
Per fermare il ritorno italiano al nucleare Greenpeace ha iniziato la sua nuova campagna di informazione e ha aperto un apposito sito web. Su Nuclear Lifestyle si può fare un breve test per accertare la propria conoscenza sull’energia atomica e firmare l’appello antinuclearista. Tutto questo per sensibilizzare gli italiani e invitarli a fare una scelta di coscienza alle prossime elezioni regionali.
Secondo Greenpeace, l’importante è scegliere i candidati apertamente contrari al nucleare, in modo da non avere una centrale dietro il proprio giardino. In realtà la campagna di Greenpeace è molto politica e poco pratica perché, come gli stessi ambientalisti sanno bene, il Governo italiano ha già dichiarato che non prenderà in considerazione alcun veto da parte dei Presidenti delle Regioni.
Chi ha dubbi sul ritorno italiano al nucleare, però, non dovrebbe perdere l’occasione di aderire a questa campagna, anche se i risultati dovessero essere inutili o quasi. In fin dei conti, infatti, a Greenpeace va riconosciuta la grande capacità di comunicare le proprie battaglie con tutti i mezzi di comunicazione disponibili e i buoni risultati che spesso queste campagne riescono ad ottenere.
Via | Greenpeace
Foto | Greenpeace
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Si tratta solamente di una bozza del Conto Energia, eppure, da più parti, emerge il disappunto per le nuove regole che potrebbero essere operative dal prossimo anno per quel che riguarda il meccanismo di incentivazione alle tecnologie fotovoltaiche in Italia. In attesa del prossimo 11 febbraio, quando la bozza verrà discussa dal Ministero dello Sviluppo Economico con le Associazioni interessate, si delinea un Conto Energia con quote incentivanti ridotte rispetto al regolamento emanato nel 2010.
La premessa è d’obbligo. Se da un lato è vero che il Governo deve far fronte ad un sistema di incentivazione che non può essere infinito nel tempo (perché a pagare sono comunque tutti gli utenti domestici, per intenderci i cittadini) dall’altro è altrettanto vero che per raggiungere gli obiettivi europei il nostro Paese è tenuto più di altri a calcare il piede sull’acceleratore, in virtù di una situazione nel settore delle energie rinnovabili che ci vedono decisamente in ritardo rispetto ad altri Stati membri.
Insomma, la questione non è di facile risoluzione. Intanto questo che segue è il riassunto dei punti principali della bozza sul Conto Energia. In sostanza per gli impianti su edificio fino alla potenza di 3 kW la riduzione è del 5% rispetto alle tariffe in vigore, mentre per quelli a terra si arriva ad una decurtazione del 14%. Altra nota riguarda gli impianti di media potenza (fino a 20 kW), la riduzione in questo caso è nell’ordine del 7-8%, mentre per quelli oltre 1 MW di potenza si arriva al 12%.
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Se in Francia Total prevede di riconvertire la raffineria di Dunkerque in un rigassificatore per riportare l’impianto in utile e mantenere l’occupazione, in Italia la situazione si preannuncia molto più drammatica. A lanciare l’allarme è Pasquale De Vita, presidente dell’Unione Petrolifera Italiana, che annuncia tempi duri per le raffinerie e, soprattutto, per i suoi lavoratori:
I consumi di prodotti petroliferi stanno scendendo per quel che riguarda la nostra area e l’export diventa più difficile con la crisi che ha portato ad una riduzione del nostro sistema nel mercato internazionale. Di questo dovremmo occuparci e cioè di un piano per sostenere e difendere il sistema petrolifero italiano ed eventualmente eliminare ciò che è di troppo
E, con quel “troppo” De Vita intende almeno quattro o cinque raffinerie italiane, su un totale attuale di 16, con conseguente sacrificio di 7.500 posti di lavoro. Come si legge nel “Consuntivo petrolifero 2009” presentato oggi a Roma dall’Unione Petrolifera, infatti, i margini di guadagno per le raffinerie sono scesi dai 3,4-5 dollari per barile lavorato della fine del 2007 agli attuali 0,96-1,52 dollari per barile. I valori cambiano in base al tipo di greggio. Allora, con numeri del genere, che fare? La ricetta anticrisi di De Vita è chiara: servono
regole più semplici possibili, regole ambientali in linea con gli altri Paesi e un quadro normativo di riferimento fermo e certo nel tempo
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Bollette della luce meno care per le grandi aziende energivore a patto che accettino il possibile distacco dalla rete elettrica. È questo il Piano proposto dal Ministero per lo Sviluppo Economico per ridurre i costi energetici delle grandi imprese attive in Sicilia e Sardegna, fra cui quelle che sono attualmente in condizione di maggiore crisi ovvero la multinazionale americana dell’alluminio Alcoa in Sardegna e quella di Portovesme (Cagliari) i cui lavoratori sono da qualche tempo in cassa integrazione.
