Mentre gli effetti della marea nera provocata dall’incidente della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico sono ancora lì, con tanto della “soluzione” del solvente chimico Corexit che ha ulteriormente contaminato la catena alimentare, la BP pensa bene di promuovere la sua immagine con una ricca sponsorizzazione per le Olimpiadi di Londra del 2012.
Dettaglio non secondario, che è apparso come un’autentica beffa, nello spot in questione un’atleta corre su una splendida spiaggia incontaminata mentre due surfisti in acqua la osservano. Quello di cui possiamo essere certi è che non si trattava di una spiaggia della Louisiana.

Il gigante russo del petrolio e del gas naturale Rosneft e quello britannico Bp hanno siglato un accordo da 16 miliardi di euro che ha per oggetto l’Artico. Sotto i ghiacci del Polo Nord ci sono immense riserve di idrocarburi, ma sono difficili e costose da sfruttare.
Lo stesso Artico, poi, è al centro di una controversia internazionale tra Usa, Canada, Norvegia, Russia e Danimarca per la definizione dei suoi confini. Ecco, allora, che l’alleanza russo-britannica ha anche un sapore tutto politico: Vladimir Putin cerca alleati che appoggino le sue mire sulle risorse artiche.
In questo accordo Bp (che qualche mese fa ha dovuto vendere mezzo giacimento polare in Alaska, per pagare i danni della marea nera) ci mette la tecnologia, mentre Rosneft ci mette i giacimenti. Sarà molto più difficile per gli ambientalisti, ora, contrastare le trivellazioni nell’artico.
Le polemiche già abbondano, visto l’impatto ambientale dell’industria del petrolio su una zona così “pura” e delicata come quella del Polo Nord. Celebre il caso di Biancaneve, un giacimento norvegese sull’isola di Melkoya dove da pochi anni è arrivato il più grande impianto di liquefazione di gas d’Europa. I cittadini dell’isola già l’anno ribattezzato “Cenerentola”: da quando c’è l’impianto il villaggio è pieno di fuligine…
Dopo la diffusione dei risultati dell’indagine governativa sulla marea nera nel Golfo del Messico sono emerse le responsabilità nel disastro di Bp, Transocean e Halliburton.
Quest’ultima, però, non accetta critiche e rispedisce le accuse al mittente. Il famigerato cemento fornito a Bp, infatti, secondo Halliburton era perfetto e non aveva alcun problema: il test di stabilità citato dalla Commissione di indagine governativa, che aveva dato esito negativo, era falsato da un errore di un tecnico che avrebbe sbagliato il mix di ingredienti.
La circostanza, afferma l’azienda, è stata comunicata alla Commissione che non ne ha tenuto conto. Secondo Halliburton, infatti, la Commmissione avrebbe selezionato ad arte notizie e informazioni per costruire il verdetto di condanna.

