
Lo abbiamo scritto più volte su Ecoblog: in Italia sprechiamo tantissimo cibo buono e sano poiché finisce irrimediabilmente nella spazzatura. Per aggirare uno dei tanti black out burocratici che contribuiscono allo sperpero è bastata una stretta di mano.
Infatti, Antonio Postiglione, commissario straordinario dell’Azienda ospedaliera di Caserta S.Anna e Sebastiano e don Antonello Giannotti presidente della Caritas diocesana hanno stretto un accordo: i pasti quotidiani non ritirati dai degenti saranno devoluti alla mensa della Caritas e distribuiti alla Tenda di Abramo a Caserta.
I pasti sono in confezione monodose e rispettano tutte le norme igienico sanitarie e saranno ritirati quotidianamente dai volontari della Caritas.
Via | Il Casertano
Foto | Flickr
In Italia sprechiamo cibo. Non c’è crisi economica che ci salvi: nel bidone della spazzatura ci finiscono ogni anno 20milioni di tonnellate di cibo buono per un valore pari al 3% del PIL italiano e che sfamerebbe oltre 44milioni di persone. E’ sconcertante e ne scrive senza aforismi, ipocrisie e buonismi Andrea Segrè preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna e economista che ha redatto il dossier Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo (Ed. Ambiente, euro 12) scritto con il ricercatore Luca Falasconi. Segré conosce bene lo scialo del cibo buono essendo anche presidente di Last Minute Market, l’associazione che sfama i bisognosi proprio con il cibo recuperato.
Ebbene, Segré analizza la filiera del cibo e non assolve nessuno: tutti, dai produttori ai trasformatori, distributori, consumatori sono coinvolti e responsabili; tutti sprecano cibo che arrivi da filiera corta o da filiera lunga. Dunque nell’attesa che la società si riorganizzi cogliendo l’occasione di una crisi mondiale dei consumi come trampolino di lancio verso stili di vita meno spreconi ma più sobri e sostenibili, ognuno di noi tra le mura domestiche può adottare la propria personale sostenibilità: non sprecare.
Come? Imparando a scegliere cosa acquistare tenendo presente che è meglio comprare prodotti con pochi imballaggi; acquistare solo quello che ci serve; imparare a consumare meno.
Foto | Andrea Segre

La rivista scientifica Science ha pubblicato uno studio che lega l’aumento dei prezzi del cibo degli ultimi anni agli effetti del riscaldamento globale. Gli aumenti della temperatura riducono la produzione di queste materie prime con un’inevitabile ricaduta sui prezzi che, cercando di tenere presente che si tratta di fenomeni che hanno effetti globali, finiscono per divenire decisivo acceleratore per l’instabilità politica nelle regioni più povere del mondo. Questo senza considerare la crescita esponenziale degli affamati del terzo mondo, i primi ad essere colpiti da una variazione positiva del prezzo del grano.
I cambiamenti climatici, secondo questo studio, hanno avuto un impatto negativo sulla produzione del grano e del mais quantificabile fra il 3% e il 6% nelle ultime tre decadi. Questa riduzione, combinata con l’aumento della domanda e i fenomeni speculativi, ha portato ad un aumento medio dei prezzi del 20%. Il climate change ha di fatto assorbito un decimo di quanto il progresso nelle tecniche di coltivazione avrebbe permesso di raggiungere in termini di aumenti dei raccolti.
Il paese maggiormente colpito è la Russia dove l’aumento delle temperature e le variazioni della piovosità hanno portato un -15% nella produzione di grano. Gli studiosi della Stanford University e della Columbia University hanno evidenziato che questa riduzione equivale all’intero raccolto di un paese come la Francia, il più grande produttore dell’Unione europea. Per ridurre questi effetti negativi si possono adottare delle contromisure, ma di fatto i modelli mostrano che senza i cambiamenti climatici la produzione sarebbe potuta aumentare attenuando l’aumento dei prezzi connesso portato dalla crescita della domanda.
[Via | Euroactiv]

Ama (Azienda Municipale Ambiente) in occasione delle Feste natalizie invita i cittadini di Roma a un comportamento sostenibile e detta le sue 10 regole:
INFO 800867035

