Circa un anno fa, avevamo parlato della guerra tecnologica dei Suruì contro la deforestazione in Amazzonia, decisi più che mai a difendere non solo le proprie terre, comprese tra gli Stati del Mato Grosso e di Rondonia, ma anche i diritti di tutti gli altri popoli indigeni.
Dopo 12 mesi di battaglie, purtroppo, i Suruì sono ancora al centro dell’attenzione “mediatica” e non si tratta di una notizia positiva: minacce concrete da parte dei taglialegna, infatti, rischiano di seminare panico , morte e cenere tra questa gente. In particolare, si temono omicidi a danni di Almir - il noto portavoce dei Suruì - e di tutti i suoi famigliari. Benché alcune fonti già rivelino l’esistenza di un premio di 100.000 dollari per l’uccisione del leader carsimatico dei Suruì (prima di lui sono stati ben 11 i capi del suo popolo ammazzati), negli ultimi tempi,le incursioni dei taglialegna si sono fatte sempre più violente e incendiarie unitamente a quelle indotte dai fautori della costruzione delle dighe sul fiume Madeira, fortemente osteggiata da Almir che interpreta, così, lo stato d’animo e gli umori della sua e delle altre popolazioni indigene della foresta amazzonica.
I Suruì si sono rivolti immediatamente al governo brasiliano per tentare una qualche forma di autotutela e la risposta non si è fatta attendere: il Programma nazionale per la protezione dei difensori dei diritti umani dovrebbe essersi già attivato per difendere la comunità. Ma non sono ancora chiare le modalità di questo aiuto che dovrebbe rivolgersi, evidentemente e in prima facie, a quelle multinazionali che fanno della deforestazione la loro principale fonte di reddito e le incursioni nelle Terre di “Sete de Setembro” non si placano. Intanto, l’associazione Survival International sta sollecitando le autorità brasiliane
a espellere gli invasori con la massima urgenza a proteggere la terra e le vite dei Surui.
Via | survival international, elmercuriodigital
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Queste ore potrebbero essere cruciali per l’Amazzonia e per far sentire a Dilma Rousseff, presidente brasiliano successore di Lula, quanto, alla comunità internazionale, stia a cuore la salvaguardia della foresta. Dopo essere stato approvato alla Camera dei deputati, infatti, il disegno di legge che mira a snaturare completamente l’attuale Codigo Forestal do Brasil fin quasi a disapplicarlo, sta per essere approvato anche al Senato. E potrebbe essere davvero la fine per moltissime specie animali e vegetali e per le innumerevoli popolazioni indigene che, inascoltate, stanno cercando di far valere i propri diritti e quelli dell’Amazzonia stessa.
Nel frattempo, comunque, nello stato brasiliano è guerra. E guerra vera, se si considera che solo negli ultimi 20 giorni sono stati almeno tre gli attivisti massacrati sotto gli occhi dei propri familiari mentre, a vario titolo, stavano portando avanti campagne di sensibilizzazione per far conoscere al mondo la possibile tragedia che potrebbe colpire la foresta amazzonica in caso di vittoria dei latifondisti e delle multinazionali.
Più in dettaglio, le norme che potrebbero essere eliminate dal Codice forestale attualmente in vigore, sono le seguenti: il divieto assoluto per gli agricoltori e gli allevatori di sradicare un’ara maggiore di un quinto di foresta nei loro terreni; l’obbligo, per gli stessi, di mantenere intatta una parte cospicua di mata - compresa tra il 20% e l’80% a seconda delle zone - quale “riserva integrale” nei loro stessi terreni; oltre al veto assoluto di entrare per motivi diversi dallo studio nell’ambito delle PPA (le aree protette permanenenti) di maggiore pregio e dagli ecosistemi più fragili. Se queste norme - pur molto spesso eluse -dovessero essere ignorate nella riforma del codice, per le foreste sarebbe davvero la fine e questo nonostante il 79% dei brasiliani si sia dichiarato a favore del mantenimento delle norme ambientali attualmente in vigore e di una più puntuale protezione della mata. La possibilità più concreta, al momento, di scongiurare la catastrofe risiede nel diritto di veto presidenziale. In proposito, è possibile firmare una petizione per chiedere al presidente Dilma di fermare il disegno di legge e di dimostrare che sia possibile coniugare la crescita economica con la tutela della biodiversità.
