Un curriculum falso può costare caro, anche dopo l’assunzione-ecoblog
Una scorciatoia che può sembrare innocua all’inizio, ma che rischia di trasformarsi in un problema serio quando meno te lo aspetti.
Capita spesso, soprattutto in un mercato del lavoro competitivo, di sentirsi inadeguati rispetto ai requisiti richiesti dalle aziende. L’ansia di non essere scelti, unita al desiderio di migliorare la propria posizione, può spingere alcuni candidati a “ritoccare” il curriculum vitae.
Piccole esagerazioni, esperienze gonfiate, titoli presentati in modo ambiguo: a prima vista possono sembrare dettagli marginali, difficili da verificare e, tutto sommato, innocui. Ma la realtà è molto diversa e le conseguenze possono essere pesanti.
Il curriculum non è solo un biglietto da visita professionale, ma un documento su cui si fonda il rapporto di fiducia tra lavoratore e datore di lavoro. Quando questo patto viene violato, il rischio non riguarda soltanto la fase di selezione, ma può emergere anche dopo l’assunzione.
Mentire nel curriculum: perché è così grave
Scrivere informazioni non veritiere nel curriculum significa presentarsi all’azienda in modo ingannevole e la cosa peggiore è che non si tratta di una semplice imprecisione, ma di una scelta consapevole che incide direttamente sulle decisioni del datore di lavoro.

Le aziende selezionano i candidati sulla base delle competenze dichiarate. Se queste risultano false, l’assunzione avviene su presupposti errati e a danno di altri lavoratori che avrebbero potuto ricoprire legittimamente quel ruolo. Dal punto di vista giuridico, il problema non è solo morale. La falsità delle dichiarazioni pre-assuntive può configurare una violazione grave dei doveri di correttezza e buona fede, principi fondamentali del rapporto di lavoro.
Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda il momento in cui le bugie vengono scoperte. Molti pensano che, una volta firmato il contratto, il problema sia superato. In realtà non è così. Se emerge che l’assunzione è stata ottenuta grazie a informazioni false, il datore di lavoro può avviare un procedimento disciplinare anche a distanza di tempo. Non conta che il lavoratore stia svolgendo regolarmente le sue mansioni: il venir meno del rapporto fiduciario è sufficiente a giustificare il licenziamento.
La giurisprudenza è chiara nel ritenere che una condotta di questo tipo sia particolarmente grave, perché intenzionale e idonea a ingannare l’azienda fin dall’inizio. Un altro punto spesso frainteso riguarda le regole aziendali. Anche in assenza di un codice disciplinare che elenchi espressamente il divieto di mentire sul curriculum, la sanzione resta valida.
Ci sono comportamenti che sono evidentemente contrari alle regole di base dell’ordinamento e all’etica professionale. In questi casi, il lavoratore non può invocare l’ignoranza o sostenere di non sapere che quella condotta fosse vietata. Per non correre rischi, è fondamentale attenersi a un principio semplice: scrivere solo ciò che è vero e dimostrabile. Titoli di studio mai conseguiti, corsi non frequentati, ruoli mai ricoperti o esperienze inventate possono diventare un boomerang.
