
Il picco degli oggetti è legato al picco del petrolio: ossia se finisce il secondo terminano anche i primi. Il ragionamento è semplice: se la nostra economia si basa su petrolio, terminando questo terminano anche gli oggetti prodotti con esso. Non solo siamo in una fase in cui iniziano a scarseggiare anche le materie prime (ferro, zinco,argento, platino ecc.) ne scrivevo qui . Il che non vorrà dire non avere più un economia, bensì averne una nuova basata sull’uso e non più sul possesso di oggetti.
L’esempio è dato dalla Curva di Kuznets per cui si passa da una prima fase di industrializzazione dove si scialano risorse a una seconda fase dove le risorse sono gestite più efficacemente. Per qualcuno invece vince l‘Effetto Rebound per cui l’economia delle energie sono compensate, parzialmente o completamente da una più grande produttività.
Ma qualunque sia la visione resta un dato di fatto: la limitata disponibilità di materie prime il che porta necessariamente a rivedere i consumi e il sistema economico su essi imperniato. Si giunge quindi al consumo collaborativo, ossia consumare non implicherà più necessariamente la produzione. Si preferirà l’uso al possesso, il baratto, il leasing al mero acquisto. E le premesse sembrano esserci tutte.
Via | Transition-Energie
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Ho letto l’interessante articolo di Chiara Zappa su Avvenire dal titolo Il Paese dove si vive senza petrolio. Il che non è proprio vero, nel senso che a Monteveglio, il comune oggetto dell’articolo e in provincia di Bologna ai confini del Parco regionale Abbazia , continuano a usare combustibili fossili. Ma i poco più di 5000 abitanti provano a farne a meno grazie alla delibera del 54/2009 in cui è scritto nero su bianco l’obiettivo:
Fuoriscita dal petrolio e dai combustibili fossili come politica prioritaria di quest’amministrazione, attraverso un Piano di Decrescita Energetica che renda Monteveglio comune “Post Carbon”.
Di Monteveglio e delle città di transizione ne scrivevamo anche noi un paio di anni fa. E da allora a Monteveglio attuale città di transizione si sono aggiunti altri 19 comuni che sperimentano uno stile di vita sostenibile e free carbon.
Il fatto è che nessuno sa se e quanto funzionerà. Il futuro senza idrocarburi è ancora tutto da scrivere e in pratica si sperimentano di volta in volta soluzioni che sono i piccoli passi che potranno portare dall’adattamento alla rivoluzione della vita senza petrolio. Il punto è questo: secondo Rob Hopkins ideatore delle Città di transizione occorre del tempo per riadattarsi a una vita che non lo contempli (ecco la transizione) e dunque meglio iniziare a provarci con piccole comunità.
In cosa consiste oggi una vita che inizi a fare a meno del petrolio? Consiste in una serie di passaggi semplici semplici: dal camminare a piedi al produrre pane in casa; al coltivare un orto al non sprecare energia, al realizzare un pollaio; all’acquisto comune di cibo e pannelli solari. Tutto qui? Sembrerebbe di si…
Qui la puntata di Report (tempo: 1,14) che racconta l’esperienza di Monteveglio.
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Ferragosto casalingo? Ottima occasione per vedere o rivedere Burn Up su La7, miniserie tv (prodotta da BBC e Global television) in due episodi incentrata sulla lotta tra ambientalisti e petrolieri che si fronteggiano tra interessi economici, picco del petrolio e cambiamenti climatici . La serie, premiata tra l’altro anche al Roma Fiction Fest andò in onda nel 2009. Domani dalle 14,00 l’ultima puntata.
La storia, molto verosimile, ben costruita da Simon Beaufoy e diretta da Omar Madha, narra dell’amicizia tra Tom (Rupert Penry-Jones) e Mack (Bradley Whitford) uomini prima legati anche da interessi economici essendo uno il neo presidente dell’Arrow Oil e l’altro l’ombra nera che si sporca le mani. Ma l’amicizia è destinata a finire dopo il sacrificio di Mika scienziata Inuit che denuncia i cambiamenti climatici causa della morte del suo popolo e dell’intero Pianeta.
Il ritmo della sceneggiatura è serrato: è una spy story carica di suspance. La fiction è intrigante e mostra un bel po’ di scenari internazionali che aiutano a mettere a fuoco il contesto degli interessi economici legati alle estrazioni di petrolio. Insomma finzione si, ma neanche troppo.
