
L’attesa è finita. Domani conosceremo finalmente la sentenza del Processo Eternit, il procedimento record istruito dalla Procura di Torino sulle vittime del materiale cancerogeno. Sono almeno 3000 i morti, fra gli operai e gli abitanti delle zone in cui sorgevano gli stabilimenti, che attendono di capire se i due principali azionisti della multinazionale possano essere ritenuti responsabili delle malattie. Per i due imputati il pm Raffaele Guariniello ha chiesto 20 anni di reclusione, si tratta dell’anziano barone belga Jean Louis Marie Ghislain de Cartier de Marchienne e dello svizzero Stephan Schmidheiny, contestando il reato di disastro ambientale.
Coinvolti non ci sono soltanto i territori di Casale Monferrato, comune piemontese divenuto il simbolo dello scandalo, ma anche quelli di Rubiera, Bagnoli e Cavagnolo in provincia di Torino. Le sedi degli impianti nei quali un numero impressionante di lavoratori si sono ammalati delle gravissime patologie connesse alla respirazione delle fibre di amianto presenti nell’Eternit. L’Afeva, l’associazione che riunisce i familiari delle vittime da amianto, continua da anni le sue denunce e attende soddisfazione dalla sentenza ricordando che “altre centinaia di vittime si sono aggiunte in questi ultimi anni. Le patologie da amianto che hanno colpito e ancora stanno colpendo le ex lavoratrici e lavoratori e le popolazioni sono mesotelioma (tumore maligno alla pleura o peritoneo), carcinoma polmonare e asbestosi”.
Fra le parti civili costituitesi nel procedimento non mancherà il Comune di Casale dopo il dietrofront di qualche giorno fa sulla questione del risarcimento. L’amministrazione locale aveva dato la sua disponibilità ad accettare un risarcimento da 18 milioni di euro promettendo di non avanzare altre pretese in sede giudiziaria, ma le feroci polemiche seguite alla notizia hanno indotto il Sindaco ad un ripensamento. Scopriremo soltanto fra poche ore se le ragioni pratiche (incassare subito la somma) erano più fondate di quelle morali che impongono di non scendere a patti con la multinazionale che ha causato tanti morti fra i cittadini e i lavoratori di Casale. Lo streaming live dal Palazzo di Giustizia partirà dalle ore 9 attraverso il sito istituzionale della Provincia di Torino a questo link.
Foto | © TM News

Nella Milano dei leghisti duri e puri, dei cummenda tutti d’un pezzo accade che Franco Nicoli Cristiani (PdL), vicepresidente della Regione Lombardia finisca in manette con le accuse di traffico illecito di rifiuti e corruzione.
Le indagini sono state condotte dai carabinieri del comando provinciale di Brescia, dalla polizia e coordinate dai pm Silvia Bonardi e Carla Canaia, mentre le richieste di custodia cautelare sono state emesse dal Gip. Ebbene, grazie a una serie di intercettazioni telefoniche è emersa una presunta tangente da 100mila euro che sarebbe stata consegnata dall’imprenditore Pierluca Locatelli. Perché i soldi al politico Nicoli Cristiani? Per ammorbidirlo sui controlli nei cantieri della Bre-Be-Mi (Brescia, Bergamo, Milano) a Fara Olivana con Sola e a Cassano d’Adda ora sotto sequestro, dove sarebbero stati interrati abusivamente rifiuti illeciti. Non solo, ma la morbidezza sarebbe servita anche per le autorizzazioni facili della cava per amianto di Cappella Cantone nel Cremonese anch’essa sotto sequestro con l’impianto di Calcinate.
Le manette sono scattate per altre 9 persone tra cui anche per Giuseppe Rotondaro coordinatore degli staff dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambiente) che avrebbe ricevuto una tangente da 10mila euro.
Via | Il Giornale, Eco di Bergamo
Foto | Verdi Lombardia

Il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, prende atto che c’è ancora molto da fare per eliminare l’amianto nell’isola. Il problema è assai diffuso nei siti industriali e petrolchimici siciliani dove, come vi abbiamo recentemente raccontato, i lavoratori ancora aspettano che vengano loro riconosciuti i benefici di legge previsti per il rischio amianto. In una nota della presidenza della Regione Sicilia, adesso, si annuncia i risultati dell’ennesimo tavolo tecnico tra gli assessori regionali alla Salute, all’Energia, al Lavoro e all’Ambiente per pianificare le soluzioni del caso.
I tavoli tecnici, in Sicilia come in buona parte d’Italia, solitamente servono a poco. Ma c’è di buono che Lombardo inizia ad ammettere che il problema c’è ed è serio:
e’ emerso un quadro che, a fronte di province maggiormente interessate, poiche’ sedi di siti contaminati di interesse nazionale (Caltanissetta, Catania, Messina, Siracusa), il numero delle aree bonificate in tutta la regione e’ ancora esiguo
Continua a leggere: Amianto, in Sicilia qualcosa si muove: Lombardo ammette il problema