Via| tmnews, salvaleforeste, news.mongabay
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Lo sfruttamento illegale di oro e diamanti sta drammaticamente alimentando il fenomeno della deforestazione dell’Amazzonia. Lo documentano queste foto aree pubblicate su Canal Azul. L’area in oggetto è quella del Parco Nazionale di Canaima, lungo i fiumi della Gran Sabana in Venezuela in prossimità di Salto Angel, la cascata più alta del mondo con i suoi 979 metri, un paesaggio ancora incontaminato e difficilmente raggiungibile anche dai turisti, ma non dagli spregiudicati cacciatori d’oro.
Si stima che con l’uso di quasi 300 attrezzature minerarie venga estratto qualcosa come 600 chili d’oro al mese, oro che viene poi fatto esportato illegalmente verso i paesi confinanti, quindi senza nemmeno lasciare risorse al Venezuela. Il Parco Nazionale di Cainama copre 30 mila chilometri quadrati al confine con il Brasile e la Guyana, è il sesto più grande al mondo e dal 1994 è considerato Patrimonio Mondiale dell’Umanità.




Continua a leggere: Deforestazione in Amazzonia per l'oro: le foto-prova
Ancora poche ore, a Nagoya, per capire se la Cop-10 per la tutela della biodiversità avrà un esito positivo oppure se si concluderà nella consueta maniera fallimentare. Molti temono una débacle simile a quella di Copenaghen, in cui le difficoltà a raggiungere accordi tra i Paesi emergenti e quelli occidentali è stata fatale. Eppure, alcuni tra gli esponenti del Summit, IUCN e UNEP in testa, sono intenzionati a lottare fino all’ultimo secondo perchè si riesca ad addivenire ad un testo che sia effettivamente funzionale alla preservazione e alla tutela delle specie animali e vegetali ponendo un argine concreto alla loro disastrosa emorragia.
Le divisioni tra i partecipanti alla Cop - 10 si realizzano principalmente sulla definizione degli obiettivi di lotta di quelle specie animali e vegetali che sostengono molte delle più fruttuose economie del Pianeta. In questo senso, l’intervento nei giorni scorsi del numero uno della Banca mondiale, Robert Zoellick,che ha configurato l’esistenza di un valore economico alla biodiversità è stato cruciale:
La produttività della terra e dei mari sta diminuendo, e con loro i servizi degli ecosistemi cruciali per far uscire le persone dalla povertà… La ricchezza naturale delle nazioni deve essere un investimento valutato in combinazione con il suo capitale finanziario, industriale e umano…I conti nazionali devono riflettere i servizi fondamentali dello stoccaggio del carbonio che le foreste offrono ed il valore, in termini di protezione costiera, che proviene da barriere coralline e mangrovie. Abbiamo in programma progetti pilota per integrare la valutazione dell’ecosistema nella contabilità nazionale e poi su scala globale offrendo ai paesi più poveri e alle economie emergenti gli strumenti necessari per integrare nei sistemi di contabilità nazionale i vantaggi economici offerti da ecosistemi come foreste, zone umide e barriere coralline.
Continua a leggere: Nagoya: ultime ore della Cop-10 per la tutela della biodiversità
Scivolare sul fiume, con un battello lentissimo e senza altro appoggio che un’amaca da cui osservare le stelle e la luna che si specchiano ridendo nel Rio Negro. Fino a quando l’aurora non sbriciola il buio con riflessi rosa che, finalmente, danno la conferma del posto in cui sei finito: l’Amazzonia. Intreccio di alberi e acqua, sogno per chiunque ami la Natura e i suoi abitanti…E’ lo stupore di un viaggio sempre atteso ma mai compiuto, almeno fino all’estate scorsa, quando la foresta equatoriale e la Riserva di Xixuau Xiparina mi sono apparse dopo circa 30 ore di navigazione.
