il lemure-topo del GERP (Microcebus gerpi), così è stata denominata la new entry, in onore dell’équipe di ricercatori che lo ha individuato, è un gigante rispetto al lemure topo di Goodman, che vive nel Mantadia National Park, a 50 km dall’habitat della nuova specie identificata.
La scoperta è avvenuta nella foresta Sahafina, un’area che finora era rimasta inesplorata, localizzata nell’area orientale del Madagascar.
A causa della deforestazione, l’habitat di molte specie, alcune già note, altre ancora da scoprire, è a rischio in Madagascar.
Via | Stiftung Tierärztliche Hochschule Hannover
Foto | B. Randrianambinina

In concomitanza con la Conferenza sul Clima di Durban, in corso in Sudafrica, l’UNEP ha pubblicato un rapporto sull’impatto dei cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo dell’Asia e dell’Africa.
Il dossier analizza le difficoltà di sostentamento per la popolazione femminile, dedita all’agricoltura, che si ritrova a fronteggiare fenomeni meteorologici sempre più estremi in condizioni di forte disuguaglianza.
Il report Women at the frontline of climate change: gender risks and hopes evidenzia il ruolo cruciale delle donne nella gestione degli ecosistemi agricoli, sottolineando che le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici devono puntare su un maggior coinvolgimento della popolazione femminile. La parità tra i sessi in questi Paesi ed il medesimo accesso alle risorse è infatti fondamentale per gestire in modo sostenibile i lotti agricoli.
Continua a leggere: Cambiamenti climatici, UNEP: impatto maggiore per le donne in Africa ed Asia

Fertilizzare il terreno con gli alberi. Accade in Malawi, Tanzania, Mozambico, Zambia e Zimbabwe che grazie al World Agroforestry Centre di Nairobi stanno sperimentando gli effetti benefici degli alberi in campo agricolo (qui la pubblicazione sui test condotti). Gli arbusti, in genere specie autoctone come le acacie, piantate in mezzo ai campi, con le loro radici ben fissate al suolo, contengono l’erosione e regolano l’assorbimento dell’acqua, contribuendo a una naturale fertilizzazione.
Scrive Oluyede Ajayi uno dei relatori dello studio:
Il meccanismo attraverso il quale gli alberi fertilizzano il terreno è noto. Gli alberi fissano l’azoto dell’atmosfera e lo trasferiscono ai terreni attraverso le radici e le foglie, rendendo questi ultimi più fertili. Nel contempo catturano tutta l’acqua disponibile, mettendola a disposizione dei raccolti, e concentrano i minerali presenti. Il risultato è un incremento notevole della resa, ottenuta da persone che spesso non possono permettersi di comprare fertilizzanti chimici o non ne hanno a disposizione.
Ne scrive Il fatto alimentare che spiega:
Lanciata nel primi anni Novanta in 12 fattorie pilota dello Zambia, l’idea di sfruttare le caratteristiche naturali degli alberi oggi coinvolge oltre 400.000 piccoli coltivatori dei cinque paesi delle regione, 145.000 dei quali solo in Malawi.
A beneficiarne assieme all’ambiente anche le tasche degli agricoltori che vedono aumentare la disponibilità di cibo tra i 57-114 giorni in più. Per ora l’esperimento riguarda le colture di mais. I ricercatori stanno lavorando per trovare alberi che aiutino le colture di cacao e caffè.

La polvere di corno di rinoceronte è ritenuta una cura contro il cancro, senza peraltro alcuna valida prova che ne attesti l’efficacia. Non se ne trova traccia né nella scienza medica né nella medicina tradizionale cinese.
A causa di questa falsa credenza è morto probabilmente l’ultimo rinoceronte di Giava in Vietnam. Un’ipotesi più che plausibile dal momento che l’animale è stato ritrovato privo del corno, segato via dal resto del corpo dopo che il bracconiere aveva sparato sul rinoceronte, colpendolo alla gamba.
Ma come si è radicata la convinzione che la polvere di corno di rinoceronte possa curare il cancro? Secondo la Traffic, una ONG che monitora il traffico di fauna selvatica, tutto ebbe inizio cinque o sei anni fa in Vietnam, quando si diffuse la voce che un ex politico fosse guarito da un tumore grazie al corno in polvere.

Il clima della conferenza di Durban si surriscalda ancor prima dell’inizio dei negoziati, previsto per il prossimo 28 novembre. Abbiamo parlato nei giorni scorsi dei buoni propositi dell’Europa, intenzionata a promuovere un Kyoto bis.
In queste ore si apprende che i Paesi più esposti ai cambiamenti climatici sono pronti a dare battaglia, occupando la sede dei trattati fino a quando non si prenderanno impegni concreti verso azioni davvero risolutive. A chiamare all’appello i Paesi più afflitti dal riscaldamento globale è l’ex presidente del Costa Rica, José María Figueres. “A che serve passare da un vertice inutile all’altro?”, si chiede Figueres, e come dargli torto dopo il flop di Copenhagen?
Siamo andati a Copenhagen con l’illusione di poter raggiungere un accordo equo. Siamo andati a Cancún dove abbiamo osservato dei progressi, ma non sufficienti. La nostra frustrazione è profonda e continua a crescere. Ora sentiamo che abbiamo bisogno di ulteriori conferenze. Dobbiamo fare sul serio. Dovremmo andare a Durban con la ferma convinzione di non tornare fino a quando non abbiamo fatto sostanziali progressi.

Per la serie case riciclate, quello che vedete è un bungalow realizzato in Nigeria utilizzando bottiglie di plastica. A costruirlo la Developmental Association For Renewable Energies.
In un Paese che manca di case ma abbonda di bottiglie di plastica nelle strade, una soluzione creativa ed ecofriendly. L’abitazione ha due camere da letto ed è antisismica ed ignifuga, in grado di resistere anche ai proiettili, il che in Nigeria, come tristemente sappiamo, non guasta.
Per realizzare questa casa, la prima nel suo genere in Nigeria, sono state impiegate centinaia di bottiglie di plastica, riempite con sabbia e legate da una fitta ed intricata rete di corde. Le bottiglie sono state poi compattate grazie ad un misto di fango e cemento, molto più resistente dei semplici blocchi di cemento.
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La popolazione di elefanti del Congo è a rischio estinzione: negli ultimi dieci anni si è registrato un declino di oltre il 50%. Tra le principali cause c’è la richiesta di avorio proveniente dal mercato cinese, un commercio proficuo che alimenta il bracconaggio.
Anche quando si mettono in campo progetti di tutela gli elefanti non trovano pace. I conflitti che hanno scosso la regione, infatti, non hanno permesso di creare aree sufficientemente protette né di garantire agli animali un habitat tranquillo in cui vivere e riprodursi.
Secondo un recente studio condotto dalla University of British Columbia, negli ultimi dieci anni gli esemplari della Okapi Faunal Reserve hanno subito un declino del 50% a causa della guerra civile e del bracconaggio, passando da 6.439 a 3.288 individui. In altri parchi della Repubblica Democratica del Congo si sono registrati tassi di decremento ancora più elevati.