L’Azienda sanitaria provinciale di Caltanissetta ammette: c’è ancora molto amianto da rimuovere all’interno del polo petrolchimico Eni di Gela. Ma farlo non sarà facile.
Nelle ultime settimane a Gela la lotta all’amianto è tornata all’ordine del giorno, soprattutto grazie alle dure proteste del Comitato spontaneo dei lavoratori vittime dell’amianto e alle denunce della locale associazione ambientalista Aria Nuova.
Il problema, però, sono i controlli: come ammette la stessa Asp, infatti, per fare un controllo l’autorità sanitaria deve chiedere il permesso ad Eni che, per ragioni di sicurezza, non fa entrare nessuno in raffineria senza una sfilza di carte al seguito
appena giunti presso l’industria gelese i nostri ispettori devono comunque richiedere le necessarie autorizzazioni alla direzione, e quindi la possibilità di un monitoraggio a trecentosessanta gradi non sempre può completamente concretizzarsi
Due sono le grandi questioni riguardanti l’amianto a Gela: la prima è quella legata alla salute, visto che l’amianto si aggiunge ad un enorme numero di ulteriori fattori di rischio per chi lavora in raffineria; la seconda è quella del riconoscimento, legale e previdenziale, del rischio amianto per i lavoratori.
Via | Sicilia Informazioni
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Questa mattina, a Casale Monferrato in provincia di Alessandria, è morta Luisa Minazzi donna simbolo della lotta all’amianto. Stroncata dal mesotelioma pleurico, cancro causato dall’esposizione all’amianto, Luisa Minazzi aveva appena 58 anni ed era ammalata dal 2007. Non è l’unica vittima dell’amianto nella sua famiglia: il padre, operaio alla Eternit, si ammalò di asbestosi, altra malattia legata alla fibra killer.
Minazzi fu tra le fondatrici di Legambiente a Casale Monferrato. Impegnata anche in politica, da assessore comunale all’Ambiente, lottò per ottenere l’ordinanza con la quale fu bandito l’Eternit in tutto il territorio di Casale.
Legambiente, in un comunicato stampa del suo presidente Vittorio Cogliati Dezza, ricorda e ringrazia questa donna coraggiosa:
Queste morti silenziose non rubano le prime pagine dei giornali eppure Luisa era riuscita a far sentire forte la sua voce, raccontando la malattia che l’aveva colpita e quella delle altre 3000 vittime da eternit di Casale Monferrato. Un paese di 35000 abitanti in cui ci sono 50 nuovi casi l’anno di malati da amianto. Così ora mentre le cronache nazionali, le grandi televisioni, e dunque il Paese, sembrano davvero scoprire - adesso, finalmente - cos’è il dramma dell’amianto, il messaggio di Luisa Minazzi rimane indelebile nella storia per aver sensibilizzato l’opinione pubblica su una tragedia immane, ma anche come traccia di speranza per vincere una battaglia che solo qualche anno fa sembrava impossibile. E’ per questo che, seguendo il grande insegnamento di Luisa, proseguiremo quella stessa lotta, nel ricordo della sua tenacia e dell’impegno, che da sempre ha messo al servizio delle battaglie civili
Via | Legambiente
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Sono in 500, lavorano tutti al petrolchimico di Gela o vi hanno lavorato per anni e ora sono in pensione, e chiedono giustizia. E’ la storia del comitato spontaneo dei lavoratori contro l’amianto nel polo gelese che vedono, ancora oggi dopo quasi vent’anni dall’entrata in vigore della legge che mette al bando l’amianto, il loro posto di lavoro pieno zeppo di Eternit e altri manufatti contenenti questa sostanza altamente cancerogena.
Ancor di più, non ostante i tumori e le malattie respiratorie siano ormai frequentissime tra i lavoratori e gli ex lavoratori del petrolchimico, hanno enormi difficoltà a vedersi riconosciuto il rischio amianto, con tutti i vantaggi sanitari, economici e previdenziali che spettano a chi ha lavorato (perchè, in effetti, oggi non dovrebbe lavorarci più) a contatto con l’amianto.
Uno dei mille problemi del petrolchimico gelese che, ormai, scoppia di contraddizioni.

