Secondo un recente studio pubblicato sulla nota rivista “Environmental Science & Technology” viaggiare in automobile avrebbe un impatto ambientale decisamente superiore rispetto a quello provocato dall’utilizzo dell’aereo e delle navi. Nello specifico il gruppo di ricerca sottolinea che l’impatto degli autoveicoli inciderebbe in misura maggiore sull’aumento delle temperature e quindi sul riscaldamento globale.
Motivo di tale deduzione il fatto che sarebbe stato provato come gli spostamenti in macchina emettano una quantità di anidride carbonica per passeggero e per km più alta rispetto a quella prodotta dai viaggi in aereo e nave. L’anidride carbonica infatti rimane più a lungo nell’atmosfera rispetto ad altri gas ed è per questo motivo che le auto avrebbero un impatto maggiore sul lungo termine. Gli aerei, emerge dallo studio, causerebbero comunque conseguenze devastanti sul clima, tuttavia nel breve termine ed in misura inferiore a quelli causati dalle auto.
Per chi decide di spostarsi più in maniera più sostenibile lo studio non lascia spazio a dubbi invitando ad utilizzare la nave. Infatti il suo impatto ambientale sarebbe in proporzione al numero di passeggeri ben 25 volte inferiore sul lungo termine rispetto ad auto e aerei contribuendo addirittura ad un abbassamento delle temperature.
Riscaldamento globale è un termine che è entrato nel linguaggio comune. Ma quando è nato?
Journal Science una ricerca sul rapporto tra CO2 ed i trend sul riscaldamento terrestre, coniando il termine “riscaldamento globale”.
Broecker non fu il primo ad affermare che l’innalzamento della CO2 avrebbe portato all’aumento delle temperature. Fu invece il primo scienziato a fare previsioni sulle temperature ed a contestualizzarle, arrivando a concludere che il raffreddamento registrato tra gli anni ‘40 e gli anni ‘70, si sarebbe ribaltato, e di molto.
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In un futuro prossimo il vecchio adagio “saltare come un canguro” potrebbe forse rivelarsi obsoleto. E’ quanto rivela uno studio pubblicato di recente sul Zoological Journal of the Linnean Society da parte di un gruppo di paleontologi australiani della Flinders University di Adelaide e della Murdoch University di Perth che hanno confrontato i fossili di 35 specie diverse del noto marsupiale con quelli odierni. Non piu salto in alto ma in lungo, dunque, anche se la soluzione migliore per procacciarsi il cibo diventa “camminare”! E la colpa di tutto ciò ricadrebbe in toto… nel riscaldamento globale!
Infatti, le temperature via via sempre più calde, il clima arido, la vegetazione rada e priva di estese foreste, ecc. avrebbero imposto ai marsupiali la necessità di compiere spostamenti sempre maggiori in avanti e non più in alto, verso le fronde degli alberi, imponendo di conseguenza, modifiche sostanziali alla loro struttura ossea a partire dalla forma dei piedi (meno lunghi), alla dentatura, all’altezza e al peso di questi animali osservati nel corso della loro evoluzione lunga 30 milioni di anni e facendo del canguro e del wallaby alcuni tra i migliori “baromentri animali” del pianeta…
Via | wiley, skynews
Foto | Flickr
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I cambiamenti climatici rappresentano una dura prova di sopravvivenza per moltissime specie animali e vegetali che nel destreggiarsi tra temperature sempre più alte, migrazione di specie alloctone ecc. spesso rischiano di scomparire per sempre dal nostro pianeta. Eppure, come al solito, vi sono animali per cui il riscaldamento globale è salutato come un’opportunità di crescita e riproduzione…E’ il caso della simpaticissima marmotta delle Montagne Rocciose (Colorado) che, a seguito di uno studio durato 33 anni da parte di un gruppo di ricercatori dell’Imperial College di Londra e pubblicato sulla rivista Nature in questi giorni, ha mostrato di sapersi adattare benissimo alle nuove condizioni atmosferiche incrementando il proprio peso e le proprie chances di affrontare parassiti, batteri e virus vari…
Questo divertentissimo roditore, infatti, noto per i letarghi molto lunghi - in media è sveglio per non più di 4-5 mesi all’anno - quando non dorme è impegnatissimo a recuperare il tempo perso barcamenandosi frettolosamente tra ricerca del cibo, accoppiamento, gestazione e crescita della prole, spesso impreparata - per dimensioni e riserve di grasso- a superare il lungo inverno, scontando tutto ciò con un’alto tasso di mortalità.