Nei 20 ristoranti milanesi aderenti all’iniziativa ”Il buono che avanza” si possono portare via cibo e bevande avanzate in doggy bag apposite. L’iniziativa è promossa da cena dell’Amicizia insieme a Slow Food Milano, Legambiente Lombardia e Comieco, oltre alla azienda biologica Alce Nero.
Secondo i calcoli di “Cena dell’Amicizia”ogni anno avanzano ben 37 miliardi di euro di cibo.
Nei 20 ristoranti ci sarà il marchio “Il buono che avanza” e volendo ciò che avanza del pasto può anche essere lasciato all’associazione “Cena dell’amicizia”, che si occupa da tempo di sfamare i milanesi disagiati.
Qui la lista dei 20 ristoranti aderenti all’iniziativa.
Via | Ecodallecittà

Da Comieco le regole per gestire al meglio la raccolta differenziata dei rifiuti dei pranzi delle Feste:

Da gennaio a Torino partirà l’iniziativa “La pietanza non avanza - Gusta il giusto, dona il resto” grazie alla quale non andrà più sprecato il cibo integro avanzato nelle mense scolastiche . L’iniziativa, che porterà anche alla riduzione dei rifiuti delle mense, si concluderà a fine 2011 e coinvolgerà inizialmente solo cinque scuole torinesi (la “Antonelli” di via Vezzolano 20, la “Aurora” in via Cecchi 16, la “Fontana” di via Buniva 19, la “Spinelli” in via San Sebastiano Po 6 e l’istituto “Gozzi” in via Gassino 13) per un totale di circa 1500 pasti al giorno.
I pasti avanzati saranno consegnati agli asili notturni Umberto I di Torino, dove verranno distribuiti ai bisognosi.
L’assessore regionale all’Ambiente Roberto Ravello ha definito ”La pietanza non avanza”:
Un’iniziativa contro gli sprechi in un momento di crisi, ma anche un messaggio educativo forte di solidarietà.
Via | Regione Piemonte

Come ogni anno Greenpeace pubblica i suoi dieci consigli per rendere più sostenibile il nostro Natale:
Continua a leggere: I 10 consigli di Greenpeace per un Natale più ''verde''
Buone notizie per i produttori agricoli ma anche per gli amanti della buona tavola e del cibo a chilometro zero: il recente decreto ministeriale 212/2010 permette alle aziende produttrici di orzo di creare una malteria o un birrificio aziendale e di venderne il prodotto (cioè la birra artigianale) con il vantaggio della tassazione agricola.
Il reddito prodotto dalla vendita della birra, in pratica, sarà tassato come quello proveniente dalla vendita dell’orzo a patto che la birra sia fatta con almeno il 51% di malto derivante da orzo prodotto in azienda. La stessa cosa è permessa anche per chi produce grano o uva: i produttori potranno farsi la distilleria o il mulino-panificio aziendale.
L’idea che sta alla base del decreto è quella di far ricadere sugli agricoltori almeno una parte del valore aggiunto delle rispettive filiere, visto che spesso l’uva, il grano o l’orzo si vendono a niente e il vino, il pane o la birra si vendono a peso d’oro.
Il risultato finale, oltre al lato strettamente economico per gli agricoltori, dovrebbe essere quello di moltiplicare le distillerie, i panifici e le birrerie artigianali e semiartigianali che verranno situate all’interno delle aziende che producono le materie prime di birra, grappa e pane.
Se amate la filiera+corta e i cibi a km zero, quindi, è una gran bella notizia.
Via | Confagricoltura
Foto | Flickr
The Story of Food è un cortometraggio che riassume creativamente la situazione del sistema alimentare del mondo, fornendo risposte a semplicissime domande sul cibo: da dove viene quello che mangiamo? Come viene trattato quello che mangiamo? Di cosa è fatto il cibo che finisce nei nostri piatti?
Di Chris Mullington, The Story of Food evidenzia anomalie e malfunzionamenti del nostro sistema alimentare, parla del rapporto tra l’uomo e la terra, della condizione dell’agricoltura, del lavoro sporco delle industrie di pesticidi, della perdita di quasi il 75% di varietà diverse di frutta e ortaggi. Il tutto in 6 minuti, grazie a didascalie semplici ed illustrazioni vivaci.