Il Sapei è un cavo sottomarino, attivo parzialmente dalla fine del 2009, che collega la rete elettrica insulare della Sardegna a quella della Penisola. Per Terna, la società che gestisce in Italia la trasmissione di energia elettrica, si tratta della punta di diamante fra tutte le nuove infrastrutture di rete. Il cavo, lungo 435 chilometri, si snoda sul fondo del Tirreno tra la Sardegna e il Lazio arrivando a circa 1.600 metri di profondità. Il suo costo è stato di circa 750 milioni di euro.
L’importanza di questa spesa è presto detta; attraverso questo collegamento infatti sarà possibile (usiamo il futuro in quanto il cavo non è ancora pienamente operativo) trasformare il sistema elettrico insulare della Sardegna in un sistema aperto. In sostanza un eventuale surplus di energia prodotto sull’isola potrebbe, non in quantità illimitata ovviamente, essere ceduto al resto della rete elettrica nazionale, non dimenticando che in caso di emergenza la Sardegna potrebbe avere la possibilità di rifarsi alla produzione energetica del continente.
Sin qui tutto bene, non fosse che qualche giorno fa il gioello di Terna ha mostrato alcuni limiti tecnologici andando in avaria. A fare notizia però non è tanto il guasto tecnico in sé, quanto la sua origine. A provocarlo sarebbero stati infatti alcuni pescatori che nelle vicinanze del cavo avrebbero buttato le loro reti a strascico.
La moria delle api è un problema di sempre maggiore interesse e del quale abbiamo più volte parlato su Ecoblog. A tal proposito mi sembra interessante, oltre che curioso, raccontare dell’iniziativa della Francia per porre fine alla riduzione di questa specie di insetti.
Lo Stato transalpino ha legiferato affinché si distribuiscano lungo 250 km di strade delle piante millifere entro primavera. Motivo? Offrire alle api nuove risorse floreali per la loro alimentazione. L’obiettivo è quello di proteggere questi insetti decimati dalle malattie in modo da aiutarli a fronteggiare il problema della diminuzione delle risorse di polline.
Questo esperimento, che è stato illustrato dal segretario di Stato ai Trasporti, Dominique Bussereau, avrà durata di tre anni, dopo i quali (in caso di successo naturalmente) si provvederà ad estendere sull’intera rete stradale nazionale che non rientrerà nel sistema delle concessioni. Bussereau ha sottolineato come l’obiettivo, oltre che ridurre gli impatti ambientali nelle infrastrutture, garantirà allo Stato francese un ruolo attuativo in materia di biodiversità.
Continua a leggere: Francia: fiori lungo le strade per salvare le api
Poco tempo fa uno dei nostri autori riportò un’interessante notizia circa la presentazione, a Roma, di una nuova tecnologia di bus elettrici capaci di ricaricarsi durante le fermate del loro percorso. In riferimento a quel post è interessante la notizia che arriva da Shanghai dove questi mezzi di trasporto, qualche mese fa, sono stati introdotti su una linea di trasporto pubblico della città.
Questi autobus hanno la particolarità di essere alimentati da supercondensatori al carbone attivo, detti ultracapacitor. Andiamo a vedere le caratteristiche. Gli ultracapacitor esistono da una quarantina d’anni, tuttavia, a causa delle loro dimensioni troppo grandi, non si è mai riusciti a trovare applicabilità nel settore trasporti almeno sino a quando il Mit di Boston, dopo un lungo programma di ricerca e sviluppo, ne ha diminuito le dimensioni e migliorato l’efficienza, rendendone di fatto possibile la produzione a livello industriale.
I problemi però non sono stati completamente risolti. Vi è infatti da sottolineare il fatto che la batteria ideale, capace di rispondere a tutte le esigenze possibili probabilmente ancora non esiste, e, quella utilizzata nei bus di Shanghai, non è sicuramente da meno. Basti pensare che gli ultracapacitor non sono in grado di accumulare molta energia avendo una densità energetica circa 40 volte inferiore rispetto ad una normale batteria al litio (la stessa che troviamo nei comuni telefonini), oltre scaricarsi abbastanza rapidamente (basti pensare devono essere ricaricati ogni tre km).
