E’ davvero una novità: non solo è biodegradabile al 100% e ha il packaging ridotto e totalmente riciclabile, ma è sopratutto in foglietti. Il detersivo per lavatrice Dizolve si presenta proprio così, in foglietti da stacciare in dosi per il bucato. Il detersivo non contiene fosfati, si usa sia con i lavaggi a caldo sia a freddo e assicura l’azienda canadese che lo produce che gli ingredienti che lo compongono sono tutti naturali.
Attualmente è in vendita nei supermercati francesi della catena Casino e FranPirx al prezzo di 7,99 euro per 16 foglietti validi per 32 lavaggi.
Non so se sia la panacea, di certo l’idea è interessante e il prodotto intrigante: amici francesi ci fate sapere come funziona e se davvero mantiene quanto promesso?
Via | MarcelGreen

Altro che longa manus delle multinazionali del petrolio e della plastica! A far sparire dal Decreto Milleproroghe la Legge con gli standard di biodegradabilità sulle bioshopper in plastica biodegradabile sono state le piccole, piccolissime aziende del Nord Italia oltre 2000 concentrate in Piemonte, Veneto, Lombardia e Emilia e che impiegano circa 20mila lavoratori. Leggo la notizia sul Corriere della Sera di oggi (pag. 24).
Spiega Maurizio Pastore della Camar Plast di Domodossola:
Eravamo disperati. Se quelle norme fossero passate non avremmo riaperto dopo le vacanze. E così abbiamo inondato di mail il Ministero dell’Ambiente. Le grandi imprese possono riconvertire la produzione dalla plastica alla bioplastica. Noi no. E poi i piccoli negozi non vogliono la bioplastica. Piuttosto passeranno ai sacchetti di carta.
Il Ministero dell’Ambiente ha fatto sapere che comunque la Legge sarà adottata anche se non specifica come e quando. Comunque, se oggi la norma sui criteri che stabiliscono la biodegradabilità dei sacchetti di plastica fosse in vigore sarebbe toccato anche ai piccoli negozianti munirsi di sacchetti biodegradabili. Invece la legge attualmente in vigore prevede che i sacchetti bio siano distribuiti solo nei supermercati. In giro dunque tanti sacchetti fintobio ottenuti da plastica a cui sono stati aggiunti adittivi che aiutano la scomposizione ma che lasciano comunque il problema. Peraltro questi sacchetti sono venduti al pari delle bioplastiche e dunque assicurano un profitto più alto.
Chi la spunterà? Le piccole imprese o gli ambientalisti? Intanto chi ha a cuore l’ambiente può usare buste in stoffa, paglia o retine in cotone.
Foto | Flickr
Leggo sul Corriere della sera di oggi a pag. 20 che dal Drecreto milleproroghe è sparita misteriosamente la norma che dà il via libera ai sacchetti per la spesa in plastica biodegradabile.
Scrive in un comunicato stampa Francesco Ferrante senatore Pd:
Evidentemente la longa manus delle lobby della vecchia industria inquinante sta tentando il tutto per tutto. Non possiamo che augurarci che il Governo rimedi in breve tempo a questo grave infortunio.
Dunque senza la nuova norma non si avranno i parametri di dissolvenza corretti per le borse per la spesa in plastica biodegradabile e resteranno in circolazione le buste che degradandosi diventano coriandoli di plastica essendo state prodotte da plastiche a base di petrolio.
Continua a leggere: BioShopper, spariscono dal decreto milleproroghe

Anche la Spagna ha deciso di vietare progressivamente l’uso dei sacchetti di plastica non biodegradabili, il termine ultimo fissato dalla legge approvata il 28 luglio scorso è il 2018, ma la normativa prevede una sostituzione progressiva che dovrà portare alla sostituzione degli attuali sacchetti di plastica già nella misura dell’80% prima del fine del 2016.
