
Il sultanato di Oman, (siamo nella terra del petrolio) ha commissionato alla Astonfield Renewable Resources, compagnia indiana per le energie rinnovabili, un impianto fotovoltaico da 200 MW.
La prima cosa che ho pensato è stata: ma che diavolo ci devono illuminare? In Oman si produce anche petrolio e gas. Ma evidentemente non basta. O non basterà. Ricordo un post di Debora Billi su Petrolio scritto nel 2006 che si rivela quanto mai profetico: Se Dubai è Las Vegas, l’Oman è la Svizzera. Infatti, sono descritte le peculiarità del sultanato dell’Oman: tanto petrolio e interessi turistici. Dunque si è proceduto dalla fine degli anni ‘90 a metà 2000 a una costruzione esponenziale di alberghi extralusso, destinati ai ricchi europei. L’edilizia è frutto degli enormi guadagni derivati dal petrolio ovviamente. Si vive con i condizionatori a palla e si importa tutto per sostenere i ristoranti, i centri commerciali immensi, le piste da sci (sì in pieno deserto ci sono anche quelle). I campi da golf verdissimi costano enormi quantità di energia: l’acqua dolce è rara e si deve desalinizzare quella del mare. Scrive la Billi:
Per carità, i posti sono belli e le attrezzature superbe. E anche se il petrolio non manca certo, viene però da chiedersi come si pensa di sostenere tali infrastrutture nel corso dei decenni.
Zacchete arriva il conto: si inizia a pompare meno greggio. Ecco correre in soccorso il sole. Poi ho fatto una seconda considerazione: ma perché tutta questa fretta nel volere energia? In fondo i ricchi arabi potrebbero puntare a costruire centrali nucleari che però richiedono quanto meno una decina di anni, prima di essere accese. L’impianto fotovoltaico in questione, invece, viene installato in un paio di anni e produce immediatamente energia. Che non sarà il petrolio ma che più o meno dovrebbe garantire la sussistenza di questo immenso parco giochi per ricchi adulti.
Dunque, il picco è più vicino di quanto ci possiamo immaginare e presto assisteremo alla galoppata del prezzo del petrolio?
Via | Times of Oman, Green Prophet
Foto | Flickr
Il World Energy Outlook (WEO) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) rappresenta un appuntamento ineludibile per tutti gli esperti di energia, gli ambientalisti ed i politici del mondo intero. Di conseguenza, in quest’anno caratterizzato da turbolenze-record nei settori delle materie prime, petrolifero ed ora della finanza e dell’economia in generale, l’uscita del WEO 2008 é stata “vegliata” con un’attenzione particolare.
L’Agenzia parigina rassicura che il mondo ha sufficiente petrolio per i prossimi 40 anni, nei termini usuali espressi dal quoziente Riserve/Produzione annua = anni (al consumo attuale), ma avverte che passare dagli attuali 85 milioni di barili al giorno ai 106 del 2030 costerà molto. Questo perché, già nel 2015, circa 30 milioni di barili dovranno essere prodotti da altri pozzi o con altri metodi. Cina ed India saranno responsabili di metà della crescita della domanda di energia primaria ed il Medio Oriente contribuirà per un ulteriore 11%.
La struttura in tre parti del WEO 08: 1) Tendenze mondiali dell’energia al 2030; 2) Prospettive della produzione di petrolio e gas naturale e 3) Il ruolo dell’energia nella climate policy (su 569 pagine!) rivela la vastità delle analisi prodotte e le molteplici prospettive considerate. Una tendenza tuttavia appare evidente, il petrolio sta cambiando e dovrà essere prodotto sempre più da nuovi giacimenti e grazie alle tecnologie di sfruttamento più avanzate (e relativi costi) applicate a quelli esistenti, per far fronte ad un declino stimato al 5/9% l’anno.
Via | International energy Agency (pdf pag 22)
Foto | David C. Foster
In una spedizione dell’anno 1956, il fotografo Erwin Schneider mostrò come il picco Taboche (oltre 6.500 metri) nella Khumbu Valley in Nepal, fosse centrale con un sentiero per il campo base dell’Everest che risale la valle sulla destra.
Lo scorso anno, il geografo Alton Byers, del gruppo di conservazione del Mountain Institute in Washington DC, ha fotografato la stessa vista. Le sue immagini ci mostrano come gli effetti del cambiamento climatico abbiano cambiato la regione. Possiamo notare infatti come i ghiacciai annidati al di sotto della cima e sotto le linee della catena montuosa si siano ritirati nel corso del tempo.
Centinaia di fotografie appartenenti alle spedizioni avvenute negli anni 1950 e 1960 sono ora utilizzate dai climatologi, assieme a misurazioni prese in quel periodo e ad immagini del satellite del 1970, per studiare la velocità alla quale questo “terzo polo” stia scomparendo.
Via | Naturenews.com
Foto | Flickr
Sarà il petrolio a 100$, sarà l’anniversario dei 20 anni dal referendum. Fatto sta che si torna a discutere se creare o meno centrali nucleari in Italia.
In questi venti anni non si sono risolti i problemi per quanto riguarda le scorie, passi avanti sono stati fatti per la sicurezza. Lasciando da parte questi due aspetti, per il semplice fatto che se ne parla già bastanza, vorrei segnalare un fatto altrettanto grave ma di cui si parla poco: le centrali vanno ad uranio, che però sta già finendo.
Nel mondo si produce il 7% di energia attraverso centrali nucleari. Mantenendo le cose così come stanno avremmo disponibilità di uranio per qualche decennio. Basti pensare che il 40% dell’uranio attualmente utilizzato proviene dallo smantellamento delle testate nucleari Russe. In Italia non abbiamo uranio a sufficienza per poter soddisfare la nostra fame di energia, gran parte del combustibile usato in Europa proviene appunto dalla Russia.
Iniziare a costruire una centrale oggi significherebbe che rimarrebbe a secco appena pronta.
Via | ASPO-Italia