Dissesto idrogeologico, il Governo pronto a sbloccare 2 miliardi di euro

Dal 1998 a oggi 2273 milioni di euro sono stati stanziati e mai utilizzati per la “manutenzione” del territorio. Con il decreto Sblocca Italia potrebbero essere aperti tremila cantieri

Oltre due miliardi di euro, a questa cifra ammonta il tesoretto che dal 1998 a oggi è stato stanziato per far fronte al dissesto idrogeologico, ma che è rimasto inutilizzato con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti e che hanno riempito, anche in tempi recenti, le cronache nazionali. L’estate appena finita verrà ricordata per quella delle sei esondazioni estive nel centro di Milano, una situazione imbarazzante, frutto di una stagione altamente piovosa, ma, soprattutto, degli errori compiuti in campo urbanistico per decenni.

Erasmo D’Angelis, ex sottosegretario alle infrastrutture del governo Letta, ora alla guida della struttura di missione sul dissesto idrogeologico di Palazzo Chigi, ha scoperto, durante i lavori per il decreto Sblocca Italia, come negli ultimi sedici anni 2273 milioni di euro siano stati stanziati ma non spessi per la “manutenzione” del territorio.

Prendiamo il caso di Milano che quest’estate ha fatto i conti con ben sei esondazioni estive in pieno centro: del problema si discute da anni, sono previste quattro vasche di laminazione a monte del capoluogo lombardo e un canale scolmatore, per un costo complessivo di 110 milioni.

Lo Sblocca Italia promette di far partire i cantieri fermi da troppo tempo. I soldi sono stati individuati in tre blocchi di bilancio: un residuo di 321 milioni di euro di fondi gestiti dal Ministero dell’Ambiente e concessi a Comuni, Province e Regioni, un altro blocco da 1219 milioni per finanziare 1647 interventi individuati nell’ambito degli accordi di programma Stato-Regioni e un terzo da 785 milioni di euro da fondi strutturali europei.

Secondo D’Angelis,

la nostra è una penisola-catalogo di grandi rischi naturali. Da sempre l’Italia è costretta (all’insaputa di troppi) alla convivenza con rischi naturali e catastrofi immani che hanno accompagnato la nostra storia. Probabilmente non esiste al mondo un Paese come il nostro con caratteristiche morfologiche quasi uniche, una aggrovigliata geofisica del sottosuolo per la sua natura geologica in gran parte giovane, caratterizzata da terreni argillosi e sabbiosi incoerenti e/o malamente ancorati alla roccia dura e stabile che ci rende tra i Paesi più franosi del mondo.

I numeri parlano chiaro: delle 700mila frane monitorate nell’Ue, ben 486mila sono in 5708 comuni italiani, 2940 di queste a un livello di attenzione elevato. E, infatti, i cantieri da aprire sono circa tremila, fra cui spiccano quelli di Bisagno, Sarno e Seveso.

I lavori (o sarebbe meglio dire i non lavori) sul torrente Bisagno sono paradigmatici: dopo la piena che sommerse Genova nell’ottobre 2010 furono impegnati 35 milioni di euro che finora non sono mai stati spesi a causa di un contenzioso fra alcune ditte che nel 2012 avevano partecipato alla gara di appalto. Ci sono voluti due anni perché il Tar del Lazio respingesse tutti i ricorsi delle ditte.

Lo stallo nell’affrontare costa caro. Mentre i due miliardi per il dissesto idrogeologico sono rimasti fermi, la natura ha continuato a fare il suo corso: la sola inondazione dell’8 luglio nel milanese ha fatto, secondo la stima dell’Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza, danni per 14 milioni di euro.

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Via | Espresso

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