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L’Europa inizia a essere seriamente preoccupata dalla dipendenza dal petrolio e fa sapere che occorre mettere in campo una strategia energetica che ne tenga conto. A lanciare l’allarme è Marjeta Jager direttore della Commissione Europea generale per la politica dei trasporti e la mobilità che ha messo in guardia, durante la conferenza sul picco del petrolio che si è tenuta al Parlamento europeo, sul fatto che sarebbe un “errore fatale” per l’Unione europea rinviare ancora le misure per ridurre la dipendenza dal petrolio.
La scorsa settimana il capo economista della International Energy Agency, Fatih Birol, ha detto che la produzione del picco del petrolio è stata effettivamente raggiunta nel 2006.
Ha detto la Jager:
Se l’azione è ritardata, in un futuro non troppo lontano potremmo essere costretti a ridurre drasticamente la mobilità e tutte le nostre soluzioni tecnologiche d’importazione dall’altra parte del mondo.
Il picco del petrolio, ossia, il punto in cui si è verificata la maggior estrazione di greggio e in cui inizia la diminuzione di approvvigionamento di questa risorsa è iniziato. I primi allarmi in tal senso provocarono le risatine di una parte dell’industria petrolifera, che oggi però è costretta a ammettere che sì, effettivamente si sta per raggiungere o si è già raggiunto il picco del petrolio.
Ci sarà ora la bolla speculativa? Forse. Di certo è fondamentale ora iniziare a ripensare la gestione delle risorse e l’approvvigionamento di energia.
Nuovo appello di Aspo Italia in favore delle energie rinnovabili e, in secondo luogo, contro il ritorno al nucleare. Questa volta è una proposta di mozione inviata a sindaci, presidenti del Consiglio Comunale, presidenti delle Unioni Comunali e presidenti di Comunità montane di tutta Italia.
Partendo dal recentissimo “decreto ammazza rinnovabili“, e non dimenticando quanto si è dimostrata rischiosa l’energia nucleare in Giappone, gli scienziati che studiano il picco del petrolio scrivono agli amministratori:
E’ necessario far sentire quanto più possibile la voce dei territori e delle comunità, per questo ci permettiamo di sottoporre alla Vostra importante considerazione una “Mozione”, allegata alla presente, che il Vostro Consiglio potrà decidere di approvare al fine di indurre il Governo e il Parlamento a ripensare profondamente la strategia energetica del nostro Paese
Il testo della mozione pro-rinnovabili la trovate a questo indirizzo.
Via | Aspo Italia
Ugo Bardi presidente Aspo ha intervistato Rajendra Pachauri presidente IPCC, al centro lo scorso anno del climategate. La chiacchierata si è svolta in inglese e via mail per il blog Cassandra e la trovate qui. Qui la trovate tradotta in italiano.
Ricorderete che proprio un anno fa Pachauri (convinto vegetariano, tra l’altro come modello di alimentazione per il contenimento delle emissioni di CO2) si trovò davanti uno scandalo a proposito di alcune mail sottratte da hacker dai server del Cru Climatic research unit. Lo scoop, se così vogliamo definirlo, fu cavalcato dal Sunday Telegraph che pubblicò parte delle mail, che andavano dal 1996 al 2009 e che riportavano una serie di dubbi o ripensamenti espressi tra scienziati a proposito dei cambiamenti climatici. I detrattori o negazionisti cavalcarono l’onda per sostenere che i cambiamenti climatici erano pura invenzione di scienziati pazzi. Ebbene le cose non stanno esattamente così. Dichiara Pachauri durante l’intervista concessa a Ugo Bardi che ha cercato di porre fine alla campagna avviata dal Sunday Telegraph (l’articolo lo trovate qui):
Ho cercato pazientemente di convincere il Sunday Telegraph a ritrattare il loro articolo infame che ha dato inizio alla pioggia di pubblicazioni e rapporti ripetitivi che ne sono seguiti. Tuttavia, sono stati sordi alle mie comunicazioni decenti e giustificate. Alla fine, non mi è rimasto che assumere degli avvocati competenti di Lonra e cercare la possibilità di dare inizio a un’azione legale nel Regno Unito con l’accusa di diffamazione. Dopo molti scambi che i miei legali hanno avuto con il giornale, si sono decisi a pubblicare un articolo di scuse e a pagare le spese legali al livello di 53.000 sterline.
