Appena qualche giorno fa abbiamo parlato dell’iniziativa del governo francese di distribuire lungo le strade del Paese numerose piante mellifere per far fronte al problema della diminuzione delle api. In riferimento a quella notizia mi sembra interessante segnalare come nell’ultimo periodo siano stati pubblicati diversi studi in materia che ci indicano come il problema della riduzione del numero di questi insetti sia un fenomeno sempre più preoccupante.
Secondo un primo studio francese si sarebbe scoperto infatti che il problema dell’estinzione starebbe riguardano soprattutto alcune specie di api. Sarebbe infatti emerso che quelle che si nutrono di polline di diverse piante avrebbero un sistema immunitario più forte rispetto a quello che hanno le api che si nutrono invece di una sola pianta.
Tale studio ha concluso che proprio nelle specie di api incapaci di non variare la loro alimentazione si starebbero verificando le più marcate diminuzioni di specie. Vi sarebbe perciò un collegamento tra la varietà alimentare delle api ed il loro sistema immunitario. In sostanza si è scoperto che le api che venivano alimentate con cinque diversi tipi di polline avevano livelli più elevati di glucosio ossidasi (GOX), rispetto a quelle che si nutrivano di un solo tipo di polline di fiore.
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La cattura e il sequestro di CO2 diventano sempre più realtà. All’inaugurazione di uno di questi impianti in Germania (di cui Ecoblog riportò notizia qualche tempo fa) ne è infatti seguita un’altra nei giorni scorsi, questa volta in Francia. L’impianto transalpino, di proprietà del gruppo Total, è stato inaugurato tre giorni fa a Lacq, nella regione dei Pirenei, alla presenza di alcune fra le più importanti cariche del governo francese.
Lo stabilimento pilota dal punto di vista tecnologico ha la capacità di stoccare a 4.500 metri di profondità (un giacimento di gas esurito) circa 150.000 tonnellate di CO2. I responsabili dell’iniziativa si affrettano a sottolineare come al momento si tratti di un impianto sperimentale, ma si dicono speranzosi sul fatto che questo possa poi rivelarsi un interessante banco di prova su cui costruire una soluzione per aprire nuovi scenari futuri.
Di questi scenari, metterei l’accento soprattutto su quello economico. Questo in considerazione delle dichiarazioni del Ministro francese Letard.il quale ha spiegato come il potenziale di mercato, per ciòo che lei stessa definisce uno “strumento ecologico”, possa rappresentare circa 600 miliardi di euro nel 2030.
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Si è appena conclusa la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, tenutasi dal 21 al 29 novembre 2009 che ha condotto l’Italia a fregiarsi della medaglia d’argento tra tutti i 27 paesi dell’UE partecipanti all’iniziativa. Seconda solo alla Francia - con ben 1.100 progetti riportati, su un totale di oltre 2.150 in tutta Europa - il nostro Paese si è distinto con 420 azioni ufficiali patrocinate, fra gli altri, anche dall’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.
L’iniziativa è da collocarsi nell’ambito del Programma LIFE+ della Commissione Europea e aveva la finalità principale di sensibilizzare le istituzioni, gli stakeholders e i consumatori sul tema dei rifiuti. La situazione nel vecchio continente, a tal proposito, non è infatti delle più rosee: ad oggi, si stima che il volume complessivo di immondizia urbana prodotta dai paesi dell’Ue ammonti a circa 2,7 miliardi di tonnellate l’anno.
Per 7 giorni, dunque, l’Italia è stata attraversata dalle più svariate modalità di sensibilizzazione e di riduzione dei rifiuti passando agilmente fra mostre d’arte, concorsi, proposte patrocinate dalle scuole (per lo più materne, elementari e medie), ed eventi di piazza. C’è stato posto per tutti, insomma, dalle catene di negozi alle istituzioni pubbliche e private, ai singoli cittadini. La regione che ha fatto registrare il maggior numero di iniziative è stata l’Emilia Romagna, seguita dalla Toscana, prima, e dall’Umbria, poi, mentre sono state soprattutto le amministrazioni pubbliche a promuovere le attività di sensibilizzazione e di recupero, per quasi il 45% del totale delle azioni registrate sul territorio italiano seguite da imprese private e ONG. Meno attive, rispetto forse alle previsioni, sono risultate invece essere le scuole con appena il 7,5% delle attività totali.
