C’è un dato che pesa più di tanti discorsi sulla mobilità sostenibile: in Italia l’80% della popolazione usa il trasporto pubblico meno di una volta al mese o non lo usa mai. Non è solo una questione di abitudini o di auto troppo presenti nella vita di tutti i giorni. Dietro quel numero ci sono fermate lontane, coincidenze saltate, stazioni viste come poco sicure soprattutto di sera, ascensori guasti e tratte che non ci sono proprio. E allora il tema non è solo come ci si sposta, ma chi resta tagliato fuori da lavoro, cure, studio e relazioni quando muoversi diventa complicato.
Report Greenpeace, Italia maglia nera: è seconda solo a Cipro per scarso uso dei mezzi
A mettere in fila i dati è il report “Access Denied: Transport Poverty in Europe”, ricerca commissionata all’Oeko-Institut da Greenpeace Europa centro-orientale. Il quadro europeo, già di per sé, non è incoraggiante: in oltre il 90% dei Paesi analizzati, più della metà della popolazione non usa con regolarità il trasporto pubblico. Le eccezioni sono Svizzera, Lussemburgo ed Estonia, dove bus e treni restano più utilizzati.
L’Italia però spicca in negativo: con l’80% dei cittadini che non prende quasi mai o mai bus, tram e treni locali, il nostro Paese è secondo solo a Cipro. Non è un dettaglio statistico. Il report lega questo dato a una forma concreta di esclusione sociale: fino al 19% della popolazione europea si ritrova di fatto senza alternative all’auto privata, con effetti pesanti sia sui conti delle famiglie sia sulle emissioni climalteranti. In sostanza, la povertà dei trasporti non racconta solo un servizio che funziona male. Racconta una dipendenza obbligata.
Perché tanti rinunciano ai mezzi: tra insicurezza, accesso difficile e servizi che non reggono
Per Greenpeace il punto sta soprattutto in due parole: insicurezza e accessibilità. Parole che spesso sembrano tecnicismi, ma che nella vita reale fanno la differenza. Molti italiani non evitano i mezzi perché non vogliono usarli, ma perché li considerano poco affidabili, difficili da raggiungere o scomodi in certe fasce orarie. Pesano la distanza tra casa e fermata, i lunghi tempi d’attesa, la mancanza di collegamenti nelle periferie e nelle aree interne, informazioni poco chiare, ostacoli per chi ha mobilità ridotta.

Trasporto pubblico, in Italia l’80% non lo usa: come insicurezza e accessibilità negano il diritto alla mobilità
Preso da solo, ogni problema può sembrare sopportabile. Messo insieme agli altri, trasforma anche il tragitto più semplice in una corsa a ostacoli. E chi usa davvero il trasporto pubblico lo sa bene: il problema non è solo stare sul mezzo, ma tutto quello che viene prima e dopo. Se l’ultima corsa passa troppo presto, se aspettare al buio mette a disagio, se una coincidenza persa vuol dire restare bloccati per un’ora, allora il servizio smette di essere una possibilità concreta e diventa qualcosa da evitare.
Povertà dei trasporti, il conto più alto lo pagano donne, anziani e famiglie obbligate all’auto
Questa rinuncia non pesa su tutti allo stesso modo. Il report indica una frattura chiara: donne e anziani sono tra i gruppi più esposti ai problemi di sicurezza e accessibilità. Per una donna, la sensazione di insicurezza in una fermata isolata o su un mezzo mezzo vuoto la sera non è un’impressione vaga: è un elemento reale che incide sulla scelta. Per una persona anziana, una banchina scomoda, un sottopasso poco illuminato o un ascensore assente possono bastare per rinunciare del tutto a uscire.
Poi ci sono le famiglie costrette all’auto. Spesso non la vivono come un simbolo di libertà, ma come una spesa inevitabile per andare al lavoro, accompagnare i figli, raggiungere un ambulatorio o fare la spesa in tempi accettabili. Quando il trasporto pubblico non offre un’alternativa credibile, il costo dell’auto diventa fisso e obbligato: carburante, manutenzione, assicurazione, parcheggi. E così la transizione ecologica, invece di allargare i diritti, rischia di essere percepita come una richiesta fatta proprio a chi ha meno possibilità di scegliere.
Le richieste di Greenpeace: biglietti climatici, rete integrata e più sicurezza
Da qui l’appello di Greenpeace alle istituzioni italiane ed europee. L’obiettivo indicato è costruire un sistema di mobilità accessibile, sicuro, affidabile, inclusivo e compatibile con il clima. Tra le proposte ci sono i “biglietti climatici”, cioè titoli di viaggio economici e facili da ottenere, una pianificazione regionale e territoriale integrata e investimenti mirati nelle infrastrutture che rendono il servizio davvero utilizzabile, a partire dalla sicurezza degli spostamenti.
Il messaggio di Federico Spadini di Greenpeace Italia è chiaro: il trasporto pubblico non può essere considerato un servizio di serie B, perché incide in modo diretto sulla possibilità di avere una vita dignitosa e di accedere a lavoro, sanità e socialità. L’associazione chiede anche una maggiore tassazione dei super-ricchi per trovare le risorse necessarie a cambiare il sistema. Sulle formule si può discutere. Sul problema di fondo molto meno: se in un Paese avanzato otto persone su dieci rinunciano ai mezzi, il nodo non è più solo l’efficienza del servizio, ma il confine stesso dei diritti.
Perché la mobilità non si misura soltanto in chilometri o nel numero delle corse, ma nella possibilità concreta, per tutti, di non sentirsi esclusi appena si esce di casa.