Motivo di tale presa di posizione è il fatto che la dirigenza dell’Alcoa, una delle aziende a maggior profitto e che impiega un alto numero di lavoratori nell’Isola, aveva imputato agli alti costi energetici il motivo della propria sopravvivenza.
Dalla Regione Sardegna intanto, dopo la proposta avanzata dal Governo, fanno sapere: con questo sistema si garantisce una tariffa energetica di 30 euro a MWh e non si concede più alla multinazionale statunitense la possibilità di accampare scuse pretestuose. Attesa intanto per questo pomeriggio la risposta dell’azienda Alcoa in merito alla proposta.
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I comitati No Tav, lo raccontavamo qualche giorno fa, hanno ripreso loro protesta. Questa volta cercano di impedire i carotaggi. L’azione prosegue sia con i presidi in Val di Susa spesso, come nel caso di ieri sera, fatti smobilitare dalle forze dell’ordine, sia con la pressione sulle ditte che sono impegnate nell’analisi del suolo. I comitati chiedono perciò che a tutela del territorio tutti partecipino attivamente nell’informare le aziende coinvolte del fatto che la popolazione locale non essendo in accordo con il Governo sulla nascita della TAV procederà a effettuare tutti i controlli necessari per evidenziare eventuali irregolarità da denunciare alla Eu.
Spiegano, i cittadini della Val di Susa che:
Lo scopo è sensibilizzare e responsabilizzare queste aziende al rispetto delle leggi e delle normative; non sempre, nell’esperienza di tanti cantieri TAV, ciò è avvenuto. L’invio a tutte le ditte interessate ai lavori potrebbe essere utile ai fini di una maggior comprensione della nostra posizione e di una più completa conoscenza di tutti gli aspetti dell’iter procedurale. Un modo per partecipare efficacemente a questo nostro impegno è aiutarci a trasmettere i concetti alle ditte in vari modi: telefonando ai loro recapiti (in orario di ufficio), e leggendo il testo; eventualmente aggiungendo vostri commenti; inviando e-mail ai loro indirizzi con allegato il testo in pdf scaricato e commenti nella stessa e-mail; inviando fax (specie se si dispone di quei programmi su PC che automaticamente tentano l’invio finché ci riescono) del testo ed eventuali commenti. Meglio farlo ripetutamente, per essere certi che i concetti arrivino.
A portare in Europa la voce della Val di Susa provvederà l’europarlamentare Gianni Vattimo, che come hanno precisato i comitati:
Nel suo intervento ha ricordato che i contributi dell’Unione Europea al finanziamento della parte italiana dell’impresa erano condizionati, negli accordi finora vigenti, alla condivisione del progetto da parte delle popolazioni locali. Ha anche affermato che, poiché l’accordo delle comunità locali era una delle condizioni del finanziamento europeo, sembra evidente che questa decisione del Governo italiano configuri una vera e propria truffa nei confronti dell’Unione Europea oltre che una grave violazione delle regole democratiche e del sempre evocato principio della sussidiarietà.
La lettera è qui e qui la lista delle ditte.
Foto | No Tav Torino
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Secondo il test di Altroconsumo si risparmiano 11 euro all’anno, per ogni singolo punto luce, se si usano le lampadine a basso consumo. Considerato che mediamente in un appartamento ci sono almeno 6 lampadine il conto è presto fatto: circa 66 euro in meno sulla bolletta energetica annuale, il che inizia a diventare un risparmio consistente. Il test è stato effettuato su lampadine delle marche: Auchan, Coop, Megaman, Osram, Philips e Sylvania.
Dal 1° settembre 2009 sarebbe scattato il divieto di vendita delle lampadine incandescenti. In realtà con un veto del Governo italiano è stata prolungata la vita delle vecchie lampadine.
Molte polemiche poi sono sorte intorno al fatto che il mercurio presente nelle lampadine a risparmio è certamente una componente non solo inquinante ma che deve appunto essere correttamente gestito nello smaltimento, una volta esaurita la lampadina.
Da sempre si discute sul fatto che per indirizzare imprese e cittadini verso stili di vita più sostenibile sia necessario intervenire in primis sulle amministrazioni pubbliche; solo in questo modo, secondo opinione diffusa, si potrà avere maggior coesione fra la sfera economico-sociale e quella ambientale. A tal proposito mi sembra interessante parlare dell’iniziativa portata avanti dal Governo italiano relativa proprio al settore pubblico.
Si tratta della pubblicazione di un decreto che stabilisce i criteri ambientali minimi per le pubbliche amministrazioni. L’obiettivo, emerge dall’analisi del decreto, è appunto quello di rendere effettivi gli acquisti verdi nella pubblica amministrazione in modo tale che le stesse possano migliorare il proprio approccio nelle fasi del processo di acquisto, incoraggiando di conseguenza la diffusione di tecnologie ambientali e lo sviluppo di prodotti validi sotto il profilo ambientale.