Continua a leggere: A Shanghai un servizio di bus capaci di ricaricarsi alla fermata

Il titolo non è uno scherzo, e la questione è seria: l’Istat ha diffuso i dati relativi alle spese ambientali sostenute dalle amministrazioni delle regioni italiane per il triennio 2004-2006 e il risultato medio della spesa per la tutela e la salvaguardia dell’ambiente è appunto 75 euro (pro capite). La serie di dati è calcolata secondo gli schemi del metodo europeo Seriee per le spese ambientali. Questi conti descrivono le spese effettuate da parte delle amministrazioni regionali per proteggere l’ambiente da fenomeni di:
Per tutte queste spese ogni regione italiana spende in media 75 euro l’anno. Si registrano valori inferiori alla media nazionale nel Nord-Ovest, Nord-Est e Centro (rispettivamente 44, 65 e 41 euro), e valori superiori di spesa destinata all’ambiente nel Sud e nelle Isole (rispettivamente 93 e 183 euro). Questa differenza è dovuta ad un ritardo strutturale delle regioni del Sud Italia e delle Isole nel triennio preso in esame, mancanza che è stata colmata dalle amministrazioni regionali che hanno investito in infrastrutture.
A cosa sono destinati questi 75 euro? Nel periodo 2004-2006, in media, in tutta Italia la spesa ambientale è stata destinata principalmente a finanziare interventi che hanno interessato i settori ambientali della gestione delle acque reflue, delle acque del sottosuolo e delle acque di superficie, delle acque interne oltre a quelle destinate alla protezione e al risanamento del suolo. Una parte delle spese è andata anche alla protezione della biodiversità e del paesaggio. Le amministrazioni regionali delle Isole, oltre che a questi settori ambientali, hanno destinato una quota importante della loro esosa spesa di 183 euro all’anno anche all’uso e alla gestione delle foreste.
Continua a leggere: La spesa delle Regioni per salvaguardare l'ambiente è di 75 euro all'anno
Interessante programma di mobilità ciclabile quello che ha recentemente approvato la giunta della Catalogna (Spagna). Il nuovo piano strategico, che avrà una durata di quattro anni, prevede infatti vengano creati percorsi ciclabili che uniscano le maggiori grandi città della regione spagnola.
La particolarità sta nel fatto che il progetto, inserito all’interno del Piano per le Infrastrutture della Catalogna, ha orizzonti molto lontani, tanto che il governo locale ha posto come obiettivo, per l’anno 2026, la costruzione di una rete ciclabile di circa 1.200 km capace di collegare tutti i più importanti centri della regione.
L’aumento del trasporto ciclabile in Catalogna nel corso degli ultimi anni ha portato alla stesura di questo progetto, tant’è che dal 2007, ovvero da quando è stato introdotto a Barcellona il bike shiring, quasi 185.000 persone hanno usufrito di questo servizio. La rete ciclabile verrà associata alla creazione di una vera e propria mappa delle piste che consentirà anche ai frequentatori meno assidui della bicicletta di spostarsi con maggiore facilità.
Continua a leggere: In Catalogna un programma di mobilità ciclabile ambizioso
14 milioni sono i pendolari che secondo il Censis regolarmente usano il treno per andare al lavoro o a scuola, ma la loro vita è sempre più dura. L’ho fatto anche io durante l’università, e non ce la passavamo poi così male. Qualche ritardo, qualche sovraffollamento e viaggi in piedi, prezzi decenti. Ma sono passati più di dieci anni e da allora le condizioni sono molto peggiorate.
In un rapporto presentato oggi da Legambiente insieme ai Comitati dei Pendolari, si sottolinea come da anni gli investimenti nel settore delle ferrovie “popolari” (mi prendo la briga di chiamarle così per distinguerle da Eurostar e Alta Velocità) sono ridotti al lumicino o totalmente spenti. Sia a livello nazionale, ma soprattutto a livello Regionale. Sono infatti di competenza delle singole regioni gli stanziamenti di fondi per le ferrovie locali. Ma invece la tendenza degli ultimi anni è di dare il 70% dei fondi statali per le infrastrutture al trasporto su strada, lo 0,4% dei fondi regionali a quello su ferrovia.