Da qui ai prossimi 25 anni ci vorrà più energia primaria per far girare il mondo produttivo: almeno il 36% in più. Questo dato assieme a tanti altri viene snocciolato da IEA nel World Energy Outlook 2010(l’abstract è in italiano) presentato a Londra.
Accusate di fame energivora Cina e India che detto in parole povere affonderanno i loro dentini sul petrolio. Diceva qualche tempo fa Sarah Palin, “Drill baby drill”. Il punto è che non sappiamo quanto petrolio ancora c’è da pompare. Se lo chiedono anche quelli del WEO, che cercano di capire:
Quali azioni e quali costi aggiuntivi sono necessari per conseguire l’obiettivo dell’accordo di Copenaghen di contenere l’aumento della temperatura atmosferica globale entro 2°C e quale sarebbe il suo impatto sui mercati petroliferi.
Si parla, sia chiaro di scenari, di previsioni che potrebbero fornirci un orientamento ma che non è detto che si concretizzino. Sono due i modelli che forniscono l’analisi e in base a questi emergono le previsioni. Resta però un dato fisso: secondo IEA è necessario adottare tutte le possibili risorse energetiche, in primis le rinnovabili per evitare che il prezzo del barile schizzi in alto. Infine, rispetto alla questione del picco del petrolio vi sono due possibilità: secondo il primo modello, Scenario nuove politiche, avverrà nel 2035; secondo il modello Scenario 450 arriverà nel 2020. L’IEA chiede chiaramente ai governi di ottimizzare l’uso del petrolio e di predisporre soluzioni di approvvigionamento alternative, per la filosofia consumare di meno affinché duri di più.
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E’ morto Matt Simmons, storico “guru” della teoria del picco del petrolio. Simmons è deceduto l’altro ieri a casa propria, nel Maine, stroncato da un infarto.
Già consigliere del presidente degli Stati Uniti Goerge W. Bush, è stato fino alla morte membro del National Petroleum Council e del Council on Foreign Relations e ha attivamente collaborato con l’Associazione per lo studio del picco del petrolio e del gas (Aspo).
Nel 2007 aveva fondato l’Ocean Energy Institute, un think tank specializzato in progetti di produzione di energia rinnovabile dal moto ondoso degli oceani.
La sua ultima apparizione televisiva risale al mese di luglio, quando fu intervistato da Bloomberg Tv sulla marea nera.
In vista del Festival dell’energia, che si terrà a Lecce dal 20 al 23 maggio 2010, Salento Web Tv ha intervistato il presidente dell’Unione Petrolifera italiana Pasquale De Vita. La notizia è stata diffusa dall’Agi, l’agenzia di stampa posseduta dall’Eni che lancia l’intervista con questo titolo: “PETROLIO: DE VITA, NESSUN PICCO PRODUTTIVO NEI PROSSIMI DECENNI“.
La cosa è veramente incredibile e, passatemi la critica, gravissima: De Vita, infatti, nell’intervista non fa altro che confermare esattamente quello che dicono i teorici del picco da 40 anni. E cioè che non si tratta di picco del petrolio, ma di picco del petrolio a buon prezzo.
Non per nulla il testo sacro per i teorici del picco del petrolio si chiama “The end of cheap oil” (Colin J. Campbell e Jean H. Laherrère, Scientific American, Marzo 1998) e non semplicemente “The end of oil”.
De Vita, nell’intervista, dice ciò che i “picchisti” ribadiscono da anni: i giacimenti di petrolio facile da estrarre ormai producono assai poco e per mantenere il mercato in equilibrio bisogna cercare giacimenti più complessi da sfruttare.

Aspo Italia, ramificazione italiana dell’Associazione per lo studio del picco del petrolio e del gas, ha inviato ieri una lettera ai presidenti delle Regioni e Province italiane e alla Conferenza Stato-Regioni contenente una nota informativa su petrolio, economia e società.
Nel documento si legge che l’attuale crisi economica deriva anche, se non in gran parte, dalle dinamiche del mercato del petrolio:
Sussistono ragioni molto fondate per ritenere che la crisi finanziaria, partita nel 2007 in modo graduale ed evoluta nel 2008 in un vero e proprio ridimensionamento dell’economia globale, tragga in gran parte la propria origine nell’incapacità di estrarre petrolio greggio in quantità sufficienti, e a costi sufficientemente bassi, tali da sostenere la crescita imposta dall’economia aperta di mercato ormai affermata in tutto il mondo
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