
La trappola della Jatropha è un dossier preparato da Friends of The Earth a proposito dei recenti accordi Brasile-Europa per la coltivazione di Jatropha da destinare alla produzione di biodiesel. L’Europa però dichiara di voler produrre biodiesel nei limiti della sostenibilità.
La cooperazione tra Brasile e Europa prevede che lo sviluppo della coltivazione della jatropha avvenga in Mozambico. Secondo Foei si tratta però ti togliere terreno agricolo e destinarlo alla produzione di biodiesel: la domanda presentata dagli investitori prevedela riconversione di 4,8 milioni di ettari di terreno, circa un settimo della terra arabile a disposizione del paese.
Spiega Anabela da Lemos di Friends Of The Hearth:
L’espansione dei biocarburanti nel nostro paese sta trasformando foreste naturali e la vegetazione spontanea in piantagioni, mentre sottrae fertili terreni agricoli all’agricoltura di sussistenza, alla produzione di cibo per le popolazioni locali, mentre si diffondono i conflitti con le comunità locali più di proprietà della terra. Vogliamo investimenti che consentano di produrre cibo per la nostra gente e non carburante per le automobili straniere .
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Foto | Friends of The Earth
Julia Roberts dal prossimo autunno sarà impegnata nelle riprese di “Our wild life” per la regia di Walter Salles. Il film racconta la storia di Daphne Sheldrick che ha dedicato la propria vita a salvare gli elefanti del Kenya minacciati di estinzione. Ebbene Julia Roberts ammette che il ruolo le piace moltissimo perché lei è un ecologista convinta, tanto da meritarsi tra le star di Hollywood il soprannome di “recycled woman”.
Nella lunga intervista rilasciata a NeoPlanete, racconta che dalla sua casa è bandita ogni forma di spreco energetico. E detto da una che guadagna 20milioni di dollari a film suscita quanto meno meraviglia.
Dopo aver interpretato la militante ecologista Erin Brockovich, la Roberts spiega che la sua coscienza ambientalista si è manifesta dopo la maternità:
Una volta diventata madre ho iniziato a vigilare sulla qualità della vita dei miei figli. Ho iniziato a osservare ciò che mangiavano. La maternità è stata per me un un catalizzatore importante per la tutela dell’ambiente. Dopo anni di riflessione, ho iniziato a agire.
Continua a leggere: Julia Roberts ecologista convinta si è trasformata in Pretty Ecowoman

Il senatore D’Alì, attualmente Presidente della Commissione Ambiente del Senato, dopo aver guidato la cordata dei senatori anti Kyoto ne prepara un’altra. E’ in fase di discussione in Commissione Ambiente il Disegno di Legge S.1820 “Nuove disposizioni in materia di aree protette” che si prefigge di riorganizzare parchi e riserve, in terra e in mare.
Accanto a proposte ragionevoli come l’accorpamento sotto un unico ente gestore delle aree protette marine prospicienti quelle terrestri, che dovrebbe razionalizzare di molto la gestione di parchi e riserve, ce ne sono alcune quanto meno preoccupanti. Due, in particolare, riguardano la gestione stessa delle aree protette.
D’Alì propone un consorzio al 70% pubblico (Regioni e altri enti locali) affiancato da “soci” privati. Statuto, obbiettivi e, soprattutto, confini dei parchi dovrebbero essere rivisti ogni tre anni, con la possibilità di creare zone protette a geometria variabile che crescono e si riducono in base alle “esigenze socioeconomiche del territorio”.
E’ stato firmato oggi il protocollo d’intesa tra Regione Campania, Ente autonomo Volturno, gestore dei trasporti pubblici regionali, TechnoDistrict e l’arcidiocesi di Capua che da il via al progetto “Agro-Energy”.
Il progetto è molto interessante perchè consiste nel coltivare alcuni terreni dell’agro aversano, sequestrati alla camorra, con essenze oleaginose utili a produrre biodiesel. Oltre al valore simbolico di strappare la terra ai camorristi, c’è anche un risvolto ecologico che va anche oltre la riduzione del consumo degli idrocarburi.