Continua a leggere: Pendolari sul piede di guerra: treni fatiscenti e linee tagliate
“Amore per la bici e per la diffusione della mobilità ciclabile”, questo potrebbe essere il titolo di una singolare storia che ha visto protagonista Juanes Xesús Garcia. Quest’uomo, 48 anni di Lugo (Spagna), ha percorso 3.500 chilometri con un monopattino per sensibilizzare l’opinione pubblica alla costruzione, nei paesi latini come Spagna, Italia e Grecia, di più infrastrutture per i ciclisti all’interno delle città.
La sua avventura è iniziata 27 giorni fa a Lugo ed è continuata a Parigi (Francia), per poi passare a Friburgo (Germania) sino all’arrivo a Barcellona (Spagna). Il protagonista ha percorso il viaggio molto velocemente, con tappe giornaliere di circa 150 km. Da questo singolare percorso Xesús Garcia ha potuto tirare le somme: in Spagna, esclusi i Paesi Baschi, non vi sono grandi quantità di percorsi ciclabili, mentre Francia (nonostante l’orografia irregolare) e Germania sono paesi più organizzati per questo tipo di circuiti.
Il messaggio di questa iniziativa di protesta è, oltre quello di diffondere quanto più possibile questo tipo di infrastrutture, anche progettare la viabilità delle più importanti città tenendo conto del ruolo crescente della bicicletta. Questo mezzo infatti, afferma il protagonista, potrebbe in futuro assumere un’importanza ancora maggiore all’interno dei centri abitati.

Il cavaliere dice di non voler fare nomi sulla sua squadra di Governo. Intanto il gossip brucia e di indicazioni ne sono venute fuori già diverse. Da sinistra a destra nelle foto sopra ci sono: Gianni Alemanno (An), Guido Crosetto (FI), Altero Matteoli (An) e Adriana Poli Bortone (An) in lista per i ministeri dell’Agricoltura, Ambiente, Infrastrutture e Attività produttive.
L’incognita però è proprio in Gianni Alemanno già ministro per l’agricoltura nella scorsa edizione del Governo Berlusconi. Ministro amato, peraltro. Ma lui è in corsa per la poltrona di sindaco di Roma. Altero Matteoli, potrebbe essere chiamato in causa per il dicastero dell’Ambiente, carica ricoperta in passato e che gli ha regalato la nomea di “cuore di cemento”. Questa volta però Berlusconi vedrebbe bene per lui anche l’interim alle Infrastrutture, giusto perché si comprenda bene che il Ponte sullo stretto “saddà ffà”.
New entry, la salentina Adriana Poli Bortone, a cui potrebbe essere riservata la poltrona di Ministro per le politiche agricole visto che Berlusconi ha promesso che dei 12 dicasteri 4 saranno assegnati alle donne. Magari la Poli-Bortone ha il piglio della Fisher-Boel e forse riusciremo a farci rispettare un po’ di più in area PAC. Infine per lo stesso dicastero in pole-position anche Guido Crosetto che però potrebbe essere anche alle attività produttive. Infine in queste ore è spuntato il nome di Giampaolo Dozzo (Ln) già sottosegretario nel II Governo Berlusconi alle Politiche agricole e Michela Vittoria Brambilla che potrebbe strappare il Ministero dell’Ambiente mentre Matteoli sarebbe spostato alle Politiche agricole.
“Qui puoi costruire tutte le autostrade che vuoi”. Tanti striscioni gialli con il cigno di Legambiente srotolati a casa di Di Pietro. No, l’associazione ambientalista non ha cambiato idea e dato il beneplacito al programma per le infrastrutture presentato dal Ministro. Gli striscioni, le persone, e la “casa” erano virtuali. Tutto si è svolto su Second Life.
Oggi Legambiente in una conferenza stampa ha espresso il suo disappunto nei confronti del piano Infrastrutture presentato in allegato al DPEF (documento di pianificazione economica e finanziaria). Secondo l’associazione, il piano non si distacca di molto dalla politica del precedente governo, molto criticata nel programma elettorale dell’attuale coalizione governante.
In soldoni, la maggior parte degli investimenti previsti sono per autostrade al nord, il sud rimane un po’ all’asciutto (solo il 10%) e soprattutto rimangono briciole per il potenziamento delle ferrovie.