Furono giorni di nevicate diffuse, temperature eccezionali e città in affanno da Nord a Sud. All’origine ci fu una combinazione atmosferica rara, legata alla spaccatura del vortice polare e alla successiva discesa di aria rigidissima verso il Mediterraneo centrale. Per chi c’era, il ricordo è rimasto intatto: strade bianche all’alba, scuole chiuse, la bora che tagliava la faccia a Trieste, la neve perfino dove di solito resta un fatto da raccontare per anni.
La spaccatura del vortice polare e la traiettoria del gelo dalla Siberia al Mediterraneo
Alla base di quel mese ci fu un assetto atmosferico che i meteorologi indicano ancora oggi come uno dei più importanti della climatologia italiana recente. Il vortice polare, in quota, si divise in due nuclei principali: uno diretto verso il Canada, l’altro verso la Russia. In mezzo, tra l’Atlantico settentrionale e le alte latitudini, si dispose un anticiclone a sviluppo meridiano. In parole semplici, si aprì un corridoio per l’aria fredda fino al Sud Europa. E l’Italia finì proprio sulla traiettoria più dura, quella collegata al serbatoio gelido russo-siberiano.
Secondo la ricostruzione riportata nell’articolo originale del meteorologo Stefano Rossi, pubblicato da iLMeteo il 13 gennaio 2020, la “coda” del nucleo gelido si spinse fino al Mediterraneo centrale, alimentando per circa 15-20 giorni un’ondata di freddo continua. Non un singolo affondo, ma una lunga sequenza. È questo il punto che rende il gennaio 1985 diverso da molti altri inverni duri ma più rapidi: non soltanto l’intensità, ma la durata. E quindi gli effetti che si sommarono giorno dopo giorno.
Dal 5 gennaio alla Befana bianca: i giorni in cui arrivarono neve e bora
La fase più nota partì il 5 gennaio 1985, quando una irruzione di aria artica molto fredda raggiunse la penisola entrando sia dalla porta del Rodano sia da quella della Bora. Lo scontro con l’aria più mite e umida del Mar Mediterraneo favorì le prime nevicate estese. La neve cadde su gran parte della Toscana centro-settentrionale, con episodi segnalati anche a Firenze e Pisa, e perfino a Bordighera, sulla costa ligure. A Trieste, intanto, la bora arrivò a toccare i 100 chilometri orari, un dato rimasto tra i più ricordati quando si parla di quell’ondata di gelo.

Gennaio 1985, un freddo come non ne abbiamo più vissuto (Ecoblog.it)
Il 6 gennaio il quadro cambiò di nuovo. Una perturbazione di origine africana risalì verso il Lazio e il Centro-Sud, richiamando aria più mite in quota sopra il cuscino gelido già presente nei bassi strati. È il meccanismo tipico delle grandi nevicate da addolcimento. Così arrivò la Befana bianca a Roma, una delle immagini simbolo di quell’inverno. Insieme alle nevicate sul litorale tirrenico laziale, nelle Marche, in Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Basilicata e perfino su Ischia. Una sequenza ampia, insolita, difficile da rivedere con la stessa estensione.
Temperature estreme e accumuli record: i numeri del gelo in tutta Italia
I dati aiutano a capire la portata di quei giorni. Nelle zone alpine, secondo la ricostruzione del sito meteorologico, si registrarono temperature fino a -25/-30 gradi. Su molte aree della penisola si scese invece tra -10 e -15 gradi, con valori molto bassi anche al Sud e in Sicilia. Non fu, insomma, un freddo confinato alle montagne. Fu un gelo diffuso, sentito nelle pianure, nelle città e anche in diversi tratti di costa.
Notevoli anche gli accumuli di neve. A Città di Castello, in Umbria, il manto nevoso superò in alcuni casi i 35 centimetri. Il Veneto e gran parte della Sardegna, pur con differenze da zona a zona, furono interessati da nevicate significative. Qualche fiocco fu osservato perfino a Ragusa, nel sud della Sicilia. Un dettaglio che basta da solo a rendere l’idea dell’eccezionalità dell’episodio. Quando nevica in montagna è inverno. Quando la neve arriva fin lì, il quadro cambia del tutto.
Da Firenze a Roma fino a Ischia: le città dove la neve fece la storia
Se si devono scegliere alcuni luoghi simbolo del gennaio 1985, il primo elenco passa da Firenze, Roma e Ischia, ma comprende anche Orbetello, Civitavecchia, Trieste e perfino Bordighera. A Firenze la neve nel cuore della città non è impossibile, ma in quel caso colpì per intensità e per il quadro generale. A Roma, invece, la nevicata della Befana entrò subito nella memoria cittadina, tra fotografie in bianco e nero, autobus fermi, bambini in strada e traffico rallentato fin dalle prime ore.
Colpirono molto anche i casi di Orbetello e Civitavecchia, due località costiere dove vedere neve con accumulo resta un fatto raro. Nello stesso articolo si ricorda che, dal punto di vista statistico, si tratta di episodi osservabili in media una volta ogni 28 anni. E poi Ischia, che nell’immaginario comune appartiene più al mare che all’inverno duro. Proprio per questo il grande gelo del 1985 continua a essere ricordato come il mese in cui l’Italia intera, quasi senza eccezioni, si ritrovò dentro la stessa immagine: freddo intenso, neve fuori dalla norma climatica locale, città ferme e un Paese costretto a fare i conti con un inverno che, per molti, non è più tornato con quella stessa forza.








