Uzbekistan: il neoschiavismo infantile nei campi di cotone

Il cotone è la fibra naturale per eccellenza. Purtroppo, molto spesso, a essere contro natura sono i metodi di lavoro con i quali il cotone viene raccolto. Nonostante, in questo settore, siano stati fatti grandi progressi in tutto il mondo permangono numerose sacche di resistenza. Negli scorsi giorni Cnn ha denunciato le partiche di lavoro forzato infantile che in Uzbekistan sono all’ordine del giorno, tanto da far parlare l’associazione Human Rights Watch di “uno dei più atroci primati di violazione dei diritti dell’uomo” in merito alla politica di raccolta del Paese asiatico.

Ogni autunno centinaia di migliaia di studenti vengono sottratti al loro percorso formativo e costretti a raccogliere il cotone nei campi per una paga ridotta o addirittura per niente. Una madre che ha denunciato in un video il fatto di non aver mandato il figlio a raccogliere il cotone si è vista sottrarre due settimane di paga e tutti coloro che si rifiutano di partecipare alla raccolta rischiano di perdere il posto in aula.

Anche i lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato sono costretti a prendere parte al raccolto per non rischiare di perdere il proprio posto di lavoro. Questo tipo di coazione è un retaggio dell’era sovietica che sopravvive in quanto numerosi funzionari governativi traggono un beneficio economico diretto dal raccolto. Inoltre, i contadini sono costretti a coltivare il cotone che il governo paga a prezzi bassissimi e rivende sul mercato globale.

“Il lavoro minorile è sempre stato usato sotto il regime sovietico e ha continuato a essere utilizzato anche nell’ultimo ventennio di indipendenza: dopo tutto è sempre gratuito” ha spiegato Elena Urlaeva che difende i diritti degli uzbeki. “Ai bambini e ai loro genitori è stato insegnato che il cotone è l’oro bianco e l’orgoglio nazionale del Paese. Lo studiano sin dalle scuole elementari e chi non è d’accordo viene considerato un nemico del Paese”. Ad oggi 130 produttori di abbigliamento di sono impegnati a non includere consapevolmente cotone uzbeko nei loro prodotti. È uno dei successi del Responsible Sourcing Network, ma il cammino resta lungo. All’International Labor Organization è stato negato il permesso di monitorare la situazione nei campi di lavoro e tanti attivisti, fra cui la stessa Urlaeva, hanno dovuto affrontare minacce, arresti e incarcerazioni.

La risposta dell’ambasciata uzbeka a Washington? Molto post-sovietica: “Le dichiarazioni circa arresti, pestaggi e detenzioni di coloro che sono coinvolti nella raccolta del cotone non corrispondono alla realtà. Il cotone uzbeko ha una qualità superiore e queste dichiarazioni possono essere il risultato degli sforzi dei nostri concorrenti per creare un ambiente malsano e disonorevole per i produttori uzbeki”.

Via I CNN

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