E quindi uscimmo a riveder le stelle? Forse sì: l’ormai screditatissima Bp (che recentemente ha persino taroccato le immagini della sua centrale operativa, dopo aver offerto soldi agli scienziati per il proprio silenzio) afferma che l’operazione “Top Kill”, cioè un’immensa colata di cemento dentro il bucone del pozzo Macondo che da aprile avvelena il Golfo del Messico sputando petrolio, sta funzionando.
Se, e ribadisco se, ciò che dice Bp è vero, allora mai colata di cemento fu così gradita a chi si occupa di ambiente. Come si fa a sapere se ciò che dice Bp è credibile, dopo tutte le bufale e semi-bufale di questi mesi?
Difficile dirlo: l’azienda ha gli occhi della stampa di mezzo mondo, ma è agosto. E, si sa, ad agosto le redazioni di mezzo mondo sono in ferie e a ranghi ridotti…
Mentre il Ministro Stefania Prestigiacomo, lo ricordo al dicastero dell’Ambiente, chiede con forza che si proceda con la costruzione delle centrali nucleari in Italia, si dice però preoccupata dalle trivellazioni off shore di Bp in Libia.
Ohibò e perché lo sarebbe? La Libia affaccia nel Mar Mediterraneo e dunque un incidente simile a quello accorso nel Golfo del Messico potrebbe distruggere il nostro mare poiché chiuso e non aperto come l’Oceano.
Condivide il Ministro Prestigiacomo le preoccupazioni per un Mediterraneo probabilmente inquinato da un probabile incidente della Bp con il Senatore Antonio D’Alì, presidente della Commissione Ambiente e con Franco Frattini Ministro degli Esteri. Di certo, in quanto a inquinamento la Sicilia che affaccia al di qua della Libia può dirsi soddisfatta: il triangolo dei veleni Priolo, Augusta, Melisi soddisfa parecchi requisiti di invivibilità. Eppoi noi in Italia abbiamo proprio a Pozzallo la piattaforma di estrazione Vega di Edison che è sicura e non crea problemi.
Riferisce Marsala.it:
D’Alì ha anche rilevato che un eventuale incidente potrebbe tramutarsi in un “disastro irreversibile per tutti i paesi del Mediterraneo” che è un mare chiuso e già pesantemente inquinato dall’azione antropica. Il presidente D’Alì ha salutato con soddisfazione l’intervento del ministro Prestigiacomo perché “conferma la presa di coscienza del governo italiano dopo gli allarmi da me lanciati in Parlamento e ripresi anche dalla stampa internazionale. Confidiamo ora, dopo gli interventi sia del ministro Frattini, sia del ministro Prestigiacomo, che le azioni auspicate dalla commissione Ambiente del Senato possano trovare attuazione”. D’Alì si riferisce alle recenti mozioni approvate in Senato che di fatto costituiscono delle vere e proprie moratorie alle trivellazioni nelle acque italiane ma ribadisce anche che “il comune obiettivo deve esser bloccare le autorizzazioni alle trivellazioni in qualunque parte del Mediterraneo” a cominciare da quelle “pregresse italiane per le quali ci attendiamo coerentemente dal governo nei prossimi giorni una dichiarazione di immediata moratoria e una successiva revoca. Infatti perdurano alcune operazioni di ricerca nelle acque del Canale di Sicilia e segnatamente nelle vicinanze dell’isola di Pantelleria che stanno destando ’sospetti’ e allarme nelle popolazioni interessati e in tutta la Sicilia”.
Foto |Piazzagrande

Se non fosse chè Bp ci ha ormai abituati a tutto, persino alle foto taroccate, questa sarebbe una notizia bomba che dura un mese. Ma la società britannica del petrolio e dell’energia ormai è in grado di spararsene una al giorno. L’ultima: Bp sta offrendo contratti blindati ai maggiori esperti americani di ambiente marino.
Lo denuncia l’Associazione americana dei docenti universitari: molti professori sono stati contattai con l’offerta di un contratto capestro, ma ben pagato, che non permette loro diffondere le informazioni acquisite per almeno tre anni o fino al momento in cui l’amministrazione Obama non abbia dato l’ok definitivo al piano aziendale di ripulitura del massacrato Golfo del Messico.
Qualcuno ha accettato, qualcuno no. Come Bob Shipp, titolare del dipartimento di Scienze marine all’università del South Alabama:
Si sono messi in contatto con me dicendo di voler collaborare con il nostro dipartimento per sviluppare il migliore programma di ripristino possibile alla fuoriuscita di petrolio. Noi abbiamo stabilito i principi di base, che tutta la ricerca adotta, noi avremmo avuto il controllo totale dei dati, ci sarebbe stata trasparenza avremmo messo i dati a disposizione di altri scienziati per il peer review. Se ne sono andati e non li abbiamo più visti
Via | Economic Times
Foto | Flickr

Periodaccio per Bp che, oltre ad essere sotto pressione per il disastro della marea nera nel Golfo del Messico, ora si vede indagata anche in Texas dove, nell’aprile scorso (decisamente un mese da dimenticare per l’azienda), un incidente alla raffineria ha causato l’immissione in atmosfera di oltre 220 tonnellate di veleni.
Ora il Procuratore Generale dello stato del Texas ha aperto un’indagine per capire cosa sia esattamente successo. Bp, inizialmente, aveva redatto e reso pubblico un rapporto di massima sull’accaduto ma un rapporto dettagliato non arrivò prima del 4 giugno.
L’incidente in sé è abbastanza chiaro: un problema all’impianto di ultracracking dell’idrogeno che causa il blocco parziale dell’impianto che per 40 giorni viene fatto funzionare al 55% mentre tonnellate e tonnellate di prodotti petroliferi non trattati vengono deviati alla torcia per essere smaltiti bruciandoli. Una storia identica a mille altre in tutte le raffinerie del mondo, Italia compresa. Solo che negli Stati Uniti indagano…