A 500 km da Manaus e a 50 dall’equatore, fra gli Stati brasiliani di Roraima e Amazonas, la riserva è un luogo intatto dove, dal 1995, l‘associazione Amazonia svolge attività limitata e controllata di eco turismo (quello vero!) i cui proventi finiscono direttamente nelle tasche della meravigliosa comunità dei Coblocos locali che hanno così potuto costruire una scuola, permettersi l’accesso a internet e, contemporaneamente, continuare a vivere secondo la propria cultura proteggendo gli animali e la foresta, così gonfia degli innumerevoli spiriti che popolano le leggende di questa parte del mondo…
Qui, è possibile trascorrere alcuni indimenticabili giorni scivolando su piccolissime e silenziose canoe ricavate da tronchi d’albero mentre ci si lascia mollemente sopraffare dalla bellezza della Mata, in parte allagata nella stagione umida, nonché dal sospiro curioso dei delfini rosa che salgono in superficie a respirare mentre le grida di uccelli, ara e splendidi rapaci - tra cui l’aquila pescatrice - riempiono il cielo… E poi,semplicemente, passeggiare nella foresta, accompagnati dalle guide locali (persone straordinarie, come Castelo, che ha il dono raro di leggere con la stessa facilità nella mente di uomini e animali..) e osservare, in silenzio e con lo stupore gioioso disegnato sul volto i salti dei tanti macachi o quelli delle rane; le tarantole nascoste in cavità arboree, i serpenti che digeriscono anfibi molto più grandi di loro… E ringraziare tutto come un dono, mentre i tempi diventano quelli naturali, scanditi solo dal buio e dalla luce, all’interno di malocas in paglia costruite secondo lo stile dei vicini indios Waimiri Atroari (ad appena un giorno e mezzo di navigazione) che contribuiscono attivamente alla preservazione dell’area controllando l’accesso delle imbarcazioni da pesca nelle acque dell’alto Rio Jauperi per evitare il bracconaggio.
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Ancora una volta, la Rete si schiera dalla parte delle Foreste. Qualche settimana fa, su Ecoblog avevamo parlato della centrale idroelettrica di Belo Monte, nell’Amazzonia brasiliana, e delle disastrose conseguenze che la sua costruzione potrebbe avere su uno degli ecosistemi più meravigliosi al mondo. E oggi, girovagando su youtube, ho trovato un filmato molto interessante in proposito. In appena 10 minuti, il video - creato da Amazon Watch e International Rivers con l’assistenza tecnica di Google Earth Outreach, in collaborazione con la campagna contro la diga organizzata dal Movimento Xingu Vivo Para Sempre - offre un’eloquente rappresentazione grafica in 3D delle ripercussioni ecologiche e sociali che una tale opera potrebbe avere sul territorio.
Voce narrante del filmato è quella della già impegnatissima Sigourney Weaver che commenta l’enorme investimento della diga sullo Xingu (17 miliardi di dollari) fortemente voluto dal governo di Lula allo scopo di garantire la fornitura di energia elettrica alla vicina miniera di ferro di Carajas. L’effetto prioritario di quest’opera, però, sarà la creazione di migliaia di disoccupati - per lo più, gli attuali siringueros - e la conversione di uno splendido fiume in una serie di bacini stagnanti con tutta le ripercussioni sugli habitat del caso. Intanto, gli abitanti di quest’area rimangono ancora all’oscuro delle devastazioni che seguiranno la costruzione della centrale idroelettrica.
Il video aiuterà le persone a capire meglio gli impatti del progetto. Anche per le persone che vivono lungo il fiume Xingu, l’impatto di sbarramento del fiume sono difficili da capire. Questa animazione può aiutare la popolazione locale visualizzare il potenziale danno causato dalla diga di Belo Monte, e può incoraggiarli a intraprendere azioni.
sottolinea Antonia Melo, leader e portavoce di Xingu Para Sempre.
