Trashed, viaggio al termine dei rifiuti

Nei cinema italiani il documentario con Jeremy Irons che scandaglia l’impatto ambientale dei rifiuti dalle discariche agli oceani. Non senza esempi virtuosi che indicano la strada da percorrere

Presentato durante l’ultima edizione di Cinemambiente, che ha avuto il piacere di avere come ospite via Skype Jeremy Irons, il documentario Trashed di Candida Brady è da qualche giorno nella sale cinematografiche italiane grazie alla scelta coraggiosa di Satya Doc e Cinehall distribuzione.

L’inizio del film è – visivamente parlando – un pugno nello stomaco. Nulla avrebbe potuto rappresentare, meglio della discarica di Saida. Questa montagna di rifiuti, nelle vicinanze di Beirut, è alta 40 metri e si affaccia sul Mediterraneo. Ogni giorno 80 nuove tonnellate ne accrescono la mole e alcune di queste tonnellate finiscono in mare e, spinte dalle correnti raggiugono le coste di Cipro, Grecia e Italia del sud.

In un buon documentario c’è sempre una scena in grado di sintetizzare il racconto, in Trashed la scena è questa, capace di unire i due percorsi compiuti, in giro per il mondo, da Jeremy Irons.

Un’indagine che snocciola cifre da capogiro, come quelle dei 200 miliardi di bottiglie di plastica o dei 58 miliardi di bicchieri usa e getta che vengono utilizzati ogni anno. Irons vola nello Yorkshire, fra colline martoriate da una discarica che con i suoi 60 metri è ormai la più alta del mondo. Intorno alle grandi città si sta raggiungendo il livello di saturazione: a Pechino 400 discariche sono al completo, a New York altre quattordici hanno finito lo spazio. I dubbi riguardano le vasche che devono garantire la tutela delle falde acquifere. Resisteranno?

Dalle discariche il dibattito si sposta agli inceneritori che, seconde alcune stime, dovrebbero avere raggiunto, su scala globale, almeno un migliaio di unità. Giappone e Stati Uniti sono i Paesi più attrezzati con, rispettivamente, 469 e 190 impianti. In Germania gli inceneritori sono 53, in Gran Bretagna 30, ma già se ne progettano altri 91.
L’impatto degli inceneritori diventerà un argomento sempre più attuale. Si calcola che fra il 50 e l’80% della diossina diffusa nell’’atmosfera provenga dagli inceneritori. Occorre sorvegliare affinché vengano rispettati i limiti che vengono sforati, con sempre maggior frequenza, dai vari impianti. Il timore è che si ripropongano, anche se su in maniera totalmente indiretta, gli effetti dell’Agente Arancio che dopo quarant’anni ha lasciato una pesante eredità nel Dna dei vietnamiti.

Il terzo blocco è dedicato agli oceani strozzati dalla plastica che entra nella catena alimentare e che, in acqua, funge da catalizzatore di sostanze tossiche.

Ma Trashed non si limita alla denuncia: propone strategie. Quella, per esempio, di un consumo critico, attento agli imballaggi e al riciclo. A San Francisco il 75% delle abitazioni ha aderito al programma Zero Rifiuti. Negli States la filiera del riciclaggio dà lavoro a 800mila persone ma se tutti facessero come nella città californiana si aggiungerebbe un altro milione e mezzo di lavoratori.

Un altro piccolo grande barlume di speranza arriva dai negozi in cui i prodotti vengono venduti a dose, senza imballaggi. Una soluzione che sarebbe più economica per i distributori, per i venditori e per gli acquirenti. Cosa servirebbe? Una rivoluzione culturale nel micro e nel macro di un’economia incapace di slegarsi dal petrolio.

Foto | Cinemambiente

 

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