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Da ieri è possibile leggere sul sito dell’UNFCCC, i risultati di un’analisi della Deutsche Bank sulle politiche ambientali di 109 paesi finalizzata a individuare nuovi sbocchi di investimento in tutti i settori “green” dell’economia.
Il responso, per noi, è a dir poco agghiacciante: tra gli stati analizzati, solo l’Italia è stata classificata tra quelli a rischio maggiore, sui quali è meglio non fare affidamento. Ancora peggio, tuttavia, è la postilla, davvero imbarazzante, che fa da corollario alla ricerca effettuata:
Se state cercando opportunità di investimento collegate ai cambiamenti climatici, non mettete l’Italia in cima alla vostra lista, non essendo assolutamente chiaro che tipo di legislazione il suo primo ministro Silvio Berlusconi intenda adottare in proposito.
La Francia e la Germania, invece, spiccano, com’era ovvio, tra i paesi più redditizi per il settore legato al clima, promettendo non solo una certa facilità nel ricavare profitti non trascurabili ma anche - evidentemente -opportunità di miglioramento nelle condizioni di vita e sbocchi occupazionali che già stanno cercando di traghettare l’Europa ben oltre la tanto millantata crisi. Impossibile, poi, non citare Cina e Brasile che, nonostante le remore da questi manifestate nei confronti della riduzione della Co2, spiccano agilmente tra i paesi a più alto rendimento green avendo deciso di destinare una parte sempre maggiore dei propri PIL nella tutela ambientale…
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Della questione del tonno rosso e dei seri problemi di estinzione a cui sta andando incontro questa specie abbiamo più volte parlato su Ecoblog. A tal proposito è notizia di questi giorni come la Gran Bretagna abbia preso la decisione di affiancare la Francia per porre un freno alla pesca di questa pregiata specie.
Il Regno Unito appoggerà infatti la proposta di divieto di pesca della Convenzione Cites (Convention on the International Trade in Endangered Species) ovvero l’associazione che regola il commercio internazionale di specie in pericolo. La decisione è stata presa dopo un lungo colloquio il cui obiettivo era quello di trovare soluzioni per impedire che la specie potesse andare incontro ad una diminuzione senza possibilità di ritorno del suo stock.
La soluzione trovata è stata ovviamente quella obbligata ovvero porre un fermo illimitato al tonno rosso ed evitare qualsiasi forma di pesca della specie. Il presidente francese Nicolas Sarkozy si è detto compiaciuto commentando come la presa di tale decisione non solo sia stata una scelta obbligata, ma soprattutto un importante segnale nel senso che o si sarebbe agito ora o sarebbe stato poi troppo tardi.
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La lista Europa Ecologia ha avuto un grande inaspettato successo alle elezioni europee in Francia, tanto da mandare a Strasburgo lo stesso numero di deputati del Partito Socialista. Appartengono alla lista Europa Ecologia intellettuali, ex sessantottini, attivisti del sociale, giudici, sindacalisti che si sono uniti intorno ad un obiettivo comune: la questione ecologica, la limitazione delle risorse e la salvaguardia del pianeta.
La lista degli ecologisti provenienti da settori diversi è stata votata prevalentemente da persone sotto i 40 anni, attente alla questione ecologica, nate nel periodo del consumismo, ma cresciute a contatto con il problema ambientale, e oggi attente e preoccupate per il futuro dei propri figli.
In Francia qualcosa si è mossa, a dimostrazione del fatto che i cittadini sono molto più attenti all’ambiente di quanto lo siano i loro rappresentanti politici. Trovate qui l’intervista al contadino Josè Bovè, colui che a Seattle aveva manifestato contro il Wto con una forma di roquefort, e che ora va a rappresentare a Strasburgo la lista di Europa Ecologia e i diritti di quella parte dei francesi che vota per un futuro sostenibile.
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Uno studio francese sfata decisamente il mito dell’intossicazione del ciclista urbano. Dai risultati, raccolti con un misuratore istallato su un tandem ad altezza-naso, infatti, la possibilità di evitare le strade più inquinate e comunque di uscire rapidamente dalla trappola degli ingorghi, diminuisce l’esposizione alle alte concentrazioni di inquinanti, salvando i polmoni sotto sforzo dei ciclisti in città.
