Amianto alla Solvay, a Cinemambiente l’incubo del mesotelioma nel corto Il fosso bianco

Il cortometraggio di Tommaso Ausili, presentato nella giornata d’apertura, racconta la tragedia degli operai della Solvay di Rosignano

Amianto non vuol dire soltanto malattia, amianto significa anche l’incubo persistente di non sapere se o quando morirai per avere inalato una fibra mille volte più piccola di un capello. Non ci sono certezze: può succederti perché hai giocato in una spiaggia inquinata dalle scorie e può non accadere anche se sei stato coperto di “polverino” per anni.

Il fosso bianco, cortometraggio di Tommaso Ausili, racconta la contaminazione di Rosignano Solvay da parte dell’omonima azienda che ne ha compromesso il territorio. Il racconto è quello degli operai miracolosamente sopravvissuti dopo essere stati ricoperti di polverino, delle mogli che piangono le precoci morti dei loro compagni di vita, dei figli che hanno seppellito padri ancora giovani.

Un paio d’anni fa era toccato a Polvere di Nicolò Bruna e Andrea Prandstraller scuotere la platea di Cinemambiente, oggi nella giornata d’apertura lo farà questo film che non fa sconti né agli intervistati, né agli spettatori, perché certe storie hanno un solo modo di essere raccontate e Il fosso bianco è una di queste.

A Livorno si sta consumando un processo che vede imputato per omicidio colposo Piero Guadenzi, oggi 93enne, all’epoca direttore dello stabilimento Solvay di Rosignano. Oggetto del procedimento è la morte di Romano Posarelli, l’operaio che dopo aver lavorato alla Solvay negli anni Settanta è morto di mesotelioma pleurico.

Anche in Piemonte, eclissato dal ben più articolato processo d’appello Eternit che giungerà alla conclusione proprio lunedì 3 giugno, prosegue il procedimento contro i dirigenti dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo (Al) che di quello torinese sembra la riproduzione in scala.

Nel processo in corso di svolgimento ad Alessandria sono ben otto i dirigenti che rischiano una condanna a quindici anni di reclusione per aver sversato una ventina di veleni tossici e cancerogeni (fra cui il cromo esavalente) nel territorio circostante. Più dei risarcimenti, insomma, sono i costi della bonifica di un milione di metri cubi di veleni immessi nell’ambiente a preoccupare gli azionisti di Bernard de Laguiche. Un’altra brutta storia che ha dimostrato come l’azienda, nonostante fosse a conoscenza dei danni che stava facendo all’ambiente, abbia continuato ad avvelenare dolosamente il territorio. Portando malattia e inquinamento laddove avrebbe dovuto portare lavoro e benessere. Purtroppo è una storia sentita già troppe volte.

Foto | Cinemabiente

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