Le centrali idroelettriche in Brasile stanno diventando un affare molto grosso (e losco!) che rischia di mettere in ginocchio alcune delle economie che ruotano attorno alle foreste e che traggono linfa proprio dallo sviluppo – sostenibile – delle stesse. Pochi giorni fa, alcuni indios del Mato Grosso, armati solo di lance e mazze, sono riusciti ad assaltare la centrale di Aripuanà prendendo in ostaggio oltre suoi 100 dipendenti per tentare di ottenere almeno un risarcimento per la (loro!) terra perduta… Oggi, invece, è nel mirino un’altra zona pluviale brasiliana, la regione amazzonica orientale della Tierra del Medio, nello Stato del Parà in cui il governo di Lula ha dato l’ok per la costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte Lungo il bacino del fiume Xingù, già dichiarato, nel 2004, “riserva estrattiva” con decreto presidenziale allo scopo di tutelare (allora!) la flora, la fauna e i “siringueros” che lavorano da almeno un secolo all’estrazione del latte dall’albero del caucciù.
La centrale che verrà costruita sarà un colosso di circa 11.233 megawatt capace di rendere, tuttavia, solo il 40% del proprio potenziale a causa delle notevoli differenze riscontrate nel flusso idrico del Rio Xingù tra la stagione secca e quella piovosa (da mille metri cubi al secondo a oltre ventimila) con la conseguente necessità di costruire due immense dighe che cambiaranno totalmente l’equilibrio ecologico e termico dell’area. La prevista deviazione del fiume comporterà la riduzione drastica del suo flusso idrico per un tratto di oltre 100 km, con la conseguente estinzione o diminuzione di un numero considerevole di specie prevalentemente ittiche portando al collasso anche quanti vivono di pesca, di raccolta di erbe officinali - altamente richieste dell’industria cosmetica internazionale - e di castagne….
Molte le azioni legali al momento pendenti per tentare di porre un freno alla centrale di Belo Monte, ma troppo poche, secondo i diretti interessati, le possibilità concrete di vittoria… E questo nonostante lo studio di impatto ambientale abbia riferito di almeno 50.000 sfollati previsti a seguito delle inondazioni e della probabile estinzione delle molte specie animali e vegetali autoctone presenti solo in queste zone, ben presto compresse tra modifica sostanziale dell’habitat e prolungamento della feroce Transamazzonica, rete viaria di agevole distruzione, mettendo a dura prova, inoltre, le aree totalmente protette presenti nei paraggi e le tredicimila persone, apparteneti a 24 popolazioni indigene, che, improvvisamente dovranno fare i conti con tuto questo…
Via | peacereporter
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Abbiamo parlato molte volte dell’importanza delle nuove tecnologie nella lotta al disboscamento, ma per qualcuno la possibilità di accesso ad esse costituisce davvero l’unica possibilità di denuncia e sopravvivenza. E’ il caso degli indios Suruì che vivono nella Terra Indígena Sete de Setembro (il nome ricorda il primo “contatto” con l’uomo “bianco” avvenuto un giorno di settembre nel 1969) nello stato brasiliano di Rondonia - particolarmente flagellato dalla deforestazione - e per cui le nuove armi di difesa sono costituite da gps e macchine fotografiche digitali. Infatti, benché non siano ridotti ai minimi termini come gli Akuntsu, i Suruì hanno visto diminuire drasticamente il numero dei propri componenti nell’arco di pochi anni, passando da oltre 5.000 individui a poco meno di 1.300. Tutta colpa della pressione delle multinazionali sulla foresta Amazzonica. E della deforestazione illegale.
