Quali sono (davvero) i giorni più freddi dell'anno: la verità sui "giorni della merla" - ecoblog.it
Il 29, 30 e 31 gennaio sono da sempre chiamati i giorni della merla, una delle tradizioni invernali più diffuse del folklore italiano. In molti li considerano ancora i tre giorni più freddi dell’anno, ma le rilevazioni degli ultimi cinquant’anni raccontano qualcosa di molto diverso. Ciononostante, cori, falò e leggende continuano a vivere soprattutto al nord, dove la narrazione della merla sopravvive alla scienza, alle stagioni miti e al cambiamento climatico.
Dove nasce il mito della merla e perché si canta ancora nel gelo
Quella della merla è una storia che si tramanda a voce, nei paesi e nei dialetti. Non si sa con esattezza quando sia nata, ma in Lombardia è ancora celebrata. A Stagno Lombardo, Formigara, Crotta d’Adda e Pizzighettone ogni anno le persone si radunano intorno a falò accesi, si coprono con abiti da contadini e intonano canti popolari per ricordare le notti più fredde dell’inverno. Si canta anche a Lodi e in diversi borghi cremonesi, spesso in riva ai fiumi o nei sagrati delle chiese, dove il freddo non viene solo sfidato ma evocato come parte del rito.

Il mito ruota attorno a una merla — in alcune versioni bianca — che cerca riparo dal gelo in un comignolo. Dopo tre giorni, riesce a volare fuori, ma ormai ha le piume nere, annerite dalla fuliggine. Un’altra versione racconta di una merla che si prende gioco di gennaio. Il mese, offeso, chiede in prestito tre giorni a febbraio per vendicarsi, e scaglia il gelo sulla povera uccella. Storie, immagini, simboli.
Oggi però i meteorologi hanno cominciato a sollevare qualche dubbio. La distanza tra la percezione collettiva e i dati reali è sempre più netta. Nelle scuole si raccontano ancora queste storie ai bambini, e molti adulti ricordano i falò come uno dei primi ricordi d’infanzia. Eppure, se si guarda alle temperature registrate negli ultimi decenni, si scopre che i giorni della merla sono spesso più miti del resto di gennaio. Il folklore resta, i numeri cambiano. Ma la gente continua a radunarsi, a bere vino caldo e a cantare contro il gelo.
Le rilevazioni del Centro Geofisico Prealpino riscrivono l’inverno
Secondo il Centro Geofisico Prealpino di Varese, che ha analizzato 49 anni di temperature, il 29, 30 e 31 gennaio non rappresentano i picchi minimi dell’inverno. I dati raccolti tra il 1967 e il 2020 mostrano che in media questi tre giorni sono più caldi di 0,7 gradi rispetto al resto del mese. Fa freddo, certo, ma meno di quanto la tradizione suggerisce. Un dato che ha sorpreso molti, ma che trova una spiegazione nei cicli climatici più recenti.
Paolo Valisa, meteorologo del Centro, ha spiegato che l’idea dei giorni più freddi dell’anno probabilmente nasce da un tempo in cui gennaio era davvero più rigido. La popolazione, già provata dal gelo di dicembre e dai primi venti di gennaio, sentiva quel freddo come più intenso. Non c’erano strumenti di misurazione, né dati su lungo periodo. La sensazione diventava credenza. E la credenza, con il tempo, si trasformava in festa.
Il riferimento climatico oggi è diverso. Si usa il periodo 1991–2021, e in quel trentennio non si trovano conferme al mito. Certo, ci sono state eccezioni — il 1987, il 1998, il 2005 — con inverni più crudi e picchi proprio a fine gennaio. Ma sono appunto eccezioni. I giorni della merla non sono i più freddi dell’anno, anche se in certi casi lo sono stati. E questo basta, forse, per far sopravvivere la narrazione.
Il clima cambia, il folklore no. La leggenda serve a spiegare ciò che i numeri non dicono. Un tempo erano racconti tramandati intorno al fuoco, oggi restano cerimonie condivise, ancora vive tra nebbie e dialetti. Non è più il gelo a rendere speciali quei tre giorni, ma il modo in cui continuiamo a ricordarli, ogni anno, con un sorriso e un cappotto più pesante.