Si è conclusa ieri a Torino la seconda conferenza nazionale non governativa sull’amianto Amianto e Giustizia, promossa da AIEA, Legambiente, Associazione Medici per l’Ambiente, alla quale hanno aderito i principali sindacati dei lavoratori italiani e moltissime associazioni.
Durante la conferenza Legambiente ha presentato Liberi dall’Amianto, il rapporto sullo stato di risanamento dei siti inquinati da amianto, per capire quanto, dove e come si è esposti all’amianto in Italia. Ci sono ancora circa 75.000 ettari di territorio abitati contaminati da amianto, inseriti nell’ambito del Programma nazionale di Bonifica, ma non ancora bonificati, da Casale Monferrato fino a Siracusa.
L’amianto è presente in forma naturale nelle miniere, è stoccato nei magazzini o abbandonato negli stabilimenti produttivi, è miscelato al cemento e presente nelle onduline dei tetti delle case costruite negli anni Settanta e Ottanta e negli edifici industriali. Per non parlare degli stabilimenti produttivi, dove l’amianto si estraeva e si lavorava fino al 1992, quando l’Italia deteneva il primato nella lavorazione e nel numero eccezionale di tumori alle vie respiratorie per contaminazione da amianto in ambito professionale, che continuano al ritmo di 2000 decessi l’anno.
Continua a leggere: Liberi dall'amianto: da Torino a Siracusa l'Italia che aspetta le bonifiche

Tanto in voga fino agli anni 80 da prendere il nome dell’azienda produttrice, la miscela amianto-cemento, nota col nome di Eternit era nella case di tutti gli italiani nei tetti, nei tubi, nelle vernici, e la Eternit la famosa azienda produttrice. Ora l’amianto è fuori legge dal 1992, e la Eternit sigillata dal 1986, è chiamata oggi davanti ai giudici di Torino con l’accusa di aver ucciso 2000 persone, morti per amianto alla media di 55 all’anno e di averne fatte ammalare almeno il doppio.
L’amianto è considerato la sostanza killer del ‘900: l’inalazione di polvere di amianto può provocare malattie croniche dei polmoni o tumori della pleura e agisce anche a distanza di decenni, ed è per questo che soltanto oggi si contano le reali vittime dell’esposione da amianto, a distanza di quarant’anni, nell’ordine dei 2000 morti e circa 6000 parti lese.
Ci sono crisi ambientali eclatanti, che esplodono, uccidono e fanno notizia, e ci sono catastrofi silenziose, che mietono vittime e contaminano l’aria anno dopo anno, in silenzio, e quella dell’eternit è tra queste. Mentre Casale Monferrato assiste alla prima udienza del processo alla Eternit, l’azienda che per 50 anni ha dato lavoro e tolto la vita all’intero paese, noi speriamo che i rsponsabili paghino e che le leggi sull’amianto e su altre sostanze cangerogene siano effettive e agiscano per la tutela dei lavoratori e dei cittadini, non a trent’anni di distanza.
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Riguardo al ritrovamento di rifiuti altamente tossici (circa 10mila tonnellate tra eternit, amianto e altro ancora da identificare) avvenuto qualche giorno fa nella Cava di Chiaiano, a seguito di un ispezione condotta su richiesta del Procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore, il Presidio in difesa delle cave di Chiaiano e Marano ha una precisa opinione, ossia che quel materiale non sia finito li per caso (cioè frutto del business della camorra) ma trasportato e interrato dagli stessi militari su ordine del Sottosegretario Guido Bertolaso, per screditare quanti sono a difesa della zona e non intendono avere vicino casa una discarica.
A dimostrazione della loro tesi domani, alle 10,30 il Presidio terrà una conferenza stampa presso l’aula Magna M. Ripa di Palazzo Giusso (Università Orientale) dove sarà mostrato e poi distribuito pubblicamente l’intero materiale video raccolto.
Il breve video che vi segnalo su e che è stato distribuito in anteprima, mostra militari con maschere antigas, che circondano di filo spinato, una delle vasche ispezionate che contiene con ogni probabilità uno dei materiali pericolosi.
Tra qualche mese il Sottosegretario Guido Bertolaso avrebbe voluto dare l’avvio al primo lotto della discarica di Chiaiano, ma un blitz della magistratura coordinato dal pm Antonio D’Alessio e voluto dal procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore, ha portato alla luce quello che il Generale Giannini, braccio operativo di Bertolaso, già conosceva da qualche giorno: in quattro vasche della Cava del Poligono sono interrati amianto e eternit. In altre vasche è stato trovato materiale non ancora identificato al vaglio dei tecnici dell’Arpac per un totale di circa 10mila tonnellate di rifiuti.
Ha detto il Generale Giannini:
Da mesi i cittadini di quel quartiere ci dicono che vogliono difendere dalle nostre ruspe il loro Parco delle colline, il loro verde. Noi andiamo lì e che cosa troviamo sotto il presunto verde? Ben 10 mila tonnellate di amianto e vari rifiuti pericolosi. Alcuni, si badi, conservati in alcuni sacchi con etichetta Enel. Ora mi chiedo: i cittadini, e soprattutto gli accademici, i vari Ortolani e de Medici, che sostengono la protesta, dov’erano quando si seppellivano questi veleni?