Il tutto, va sottolineato, attraverso la ricerca e la scelta di soluzioni che abbiano il minore impatto possibile sull’ambiente lungo l’intero ciclo di vita. In sostanza si tratta di alcune regole basiche dalle quali non si può prescindere e non, come spesso accade, delle semplici premialità. Ogni tipologia di acquisto dovrebbe quindi avere i suoi criteri minimi d’acquisto, in riferimento a undici categorie di beni al fine di razionalizzare i consumi della pubbliche amministrazioni nel rispetto dell’ambiente.
Continua a leggere: Un decreto fissa gli acquisti verdi obbligatori per gli uffici pubblici
I produttori di biocarburanti sul piede di guerra contro il governo italiano e, nel particolare, con la Finanziaria 2010. La presa di posizione è da ricercarsi sul drastico taglio che si intende apportare in tema di sovvenzioni: è previsto infatti un taglio di oltre il 90% sull’aliquota agevolata per i biocarburanti italiani che, qualora si applichi, passerebbe da 250.000 ad appena 18.000 tonnellate.
Per capirci meglio verrebbe ridotto (e pure parecchio) il contingente di prodotto assoggettato a questo vantaggio fiscale. Questa misura potrebbe causare un vero e proprio blocco degli investimenti (molti dei quali già pianificati dai produttori per il 2010) con conseguenze preoccupanti sull’occupazione.
L’allarme è dell’Unione Produttori Biodiesel, l’associazione aderente a Confindustria che riunisce e tutela i produttori italiani di biodiesel, secondo cui il taglio di oltre il 90% del contingente agevolato, oltre a ledere un diritto introdotto dalla Legge Finanziaria 2007 e confermato dalla Commissione Europea, inciderebbe pesantemente sulla produzione nazionale già esposta in maniera significativa alle importazioni di prodotto da Paesi quali l’Argentina e il Canada.
Continua a leggere: Finanziaria 2010: tagli ai biocarburanti
Poco tempo abbiamo parlato delle tecnologie per la cattura e il sequestro di CO2 sottolineando come fra gli intenti del governo italiano vi sia quello di costruire due impianti nella penisola. Tecnologia inutile? Propositi destinati a rimanere tali? Mentre in Italia ci si dibatte sul fatto che la messa a punto di simili impianti sia una soluzione positiva o meno c’è chi, da tutt’altra parte, è già passato alla fase operativa.
Parliamo degli Stati Uniti dove l’American Electric Power ha recentemente inaugurato una centrale a carbone dotata di una tecnologia per la cattura e il sequestro di CO2. Il funzionamento dell’impianto è abbastanza semplice: in sostanza prima di essere riversata nell’atmosfera, la CO2 viene catturata, liquefatta e pompata a 2,1 km di profondità nel sottosuolo al ritmo di 5,5 tonnellate all’ora.
In un anno quest’impianto dovrebbe essere capace di immagazzinare circa 100.000 tonnellate. Per il momento è applicata solo a una piccola frazione (equivalente a circa 20 MW) della potenza elettrica totale della centrale di Mountaineer (1.300 MW), ma il suo vantaggio è che può essere adattata a ogni impianto esistente.
Continua a leggere: Cattura e sequestro di CO2: negli Stati Uniti inaugurato un impianto
La cattura della CO2 e successivo sequestro è una soluzione alla lotta ai cambiamenti climatici che, seppur fra mille polemiche e in modo abbastanza lento, prende sempre più quota. A tal proposito è interessante sapere che anche da parte del governo italiano c’è l’intenzione di creare nel nostro territorio impianti di questo tipo. Il progetto nostrano verrà portato avanti con la collaborazione di altri Stati che metteranno a disposizione tecnici esperti in materia.
Ad affermarlo è il Ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, da Londra, dove si è recato per la terza conferenza ministeriale del Forum sul sequestro dell’anidride carbonica (Cslf). Il Ministro ha illustrato il piano d’azione mondiale per individuare venti progetti per la cattura e lo stoccaggio della CO2 entro il 2010. In Italia dovrebbero sorgere due impianti, il primo, dice il ministro, vorremmo che fosse nel Sulcis in Sardegna, mentre l’altro, già finanziato dall’Europa, nascerà a Porto Tolle in Veneto.
Quella della cattura e del sequestro di CO2, ha concluso Scajola in modo abbastanza deciso, è una tecnologia innovativa di importanza enorme perché nel mondo c’è molto carbone; di questo modo se anche col tempo useremo sempre meno questa risorsa fossile potremo però continuare ad utilizzarla nel futuro breve con meno preoccupazione per l’ambiente. Che dire di quest’iniziativa? Gli esperti in materia sono molto divisi e i pareri non sono unanimi sulla questione.
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