I terreni sequestrati, infatti, spesso sono contaminati a causa degli sversamenti illegali di rifiuti. Ciò ne pregiudica ogni tipo di sfruttamento per scopi alimentari. Ecco allora l’utilità di coltivarlo per produrre biodiesel: si rimette in produzione il terreno per scopi non alimentari e, contemporaneamente, si aiuta il terreno a smaltire gli inquinanti tramite la coltivazione.

Tra pochi giorni, l’11 febbraio, a Salvador de Bahia avranno inizio i festeggiamenti per il Carnevale brasiliano 2010, quest’anno un po’ più attento all’ecologia.
La Petrobas, azienda brasiliana che si occupa dell’alimentazione dei carri, ha annunciato che i generatori elettrici ed i camion che ospitano gli amplificatori, saranno alimentati con biodiesel. Secondo l’azienda, ciò comporterà una riduzione delle emissioni tra le 10 e le 15 tonnellate.
A contribuire all’impatto minore del Carnevale 2010 di Bahia, ci pensa anche l’amministrazione comunale, che ha annunciato che tutti i costumi e le maschere di Carnevale saranno ecologici e realizzati con materiali riciclabili, così come lo saranno i milioni di bicchieri di carta utilizzati nei giorni di festa. Speriamo che qualcuno si occupi anche della raccolta differenziata e di smaltire i rifiuti della festa dei costumi, dei carri e delle luci; noi intanto, apprezziamo l’esempio di Bahia.
Il signor Paul Carter ha dato inizio alla sua avventura ecologica: attraversare l’Australia a bordo di una eco-moto alimentata esclusivamente a olio di frittura. L’impresa è titanica e colui che la compie è un ex-estrattore di petrolio convertito all’ecologia.
La partner nell’impresa, che si chiama Betty the BioBike, è una moto regolarmente registrata e dotata di assicurazione, frutto degli studi del Dipartimento di Ingegneria Meccanica dell’università di Adelaide. La motocicletta ha un motore alimentato a biodiesel, a partire da una miscela di olio di frittura e grasso animale.
Betty the BioBike non è nuova alle sfide, la motocicletta si è infatti aggiudicata il Premio Ambiente nella gara Panasonic World Solar Challenge, per aver rilasciato solo 71 grammi di anidride carbonica per km percorso, con un’efficienza di 3,5 litri per 100 km.
Questa volta Betty the BioBike, guidata da Paul Carter, percorrerà circa 20.000 km sulle strade australiane, e consumerò circa 650 litri di olio esausto a una velocità media di 95km/h, a dimostrazione del fatto che il biodiesel può essere usato per alimentare un veicolo commerciale su lunghi percorsi.
via | Rinnovabili
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Numerosi gruppi di ricerca stanno spostando ultimamente la loro attenzione sui biocarburanti di seconda generazione ovvero su quei vettori energetici ottenuti dagli scarti dei sottoprodotti alimentari. A tal proposito mi sembra interessante riportare ciò che è stato recentemente scoperto nel centro studi e ricerche dell’Università di Cordoba in Spagna dove è stato realizzato un biodiesel (di seconda generazione appunto) ottenuto dalle proteine del pancreas dei suini.
Il processo di lavorazione consiste, attraverso una complessa lavorazione, nel creare una soluzione costituita dagli enzimi pancreatici di suino con l’etanolo e vari oli del settore agricolo. La scoperta rientra in un progetto denominato Seneca Catalyst che ha come obiettivo quello di ridurre l’impatto ambientale dei processi chimici utilizzando le risorse rinnovabili e il riciclaggio dei materiali.
Le novità però non si fermano qui tant’è vero che è stato già messo a punto un impianto pilota in grado di produrre in grandi quantità questo nuovo biodiesel. La tecnologia, che si trova all’interno del campus dell’Università di Cordoba, ha una capacità produttiva di 6.000 tonnellate all’anno di biocarburante. L’inizio della produzione è però ancora in stand-by in quanto si è ancora in attesa di ottenere le autorizzazioni necessarie per l’avvio, che tuttavia dovrebbe avvenire già dal prossimo mese di ottobre.