Nell’ultimo decennio in particolare, però, la marmotta ha evidenziato un considerevole aumento del peso corporeo passando da una media di 3,094 kg a 3,433 kg proprio grazie alla possibilità di uscire in anticipo dal letargo prolungando, così, la stagione “attiva” e conseguentemente conducendo anche i piccoli ad essere molto più pasciuti rispetto al passato… Forse potrebbe sembrare una buona notiza in realtà, tuttavia, essa è solo l’ennesima dimostrazione dei danni delle attività umane sugli ecosistemi e sull’importanza di fare qualcosa per mitigarli.. Al più presto.
Di iniziative particolari per combattere i cambiamenti climatici ne abbiamo trattate tante, questa che arriva dal Giappone è però decisamente fuori dall’ordinario. Il Ministero dell’Ambiente locale ha infatti lanciato una singolare campagna che invita ad andare a letto prima la sera al fine di limitare le emissioni di gas serra.
L’esortazione tuttavia, contrariamente a quanto si possa pensare, non è semplicemente uno slogan, dato che rientra in un programma ecologico ben più ampio denominato Challenge 25%(Morning Challenge è invece il nome specifico di quest’iniziativa). In particolare i cittadini vengono invitati ad anticipare di un’ora la sveglia al mattino e andare a dormire prima la sera: in questo modo si può meglio sfruttare la luce naturale riducendo perciò i consumi di energia elettrica.
Secondo alcune stime, una famiglia con abitudini normali che deciderà di aderire alla campagna seguendo i consigli sullo stile di vita (disponibili sul sito del ministero), potrebbe ridurre il proprio contributo di CO2 fino a 85 chili per la sola illuminazione. Possibilità di successo? Dalle stime non è dato sapere, anche se, per quanto l’aspetto culturale del Paese nipponico sia ben distante dal nostro, mi rimangono numerosi dubbi sulle possibilità di riuscita.
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Marea nera: e se il peggio dovesse ancora arrivare? Nessuno se lo augura, ma è quanto ipotizza uno studio italiano pubblicato da Gianluigi Zangari, geofisico del Cnr di Frascati associato all’Associazione Geofisica Italiana.
Secondo Zangari, infatti, ci potrebbero essere in un futuro abbastanza vicino delle pericolose interazioni tra il petrolio riversato in mare dalla Deepwater Horizon e la corrente del Golfo. E, poichè tale corrente ha forti effetti di termoregolazione sul clima di tutta l’area del Golfo del Messico, potrebbe innescarsi una reazione a catena con conseguenze imprevedibili sulla temperatura del globo terrestre.
Zangari, inoltre, mette in guardia su un primo fenomeno che potrebbe essere collegato alla marea nera: una corrente circolare normalmente presente nel Golfo si è interrotta.
Ciò potrebbe causare una reazione sulle altre correnti della zona e, di conseguenza, sulla capacità complessiva della corrente del Golfo di scambiare calore con l’atmosfera.
Via | Associazione Geofisica Italiana
Foto | Flickr
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Su Ecoblog abbiamo spesso scritto di come il consumo di carne sia legato ad uno sfruttamento delle risorse piuttosto pesante per il nostro ecosistema. Abbiamo anche invitato a non mangiare carne, derivati e pesce per una volta a settimana, come contributo e in fondo piccolo sacrificio a contenere i consumi e dunque lo spreco di risorse.
Ebbene mi scrive il buon caro dottor Costa, Clayco, veterinario che punto per punto ribatte che non sono gli allevamenti intensivi una delle cause del global warming, nè dell’inquinamento, nè di ogni sfruttamento di risorsa. E’ giusto, ovviamente dare voce anche all’altra campana. Punta il dito Costa contro Carrello della spesa virtuale, l’iniziativa del WWF in cui attraverso la simulazione di una spesa tipo, è calcolata l’impronta ecologica di un nucleo familiare.