Lo studio parigino dimostra che a “salvare” chi rinuncia alle quattro ruote è la possibilità di spostarsi ed allontanarsi, pur temporaneamente, dagli ingorghi e dalle zone più inquinate; una possibilità esclusa agli automobilisti…
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Lo avevamo raccontato qualche giorno fa nel post La Francia costruirà una seconda e forse una terza centrale nucleare EPR: Sarkozy si apprestava ad annunciare la costruzione di nuove centrali di terza generazione, oltre a quella già in costruzione a Flamanville.
Ed infatti il 30 gennaio il presidente francese ha comunicato ai francesi che prossimamente verrà costruito un secondo reattore nucleare EPR a Penly. Il giorno successivo Greenpeace Francia ha risposto a Sarkozy affermando che questo nuovo tipo di reattore produrrà scorie sette volte più pericolose di quelle delle centrali di seconda generazione.
Secondo Areva - l’impresa francese che sta costruendo i reattori EPR - queste centrali saranno più potenti di quelle attuali, useranno il 15% in meno di uranio, e produrranno il 30% in meno di scorie. Peccato che nessuno precisi che il funzionamento dell’EPR prevede che il combustibile nucleare resti molto più tempo nel reattore, e questo implica un’usura - “burn up” - e dunque una radiotossicità molto più importante che nei reattori attuali.
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La Francia - qui l’atomo fornisce l’80% dell’elettricità - è sempre in prima fila sul nucleare. A Flamanville sta costruendo la prima centrale francese di terza generazione. Rappresenta il più grande cantiere del paese: 2.000 persone, 3,3 miliardi di euro di budget, 400.000 metri cubi di cemento e 50.000 tonnellate di armature metalliche - l’equivalente di 7 tour Eiffel. Tutto per costruire un reattore di 1.650 megawatt - mentre le attuali centrali non superano i 900 -, una potenza che equivalente al fabbisogno elettrico di una città di 1,5 milioni di abitanti.
L’inaugurazione di questo monumento alla tecnologia è previsto per il 2012, anche se il cantiere è stato fermato più volte per rimediare a diversi vizi costruttivi, come cemento di bassa qualità, fessure nel calcestruzzo, assenza o difetti dell’armatura, presenza di personale non qualificato e addirittura modifiche non autorizzate al progetto in corso. Difficoltà simili si sono verificate anche in Finlandia, dove lo stesso tandem di imprese - Bouygues ed Areva - sta costruendo un altro reattore di terza generazione. In questo caso, il cantiere ha tre anni di ritardo, con un conseguente aumento dei costi dell’ordine di 2 miliardi di euro.
Questi problemi non sembrano però fermare la corsa nucleare francese. Secondo diverse fonti, Sarkozy starebbe per annunciare la costruzione in Francia di un secondo, se non anche di un terzo reattore nucleare EPR. Per Greenpeace, dietro la scelta ci sarebbero solo gli interessi della grande industria e non dei cittadini francesi.
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L’energia solare è veramente una bella avventura. Solo il termine “giacimento solare”, e ci sentiamo trasportati in un futuro pulito che si appoggia sulle forze della natura per alimentare i bisogni energetici umani. Ma questo ha un costo, e l’ADEME - è l’acronimo dell’agenzia pubblica francese che raccoglie le informazioni sull’energia - stima che il solare fotovoltaico è ancora troppo costoso, per cui bisognerà attendere il 2020 perché diventi competitivo.
Per ora quindi, in Francia gli impianti fotovoltaici dovrebbero avere un carattere più dimostrativo che di vero e proprio investimento - fatta eccezione per i Dipartimenti d’Oltremare, dove comunque non ci sono molti posti che possano accogliere le cellule fotovoltaiche. Queste cellule costano caro, perché sono fatte di silicio, una risorsa utilizzata nell’informatica, ed il cui prezzo sta passando dalle decine di dollari al kg nel 2002, alle attuali centinaia. Per fare qualche paragone: l’eolico francese costa 9c/Kwh, contro i 28c/Kwh del fotovoltaico, e gli 1,5 c/Kwh degli idrocarburi - di cui però non si conoscono i costi che esternalizzano sull’ambiente.
L’ADEME rinvia dunque il fotovoltaico francese a dopo il 2020, ma senza investimenti massicci, difficilmente il suo prezzo si abbasserà molto, mentre l’esempio di paesi come la Germania ha dimostrato che la scelta di puntare sul fotovoltaico ieri si sta dimostrando oggi un’opzione redditizia.
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