Continua a leggere: Un nuovo combustibile ecologico ottenuto dalle proteine dei suini
Certo, non è una novità produrre biodiesel dalle alghe, ne abbiamo parlato tempo fa con la Solazyme e con il progetto Vertigrow, ma questa volta i protagonisti potreste essere voi. Se infatti vi piace armeggiare con trapani ed affini non potrete perdere l’occasione di produrre il vostro bioreattore per alghe.
Le istruzioni potete trovarle su Instructables che vi guiderà passo passo nella vostra creazione. Peccato però che non ci forniscano anche alcuni dati utili per comprenderne gli effettivi vantaggi ecologici (ma anche economici) nella creazione di tale impianto. Non considerando poi una buona dose di manodopera per il mantenimento, senza la quale il nostro lavoro andrà rapidamente “a ramengo”.
Insomma, aldilà della produzione di alghe il progetto mi sembra essere un po’ scarno e non mi pare abbia alcun fine se non quello di produrre biomassa della quale però non sapremmo poi che farci. Produrre biomassa è semplice, è un processo naturale; la parte difficile è produrre biodiesel semmai. Capisco le buone intenzioni, ma questo progetto mi trova un po’ critico.. a voi ulteriori commenti.
Via | Instructables
Secondo Forbes e American Scientific, il dottore di Beverly Hills Craig Alan Bittner ha alimentato il suo SUV Ford, e la Lincoln Navigator della fidanzata, con biodiesel ricavato dal grasso che aveva estratto dai suoi pazienti con la liposuzione.
Non è chiaro quando Bittner ha iniziato e finito di ottenere biodiesel dal grasso umano, o quale procedimento abbia utilizzato. Si sa solo che le sue attività sono venute alla luce a causa dei suoi problemi giudiziari, legati al fatto che ha fatto eseguire operazioni al suo assistente ed alla fidanzata, anche se non avevano i titoli per farlo. Non solo, i due nelle operazioni avrebbero rimosso troppo grasso dai loro clienti, lasciandoli sfigurati, e questo uso dei rifiuti medici umani è considerato illegale in California.
Per evitare ogni problema, Bittner ha chiuso la sua clinica, la Beverly Hills Liposculpture, e si è spostato nell’America del Sud per lavorare come volontario in una clinica, e per un po’ ha anche chiuso il suo sito sul lipodiesel.
Al di là della fuga, resta una domanda: le maniglie dell’amore possono alimentare una macchina? Sì, perché il grasso - animale o vegetale - contiene trigliceridi che possono essere estratti e trasformati in biodiesel. Diverse imprese americane stanno pensando di produrre biodiesel dal grasso di animali come polli, bovini o maiali, miscelati all’olio di soia. Secondo Mike Shook di Agri Process Innovations, quest’anno, quasi la metà del biodiesel USA deriverà da materie prime animali.
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Secondo uno studio dell’Università del Nevada-Reno, pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, dagli oltre 7 miliardi di tonnellate di caffè consumati ogni anno nel mondo, potrebbero venire prodotti circa 1,2 miliardi di litri di biodiesel. I resti del caffè risultano particolarmente adatti alla conversione in carburante poiché già contengono il 10/15% di olio a seconda della varietà (arabica o robusta).
Il biodiesel prodotto, inoltre, è molto stabile, a causa degli agenti anti-ossidanti contenuti nel caffè, mentre il residuo può essere utilizzato come compost per il terreno o pellet per stufe. I ricercatori hanno asciugato i resti di caffè della Starbucks (già impiegati come compost negli USA), mischiandoli successivamente con dei solventi per estrarne l’olio contenuto dopo un passaggio in una centrifuga. I solventi vengono poi recuperati e riutilizzati nel ciclo successivo.
Il risultato finale è del biodiesel dal totale dell’olio estratto dal caffè. Il settore del caffè in Italia alimenta un giro d’affari alla produzione che si aggira sui due miliardi di euro. I torrefattori in attività sono circa 750 e trasformano annualmente poco più di 6,8 milioni di sacchi di caffè verde (un sacco = 60 kg), tutto importato. Questo vuol dire che nel 2007 sono state importate circa 420 mila tonnellate di caffè; usare lo scarto per fare carburante e compost potrebbe essere una buona idea per accrescere l’indipendenza energetica.
Via | GreenCarCongress
Foto | PacoR