Spiega nel suo articolo, tra l’altro pubblicato su Climate Monitor che è sbagliato accusare gli allevamenti di essere fonte di emissioni di metano, gas serra, che contribuisce al riscaldamento del Pianeta, perché:
Il metano zoogenico non determina ulteriore riscaldamento perché non si accumula in atmosfera, ma è in ciclo, quello di oggi sostituisce quello di 4-12 anni fa senza alterare la concentrazione globale quindi senza provocare ulteriore riscaldamento. Mentre se lo si trasforma in CO2 equivalente si incorre nell’errore di valutare come aggiuntiva la CO2 equivalente e quindi causa di riscaldamento. Lo stesso vale per il protossido di azoto zoogenico che è sempre in ciclo anche se la sua lifetime è più alta e si accumula, però il protossido di azoto proviene dalle fonti azotate nell’ordine del 2% sull’azoto presente siano essi concimi minerali o reflui zootecnici. Gli agricoltori che utilizzano i reflui zootecnici correttamente non usano i concimi minerali quindi nulla cambia per le emissioni di protossido in atmosfera. Inoltre, sempre secondo l’IPCC. il GWP va preso in considerazione per 100 anni e non per 20 come fa il WWI e tanti altri, perchè si presume che il CO2 abbia un’azione riscaldante per 100 anni che è il tempo di accumulo medio del CO2 in atmosfera secondo l’IPCC, se invece fosse 20 anni l’accumulo medio del CO2 le proiezioni di riscaldamento a fine secolo dovrebbero essere molto più basse.
Il resto dell’intervento dopo il salto.
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I piccoli mammiferi sono esposti al rischio di estinzione a causa del riscaldamento globale, come ha dimostrato uno studio dell’Università di Stanford condotto in Nord America, che ha tenuto conto della capacità di sopravvivere e di adattarsi dei piccoli mammiferi e delle conseguenze della diminuzione degli esemplari sulla biodiversità.
I piccoli mammiferi sono animali molto comuni, che però giocano un ruolo fondamentale negli ecosistemi: servono a disperdere i semi, ad arieggiare il suolo, sono prede per animali più grandi. Molte delle specie, tra cui gli scoiattoli, stanno attraversando una fase di declino, che precede la fase di estinzione, mentre specie più aggressive, come il topo cervo, sopravvivono rimpiazzando le prime.
Ciò comporta degli squilibri negli ecosistemi che non possono sopravvivere senza quei piccoli animaletti che avevano un ruolo fondamentale nella catena alimentare e nella tutela della biodiversità e che oggi risentono enormemente dei cambiamenti della temperatura e delle conseguenze del riscaldamento globale.
Foto | Flickr
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Anche Milena Gabanelli con Report si interessa all’estinzione del tonno rosso e domenica 23 maggio alle 21,30 su RaiTre va in onda “L’ultima mattanza” un servizio di Sabrina Giannini dedicato alla scellerata pesca al tonno rosso. Parliamo di pesca che rifornisce l’industria e che sta facendo danni incalcolabili all’ecosistema marino.
Vi lascio la sinossi:
La pesca al tonno e’ l’ultima frontiera di una caccia ancora sfruttabile dall’industria. Ma proprio a causa del sempre piu’ crescente consumo di tonno in scatola molte specie sono eccessivamente sfruttate. La storia del tonno in scatola e del tonno rosso del Mediterraneo, quasi in estinzione a causa dei giapponesi e della ”moda” del sushi, sono il paradigma per capire quanto sia stupido l’uomo nel gestire le risorse del pianeta.
Troppi interessi e le ipocrisie dei politici ruotano intorno all’industria e alla pesca industriale del tonno e alle politiche mondiali per la conservazione delle specie sull’orlo dell’estinzione. E il consumatore che, a causa della scarsa informazione in etichetta, non sempre e’ in grado di capire che con il proprio comportamento alimentare rischia di far sparire per sempre il pesce piu’ importante per gli equilibri del mare. Andando avanti cosi’ ai nostri figli lasceremo in eredita’ il sushi a base di riso e fagioli azuki.

Ugo Bardi, presidente di Aspo Italia, torna alla carica contro i negazionisti del clima. E rilancia: il 2010 potrebbe passare alla storia come l’anno più caldo da quando si fanno le rilevazioni.
Secondo Bardi, infatti
i primi quattro mesi del 2010 si prefigurano come parte di quello che potrebbe essere l’anno più caldo della storia, da quando si fanno misure di temperatura. La cosa si sta facendo preoccupante, soprattutto in considerazione del fatto che siamo a un minimo storico dell’attività solare - se il riprende a salire, cosa succede?
Il problema, però, è che in Europa questo riscaldamento non si avverte a causa, continua Bardi, di una fluttuazione artica che sta portando mal tempo e temperature sotto la media stagionale:
Come vedete nel diagramma in alto a sinistra, c’è una striscia blu di raffreddamento che parte dalla Cina e arriva fino agli Stati Uniti. Chi vive in questa zona, incluso noi, ha difficoltà a rendersi conto della situazione. Nel resto del mondo, invece, ci sono delle zone, come il Canada, dove abbiamo sei gradi in più rispetto alla media stagionale. Non oso pensare cosa potrebbe succedere se avessimo temperature del genere qui da noi
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