Salame di fegato presenta tracce del virus dell’epatite e: ecco il lotto richiamato dal Ministero della Salute.
Il richiamo di un lotto di salame di fegato per la presenza del virus dell’epatite E può sembrare una notizia che interessa solo chi ha comprato quel prodotto. In realtà dice qualcosa di più ampio e molto concreto: anche un alimento che entra spesso in casa senza far scattare sospetti, perché considerato “di una volta” o comunque familiare, può nascondere un rischio reale. Il richiamo pubblicato dal Ministero della Salute il 12 maggio 2026 sul fegatello nostrano a marchio Venditti riporta l’attenzione proprio lì, su un gesto comune: affettare, assaggiare, mangiare senza pensare che quel salume possa fare da veicolo a un virus.
Il richiamo del Ministero: qual è il lotto e cosa deve fare chi lo ha comprato
Il prodotto richiamato è il fegatello nostrano (salame di fegato) a marchio Venditti, venduto in pezzi da 200 grammi. Il lotto è PSSAF20092025, la data di confezionamento è 17/02/2026 e la scadenza è 16/08/2026. A produrlo è Venditti’s Idea Srl, nello stabilimento di via Antonio Pacinotti 9, Avezzano (L’Aquila). Il motivo indicato nell’avviso del Ministero è chiaro: presenza di virus dell’epatite E nel prodotto.
L’indicazione per i consumatori è altrettanto semplice: non consumarlo e riportarlo al punto vendita. La notizia è stata rilanciata da Il Fatto Alimentare, che dal 1° gennaio 2026 segnala già 90 richiami e ritiri, per un totale di 203 prodotti. Un dato che dice una cosa precisa: i controlli servono proprio a intercettare pericoli che, a occhio nudo, chi compra non potrebbe mai riconoscere. Fonte istituzionale: Ministero della Salute – richiami alimentari.
Perché proprio un fegatello può diventare un veicolo del virus
La domanda viene naturale: come fa il virus dell’epatite E a finire in un salume? La risposta è meno insolita di quanto sembri. Secondo l’EFSA, nell’Unione europea tra le principali fonti di infezione ci sono il consumo di carne di maiale cruda o poco cotta e di fegato o prodotti che lo contengono. Il punto, quindi, non è il salume in sé, ma la materia prima e il fatto che alcuni prodotti tradizionali o stagionati non passino da una cottura in grado di inattivare il virus.

Epatite E, salame di fegato richiamato: cosa sapere subito
Il fegatello rientra proprio in questa categoria: molti lo considerano un salume come un altro, ma dal punto di vista microbiologico richiede più attenzione. A tavola la differenza non si vede. C’è la fetta sul tagliere, il sapore deciso, l’assaggio veloce mentre si prepara il pane. Però è proprio in quel passaggio che cambia tutto. Su questo aspetto Il Fatto Alimentare aveva già richiamato l’attenzione in un approfondimento su epatite E e consumo di carne di maiale in Europa. Altre informazioni sono disponibili anche nella scheda dell’EFSA: EFSA – Hepatitis E.
Chi lo ha mangiato deve preoccuparsi? I sintomi e quando chiamare il medico
Nella maggior parte dei casi l’infezione da epatite E passa senza sintomi o con disturbi lievi. Ma non sempre va così. Possono comparire stanchezza, nausea, febbre, dolori addominali, ittero e alterazioni degli esami del fegato. Non tutti, però, partono dallo stesso livello di rischio: per molte persone sane l’infezione può risolversi da sola, mentre in gravidanza, in chi ha malattie del fegato o nelle persone immunodepresse la situazione va valutata con molta più attenzione.
Chi ha acquistato il lotto richiamato e lo ha già mangiato non deve correre al pronto soccorso se non ha sintomi. Conviene fare altro: controllare bene lotto e scadenza, segnarsi quando il prodotto è stato consumato e sentire il proprio medico se compaiono disturbi compatibili o se si rientra in una categoria fragile. È un passaggio che spesso si trascura, magari per imbarazzo o perché si pensa che ormai non cambi nulla. Invece è proprio qui che il richiamo pubblico diventa utile: non per creare allarme, ma per permettere un controllo rapido e mirato.
La vera lezione: tradizione non vuol dire rischio zero
Questa vicenda non dice che i salumi artigianali vadano evitati in blocco. E non dice neppure che ogni prodotto a base di fegato sia pericoloso. Dice però una cosa molto concreta: tradizionale non significa automaticamente sicuro. Ci sono alimenti che, per come sono fatti e per gli ingredienti che contengono, portano con sé una fragilità che il gusto, l’abitudine o la buona fama del prodotto tendono a nascondere.
Per il consumatore, la difesa più semplice resta anche la più efficace: leggere gli avvisi di richiamo, non minimizzare se il prodotto è già in casa, fare più attenzione a carne e frattaglie suine crude o poco cotte, soprattutto se destinate a bambini, donne in gravidanza o persone fragili. In fondo il punto è tutto qui: la sicurezza alimentare non entra in cucina solo quando scoppia uno scandalo. A volte arriva in modo molto più silenzioso, con un’etichetta, un lotto, un avviso ufficiale. E quella piccola interruzione della routine può bastare a evitare che una fetta presa quasi distrattamente diventi un problema serio.








