L’aumento dell’età pensionabile e il problema del minimo contributivo(www.ecoblog.it)
La questione della pensione per i lavoratori con stipendi bassi torna al centro del dibattito pubblico con penalizzazioni in vista.
Un’analisi recente della CGIL, la più grande confederazione sindacale italiana, mette in luce come questa misura penalizzi in modo significativo chi percepisce salari modesti, obbligandolo di fatto a prolungare la propria vita lavorativa ben oltre i tre mesi di incremento indicati dalla legge.
La normativa vigente, derivante dalla legge Fornero, prevede un meccanismo automatico di rialzo dell’età pensionabile legato all’aspettativa di vita, tra le più elevate al mondo. Stando alle ultime disposizioni, l’età pensionabile nel 2027 sarebbe dovuta salire a 67 anni e 3 mesi. Tuttavia, il Governo Meloni ha deciso di dilazionare questo aumento, stabilendo che:
- Nel 2027 l’età pensionabile salirà a 67 anni e 1 mese.
- Nel 2028 a 67 anni e 3 mesi.
- Nel 2029 a 67 anni e 5 mesi.
Questo meccanismo è fondamentale per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale italiano. Tuttavia, il vero nodo della questione riguarda il minimo contributivo, ovvero la soglia di contributi che un lavoratore deve versare settimanalmente per far sì che quel periodo di lavoro sia valido ai fini pensionistici.
La CGIL sottolinea che chi ha contratti part-time, lavori stagionali o saltuari, o percepisce stipendi inferiori a 12.551 euro annui (circa 241 euro settimanali), rischia di non raggiungere questo minimo con facilità. Ne deriva una situazione paradossale: l’aumento di tre mesi dell’età pensionabile, in realtà, si traduce per loro in un prolungamento ben più lungo degli anni di lavoro, a causa delle settimane “perse” in cui non maturano contributi sufficienti.
Chi guadagna meno deve lavorare di più
Secondo la CGIL, questa dinamica impatta soprattutto su categorie di lavoratori già fragili:
- Addetti con contratti part-time.
- Lavoratori stagionali o intermittenti.
- Dipendenti con salari molto bassi.
L’effetto è che, oltre all’aumento anagrafico, si aggiunge un allungamento del periodo lavorativo necessario per recuperare il contributo mancante. In termini pratici:
- Chi percepisce circa 5.000 euro annui dovrà lavorare circa due mesi in più rispetto all’aumento ufficiale.
- Chi guadagna 8.000 euro annui si vedrà costretto a lavorare almeno un mese e una settimana in più.
La ragione di questa “penalizzazione” risiede proprio nel meccanismo del minimo contributivo, calcolato come il 40% della pensione minima. Dal 2025, la pensione minima è di poco superiore a 600 euro mensili e viene rivalutata annualmente. Al contrario, gli stipendi medi reali in Italia sono praticamente bloccati da decenni, con una perdita del 6,9% rispetto al periodo pre-pandemia, come evidenziano i dati Ocse più recenti.
Questa discrepanza fa sì che, ogni anno, un numero crescente di lavoratori non riesca a versare contributi sufficienti per far valere quel periodo lavorativo ai fini pensionistici, aggravando così le disuguaglianze nel sistema previdenziale.

Oltre al problema dell’aumento dell’età pensionabile, esiste un tema parallelo che riguarda il ricalcolo della pensione anticipata per chi ha avuto periodi di reddito basso negli ultimi anni di lavoro. In Italia, infatti, è possibile chiedere la cosiddetta neutralizzazione di fino a cinque anni di contributi “sfavorevoli”, cioè quei periodi che, per via di salari bassi o contratti precari, abbassano la media retributiva e quindi la pensione finale.
Questa possibilità, sancita dalla Corte Costituzionale e recentemente ribadita dalla Corte di Cassazione, consente, al raggiungimento dell’età pensionabile di vecchiaia (attualmente 67 anni), di ricalcolare la pensione escludendo i redditi più bassi, con l’obiettivo di ottenere un importo più favorevole. Tuttavia, questa procedura non avviene in automatico: è necessario presentare una domanda specifica di riliquidazione.
Va precisato che la neutralizzazione è applicabile principalmente alle pensioni calcolate con sistema misto (parte retributiva e parte contributiva), mentre per quelle interamente contributive – come nel caso della pensione anticipata contributiva o quota 103 – non è prevista, dato che il calcolo si basa solo sul montante versato e non su medie reddituali.