In Italia, per una volta, possiamo dire di “essere avanti” avendo già vietato la vendita di questo tipo di sacchetti in favore di quelli prodotti con materiali biodegradabili o di quelli riutilizzabili in materiali come il cotone. Continua purtroppo a mancare una normativa europea che vieti del tutto questo inutile e inquinante accessorio per lo shopping, ad ogni modo la soddisfazione per la decisione presa dal parlamento spagnolo è espressa da Marco Versari, presidente di Assobioplastiche:
La Spagna compie un altro importante passo in avanti per la tutela dell’ambiente sulla scia dell’esperienza pilota italiana, confermando ancora una volta la sensibilità crescente in tutta Europa sui pesanti danni cagionati dall’abbandono delle buste in plastica non biodegradabile. L’auspicio è che anche le Istituzioni europee recepiscano questa lodevole tendenza e si attivino per formulare norme di analogo tenore applicabili a tutti i Membri dell’Unione.
Ho letto delle infradito biodegradabili su Guida Consumatore e ho approfondito la notizia telefonando ai diretti interessati e devo dire che ho scoperto un magnifico mondo di piccole imprese italiane, eccellenze creative, attente all’ambiente e avanzate tecnologicamente.
Le pasyr sono infradito biodegradabili al 44,47% in poco più di 180 giorni e riciclabili al 100%: sono uno di quei piccoli gioielli del Made in Italy, visto che nascono nel distretto calzaturiero delle Marche. Sono costruite con un compound elastomerico - termoplastico, l’Ecopowerbio sotto brevetto della Tecnofilm e prodotto con gomme e oli vegetali di provenienza italiana o al massimo europea. Il taglio delle forme e l’assemblaggio avviene grazie a cooperative marchigiane. Il packaging ovviamente è semplicissimo: una retina in cotone. Tra l’altro le pasyr si possono acquistare on line al prezzo di 16,50 euro, oltre le cinque paia scatta il porto franco e i prezzi sono più contenuti per i GAS e i rivenditori.
L’idea di produrre infradito e scarpe biodegradabili è venuta a Ronni Ricci che già ha messo assieme diverse ditte marchigiane che producono scarpe ecologiche in vendita on line per Eco Marche Bio. Lo sento al telefono e mi spiega che:
Produrre scarpe biodegradabili non è molto diverso dal produrne di non ecologiche. Non ci vogliono grandi investimenti ma solo una mentalità diversa.
Continua a leggere: Pasyr infradito biodegradabili calzature Made in Italy
Il bel fanciullo che vedete accanto porta trionfante nella carriola la scarpa che ha vinto il secondo premio al The green fashion competition, consegnato durante l’Amsterdam international fashion week.
Qual’è la particolarità di queste sneakers? Che una volta consumate, rovinate, sdrucite, insomma quando sono da buttare vanno differenziate nel compost o messe in un terreno, perché completamente biodegradabili. Il che comunque non vuol dire che siano meno resistenti o durature delle classiche scarpe sportive.
L’idea è interessante perché come sappiamo riciclare le scarpe vecchie è piuttosto complesso, nonostante siano in piedi alcune meritevoli iniziative come Ri-scarpa.
Il progetto OAT, però non resta sulla carta o come mero esercizio ecologico, ma è produttivo. Infatti le OAT shoes sono attualmente in produzione in una fabbrica in Bulgaria, così come è raccontato dalle pagine di Fb.
La scelta della Bulgaria comunque è arrivata dopo che il team di Oat è stato anche in Italia per acquistare materiali e alla ricerca dei macchinari per la produzione delle loro scarpe. Macchinari che noi non abbiamo più.
Oat sneaker, scarpe sportive biodegradabili

Via | Greenprophet
Foto | OAT
Giuseppe Brau fondatore di Quibio annuncia che sta preparando un documento per insegnare ai consumatori a distinguere un sacchetto di plastica biodegradabile da una busta in cui vi è anche plastica tradizionale.