Abbiamo bisogno di modernità per continuare a vivere secondo le nostre tradizioni.
fa sapere Almir Suruì, il capo della comunità. E così si è appellato alla Rete lanciando accorati appelli per cercare un aiuto. Aiuto presto recepito da Google Earth che ha deciso di portare avanti un progetto volto a digitalizzare l’intera aerea abitata dagli indios ( 2.428 km quadrati, un’area di quasi 3 volte la città di New York) dotandoli di tutti i mezzi necessari perché possano monitorare costantemente la loro riserva e, eventualmente, riconoscere e cacciare i disboscatori illegali. Ma non è tutto: consci dell’importanza vitale della foresta pluviale per la vita sull’intera pianeta i Suruì si sono impegnati, da soli, a piantare un milione di nuovi alberi, in sostituzione di quelli andati in fumo contribuendo, così, alla riduzione delle emissioni di C02 nell’atmosfera. Ora sono già a quota 120 mila. E’ il loro strano, meraviglioso modo per far capire a tutti noi, lontani km e km, che siamo tutti parte della stessa “commedia”…

Quanto terreno l’agricoltura ha tolto alla natura? A quale velocità scompare la foresta in Amazzonia? La piccola camera di Proba-V sarà lanciata in orbita per permetterci di saperlo. Il microsensore dell’Agenzia Spaziale Europea, se mandata in orbita, fornisce ogni giorno una panoramica virtuale della variazione di vegetazione sulla Terra.
Il progetto di monitoraggio costante e quotidiano è già ambizioso per una missione completa, figuriamoci per una piccola piattaforma grande meno di un metro cubo. Il piccolo Proba-V per ora è stato testato in laboratorio, sottoposto a condizioni di temperatura estreme, simile a quelle che il satellite incontrerà nello spazio e ha dato buoni risultati.
Negli scorsi 12 anni la variazione di vegetazione è stata osservata ed analizzata dalle telecamere Spot-4 e Spot-5 del programma francese Vegetation, ma lo scopo di mettere in orbita Proba-V è quello di fornire dati aggiornati costantemente e senza interruzione su base quotidiana. Il micro sensore dell’ESA, il più piccolo ad essere lanciato per una missione del genere, se dovesse superare tutti i test come si spera, sarà in orbita dalla metà del 2012.

Uno studio dell’INPE, l’istituto Nazionale brasiliano per le ricerche speciali, ha stabilito che la foresta amazzonica potrebbe essere dimezzata nel 2050, ridotta per la metà ad un deserto tropicale, individuando nello stato della foresta tra 40 anni il punto di non ritorno. Dopo di che non sarà possibile tornare indietro e la Foresta Amazzonica scomparirà del tutto in ancora meno tempo.
Secondo lo studio, quello sopra descritto è lo scenario peggiore, ma anche il più probabile, se le regioni dell’Amazzonia non dovessero intervenire con leggi severe ed efficaci per ridurre la deforestazione, così come ha fatto il Brasile. Se non si interviene con tempestività. la deforestazione, gli incendi, e le emissioni di gas serra ridurranno metà dell’Amazzonia ad una savana tropicale.
Gli anni a venire saranno cruciali per la vegetazione della foresta amazzonica, che risentirà dell’aumento delle temperature, della deforestazione continua e dei roghi. Poiché la vegetazione della foresta ha un ruolo cruciale nel regolare il clima mondiale, la perdita di vegetazione contribuirà ad accelerare la velocità dei cambiamenti climatici e l’ulteriore perdita di vegetazione perché ci sarà sempre meno foresta a regolarli. In un processo che diventerà sempre più veloce, le regioni del Sud e del Sud-Est del Brasile riceveranno sempre meno acqua e perderanno la foresta, divenendo più vulnerabili agli incendi.
Secondo lo studio, il circolo della perdita di Foresta Amazzonica sarà più veloce se si continuano a perdere aree di foresta, la terra sarà più secca e gli incendi attecchiranno meglio. Fino al 2050, quando il livello di foresta perduta sarà tale da non poter più tornare indietro e la desertificazione sarà ormai a metà di quello che oggi possiamo ancora chiamare Foresta Amazzonica.
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