Veramente incredibile, Bp ha perso la testa: in preda al panico da marea nera, e vittima delle infinite polemiche sull’immobilismo nella gestione del disastro della Deepwater Horizon, la multinazionale inglese dell’energia ha ben pensato di taroccare la foto del centro di comando dell’ormai famigerata “response” di Houston. Avranno pensato: è meglio che diamo l’impressione che stiamo lavorando sodo.
Il grafico, però, di voglia di lavorare ne aveva veramente poca e ha fatto un lavoro pessimo: ha preso una foto del 2001, per di più brutta, raffigurante tre addetti che non fanno assolutamente nulla, ha clonato qualche monitor e ha affermato che la foto è del 16 luglio 2010, trasformando tre scanza fatiche in tre solerti addetti alla sicurezza. E, per fare il danno completo, ha scontornato malissimo le teste e le orecchie tanto che si vede a un chilometro che i monitor sono appiccicati.
Risultato: un blogger, John Aravosis di Americablog.com, ha scoperto il tarocco e Bp ha fatto l’ennesima figuraccia, dovendo persino ammettere il colpo di Photoshop dopo che la notizia è stata riportata sul sito del Washington Post.
Ma c’è anche di peggio: il tarocco non è un caso isolato! Sempre Aravosis, su suggerimento di un lettore, mostra un’altra foto truffaldina: questa volta si tratta di un tavolo di lavoro durante l’operazione “Top Kill”, miseramente fallita. Anche in questo caso i volti sono scontornati con l’accetta…
Guarda la gallery con tutte le foto taroccate da Bp:
Continua a leggere: Bp ha taroccato le foto del Centro di comando anticrisi di Houston
Non finiscono i guai per Bp: dopo aver posizionato una seconda campana contenitiva che sembrava molto più resistente della prima, ecco sbucare una perdita imprevista. La campana probabilmente non è così efficace come sembrava. A tre mesi dall’esplosione della piattaforma di estrazione Deepwater Horizon della Bp, e dalla fuoriuscita giornaliera di almeno 60mila barili di petrolio che si disperdono nelle acque del Golfo del Messico, non si riesce più a venire a capo di questa immane tragedia ambientale.
I funzionari del Governo degli Stati Uniti hanno perciò chiesto a Bp sia spiegazioni sia nuovi test con una lettera indirizzata a Bob Dudley (nella foto a sinistra), amministratore delegato di BP. Thad Allen del National Incident Commander che ha firmato la missiva chiede spiegazioni in merito ai test che hanno constatato diverse anomalie. Per Ora Bp non ha annunciato decisioni in merito.
Per trovare risposte all’incredibile disastro della Deepwater Horizon, e alla conseguente marea nera, si batte la pista cinese. Secondo la stampa inglese, infatti, Bp avrebbe mandato a ispezionare in Cina il famoso blow-up preventer, cioè l’ultima valvola di sicurezza anti-disastro.
Proprio la valvola che non ha funzionato, causando la terribile fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico. A quanto pare, inoltre, non si tratterebbe di un episodio isolato ma di una pratica assai diffusa nel settore petrolifero. Inutile dire che i motivi sono prettamente economici: tutto in Cina costa meno, persino i controlli ingegneristici.
Se non fosse che, poi, il detto “chi più spende meno spende” ha sempre ragione: di pochi giorni fa, infatti, la notizia che Bp sta vendendo i gioielli di famiglia per pagare i debiti causati dal disastro. Riguardo ai controlli agli impianti di sicurezza, poi, già due mesi fa l’Huffington Post mise in luce i meccanismi del tutto opachi che regolano (o meglio, “deregolano”) l’industria petrolifera americana: controllori e controllati che coincidono, con buona pace della sicurezza.