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Alimentazione

Gamberetti a basso costo nei supermercati per il lavoro di pescatori schiavi

La schiavitù non è stata mai abolita, nemmeno nel XXI secolo, e la brutta storia dei pescatori schiavi comprati a 300 dollari dalle flotte che pescano gamberetti è stata svelata dal The Guardian dopo che tre giornalisti hanno indagato per sei mesi

I giornalisti del The Guardian Kate Hodal, Chris Kelly e Felicity Lawrence hanno svelato che sui pescherecci che catturano il pesce destinato all’allevamento di gamberetti in Thailandia e Cambogia decine di pescatori sono tenuti sotto schiavitù. Il reportage è frutto di sei mesi di indagini. I pescatori sono acquistati e venduti come animali e detenuti sotto regime di schiavitù su barche da pesca al largo della Thailandia che provvedono alla cattura del cosidetto pesce spazzatura (ossia quello non commestibile) da destinare agli allevamenti di gamberetti venduti poi nei principali supermercati di tutto il mondo, compresi i primi quattro retailer globali: Wal-Mart, Carrefour, Tesco e Costco.

Dall’inchiesta è emerso che il più grande allevatore di gamberi del mondo che ha base in Thailandia, la Charoen Pokphand Foods compra farina di pesce, da alcuni fornitori che possiedono, gestiscono o acquistano da barche da pesca sui cui sono sfruttai i pescatori schiavi. All’inchiesta ha preso parte anche EJF Environmental Justice Foundation impegnata a contrastare il traffico e sfruttamento di migranti birmani nella catena di approvvigionamento di pesce. Già lo scorso gennaio EJF aveva denunciato lo sfruttamento di bambini e donne nella pesca dei gamberetti in Bangladesh con il report Impossibly Cheap: Abuse and Injustice in Bangladesh’s Shrimp Industry.

Steve Trent, direttore esecutivo di EJF, ha detto:

E’ scandaloso che un settore che genera tali livelli di profitto non riesca a sostenere i diritti umani fondamentali dei lavoratori. I consumatori in Europa e negli Stati Uniti devono essere consapevoli dei costi nascosti dei gamberetti incredibilmente a buon mercato. Nel 21 ° secolo, alimenti prodotti dal lavoro forzato o coatto non dovrebbe essere presenti nei nostri piatti.

Gli uomini che sono riusciti a fuggire dai pescherecci hanno raccontato al The Guardian delle condizioni drammatiche in cui sono costretti a lavorare: turni di 20 ore, percosse regolari, torture e esecuzioni. Alcuni sono stati in mare per anni; a altri sono state regolarmente offerte metanfetamine per tenerli in piedi. Quindici lavoratori migranti provenienti da Birmania e Cambogia hanno raccontato di essere stati ridotti in schiavitù dopo che avevano pagato degli intermediari per aiutarli a trovare lavoro in Thailandia nelle fabbriche o nei cantieri edili. Ma sono stati venduti ai capitani dei pescherecci per 300 dollari.

Ha detto Aidan McQuade direttore dell’associazione non governativa Anti-Slavery International

Se si acquistano gamberi o gamberetti dalla Thailandia si acquista il prodotto del lavoro di uno schiavo.

CPF è il più grande esportatore di gamberi al mondo coprendo quasi il 10% dell’interno fabbisogno di gamberetti e ha un fatturato annuo 33 milioni di dollari mentre l’intero giro d’affari mondiale è di 7,3 miliardi di dollari. La Thailandia è considerata la base per il transito o la destinazione dei traffici di schiavi e si stima che quasi mezzo milione di persone siano ridotte in schiavitù. Non vi è alcuna traccia ufficiale di quanti pescatori siano stati resi schiavi sui pescherecci, ma il governo thailandese stima che fino a 300.000 persone lavorano nel settore della pesca, il 90% dei quali sono migranti vittime della tratta e venduti per la schiavitù in mare. Questa situazione asce dall’aumento della domanda di gamberetti sempre più economici negli Stati Uniti e in Europa e ciò ha spinto la manodopera a basso costo fino alla schiavitù.

Nonostante i buoni propositi espressi dal Governo Thailandese le associazioni che si occupano dei diritti umani ritengono che l’industria per l’export dei frutti di mare dalla Thailandia sarebbe destinata a crollare senza schiavitù.

I retailer hanno preso formalmente le distanze ma nella pratica si potrebbe fare molto di più. Il primo passo riguarda noi consumatori: smettere di comprare gamberetti provenienti dalla Thailandia.

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