Olio, Confagricoltura: “Crescere grazie all’innovazione”

Indebolita dalla Xylella fastidiosa e da una stagione 2014 da dimenticare, l’olivicoltura nazionale punta al rilancio attraverso l’innovazione. A farsi capofila di questa riprogettazione del sistema olivicolo nazionale è Confagricoltura che sottolinea come il nostro Paese non sia più in grado di soddisfare il fabbisogno interno e debba attingere agli altri Paesi europei produttori di olio.

Secondo Mario Guidi, presidente di Confagricoltura,

oggi l'Italia ha bisogno di più olio e di più olio di qualità. Abbiamo un piano olivicolo nazionale che destina risorse ancorché limitate, significative. Il tutto deve essere coordinato assieme ai piani di sviluppo rurale per puntare su un'olivicoltura anche intensiva che possa affiancare la nostra olivicoltura nazionale. Quella capacità produttiva che ci può rendere competitivi nei confronti dei nostri colleghi spagnoli che stanno facendo in questi anni un gran lavoro.

Già, la Spagna, con gli immensi oliveti dell’Andalusia, è diventato il principale bacino di approvvigionamento dell’industria italiana. L’olio, specialmente quello di qualità è un pilastro della dieta mediterranea, come spiega Sara Farinetti, specialista in Medicina interna, nutrizione funzionale e metabolismo:

Considerare l'olio un vero e proprio alimento e non un condimento è il primo sistema e può essere una strategia e poi soprattutto cerchiamo di non contingentare l'utilizzo dell'olio, smettiamola di pensare che proprio il grasso ingrassa. Pensiamo invece che quest'olio è un elemento funzionale. Dobbiamo consumarlo in modo consapevole ad ogni pasto, naturalmente non più con il contagocce, ma andare in cerca, piuttosto che delle calorie, dell'olio di qualità.

Nel corso dell’incontro che si è svolto ieri, a Roma, a Palazzo della Valle, 'L’olio italiano e le sue qualità. Innovare per competere: un settore a confronto con la modernizzazione', sono state esaminate le prospettive dell’olivicoltura intensiva e superintensiva e analizzati i punti di forza e di debolezza.

Fra le criticità vi è il preferibile utilizzo di varietà non autoctone, che sembrerebbero più idonee a questo tipo di organizzazione dell’oliveto, ma che non toglierebbero nulla alla qualità che si basa soprattutto sul solido know-how dei nostri produttori e sulle caratteristiche pedo-climatiche delle coltivazioni. Anche l’esame di alcune Dop e Igp ha dimostrato che vi sono alcune varietà autoctone adatte alla coltura superintensiva.

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