La necessità emerge a pochi giorni dal bando dei sacchetti di plastica poiché per tenere bassi i prezzi dei sacchetti potrebbero essere introdotti sul mercato buste prodotte con plastica mista a bioplastica. Spiega, infatti, Brau:
La polemica di questi giorni relativa all’aumento dei costi dei sacchetti deriva dalla concezione errata che molti esercenti hanno nei confronti della borsa in bioplastica: il sacchetto viene considerato come un prodotto da banco sul quale lucrare, e non come un modo per veicolare una nuova etica rispettosa dell’Ambiente. Il rischio speculazione, quindi, è particolarmente alto: non solo perchè il costo – rincarato – viene fatto ricadere sul consumatore, ma anche perchè, per tenere bassi i costi di produzione del sacchetto e massimizzare il guadagno della sua vendita, molti sacchetti potrebbero essere prodotti con una percentuale di plastica tradizionale all’interno. Ciò però, non li renderebbe più biodegradabili al 100% e quindi non compostabili.
Dunque, meglio usare borse in stoffa o paglia.
Via | Comunicato stampa
Foto | Flickr
Qualche anno fa su Ecoblog abbiamo riportato notizia di Arboform, un particolare materiale che, nonostante abbia le stesse proprietà del legno, può essere lavorato come la plastica. Si tratta in sostanza di un polimero naturale biodegradabile e facilmente modellabile, il cui brevetto è in possesso dell’azienda tedesca Tecnaro.
Ebbene, quel materiale, superata la fase di sperimentazione, inizia ora a mietere i primi successi, tanto che, appena qualche settimana fa, i suoi inventori Jürgen Pfitzer e Helmut Nägele, hanno ricevuto l’ambito premio “Inventore europeo 2010″ per la categoria PMI/ricerca.
Il polimero si ottiene usando la lignina, ricavata dal legno, ed è costituito al 100% da materie prime rinnovabili. Gli sviluppatori di Arboform, alla ricerca di materiali alternativi, si sono imbattuti nella lignina, il componente rigido del legno che viene scartato durante i processi di produzione della pasta di cellulosa e della carta. L’industria cartiera, da sola, produce dalle 50 alle 60 milioni di tonnellate di lignina all’anno.
Con lo slogan “Doing good never felt better”, arrivano i primi profilattici completamente “verdi”. Ovviamente il colore non c’entra…
Si tratta di preservativi eco-compatibili, biodegradabili e vegan: per realizzarli, infatti, non vene utilizzata caseina, una proteina del latte che di solito rientra tra gli “ingredienti” dei profilattici. Al proposito ecologico, inoltre, si aggiunge quello sociale: con l’acquisto dei preservativi ecologici, infatti, i consumatori sosterranno la distribuzione gratuita di altri profilattici alle popolazioni di Haiti, Tailandia e Uganda.
L’intento, quindi, è quello di proteggere l’ambiente grazie ad un preservativo facilmente biodegradabile (tanto si sa, alla fine, che non lo si butta nella differenziata…) e di limitare la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili anche nei paesi più sfortunati.
Se poi è pure caseina-free e piace ai vegan meglio ancora.

Dopo la lingerie in fibra di bambù, naturale ed ecologica, arriva la linea di intimo uomo in fibra di banana. La linea Banana di AussieBum arriva dall’Australia ed è dedicata a chi di banane se ne intende.
Tutti i capi di intimo maschile, dagli slip alle bermuda, sono realizzati per il 27% in fibra di banana, per 64% in cotone organico, per il restante 9% in Lycra. La fibra di banana, ottenuta dalla tessitura della corteccia, combinata con le percentuali degli altri due materiali in quelle proporzioni, offre al capo intimo leggerezza, morbidezza ed assorbenza.
L’intimo uomo in fibra di banana è in vendita online qui su AussieBum a circa 20 euro. Che ne dite, vi sembra che il prezzo valga la banana?
via | ecouterre