Nel 2022 in Italia Biorepack, il consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in bioplastica compostabile, ha superato con otto anni di anticipo l’obiettivo europeo fissato al 2030, grazie alla raccolta e all’avvio a riciclo degli imballaggi conferiti nella frazione umida, anche se la qualità dei rifiuti raccolti resta il punto critico su cui intervenire.
Bioplastiche compostabili, superato l’obiettivo europeo al 2030
Il dato emerge dalla relazione annuale sulle attività 2022 di Biorepack, il consorzio nato nell’ambito del sistema Conai per gestire il fine vita degli imballaggi in bioplastica compostabile. Il risultato, spiegano dal consorzio, indica che la filiera italiana ha già raggiunto e superato il target previsto dalle norme europee per il riciclo degli imballaggi compostabili entro il 2030. Non era scontato, anche perché Biorepack aveva avviato le proprie attività operative da appena 18 mesi.
Il punto, però, non è solo quantitativo. Dalla relazione si legge che i risultati avrebbero potuto essere ancora più rilevanti se la frazione organica raccolta fosse stata più pulita, con meno materiali estranei e meno errori di conferimento da parte dei cittadini. In molti impianti, infatti, la presenza di plastiche tradizionali, vetro o metalli nell’umido complica il trattamento e riduce l’efficienza del processo. Una questione nota agli operatori del settore. Ma decisiva, oggi più che mai.
Versari: “Risultato di grande orgoglio per tutta la filiera”
“Questo risultato è motivo di grande orgoglio per tutta la filiera”, ha commentato il presidente di Biorepack, Marco Versari, presentando i numeri contenuti nella relazione annuale. Versari ha spiegato che “essere riusciti già oggi a raggiungere e superare l’obiettivo 2030, peraltro dopo appena 18 mesi dall’inizio delle attività del nostro consorzio, dimostra l’impegno della nostra organizzazione e la sinergia virtuosa che siamo riusciti a innescare con le pubbliche amministrazioni e i soggetti deputati alla raccolta dei rifiuti”.
Dietro il dato nazionale, ha lasciato intendere il consorzio, c’è un lavoro fatto di accordi territoriali, controlli, campagne informative e rapporti quotidiani con Comuni, gestori ambientali e impianti di trattamento. Non una catena semplice. Gli imballaggi compostabili, per essere riciclati correttamente, devono finire nell’umido e arrivare agli impianti insieme agli scarti di cucina, senza essere dispersi nell’indifferenziato o mescolati alla plastica convenzionale. Solo allora il sistema funziona.
Le regioni più avanti: Valle d’Aosta al 100%, Emilia-Romagna al 99%
La relazione indica differenze territoriali nette nella copertura del servizio. Le performance migliori sono state registrate in Valle d’Aosta, dove risulta coperto il 100% della popolazione, seguita da Emilia-Romagna al 99%, Veneto al 97%, Toscana al 94% e Puglia al 93%. Numeri alti, che raccontano una capacità organizzativa già consolidata in diverse aree del Paese.
La fotografia regionale, tuttavia, mostra anche che il sistema non procede ovunque alla stessa velocità. Dove la raccolta dell’umido è strutturata da anni, con calendari chiari, controlli e una comunicazione costante ai cittadini, gli imballaggi in bioplastica compostabile trovano più facilmente il percorso corretto. Dove invece la raccolta è più fragile, o dove la qualità del conferimento resta bassa, il riciclo perde efficacia. È qui che si gioca la parte più difficile della partita.
Il nodo della qualità dell’umido e le prossime sfide
Il limite principale, secondo quanto emerge dalla relazione, riguarda la qualità della frazione umida. Sacchetti non conformi, imballaggi sbagliati e materiali estranei costringono gli impianti a separazioni aggiuntive, con costi più alti e una minore resa del trattamento. Per questo Biorepack insiste sulla necessità di migliorare l’informazione ai cittadini e di rafforzare la collaborazione con i gestori della raccolta.
Il tema interessa anche il raggiungimento degli obiettivi più ampi dell’economia circolare. Le bioplastiche compostabili, se conferite correttamente, possono entrare nei processi di riciclo organico insieme agli scarti alimentari, contribuendo alla produzione di compost. Se finiscono nel contenitore sbagliato, invece, diventano un problema come molti altri rifiuti. La differenza, alla fine, passa da gesti molto concreti: leggere le etichette, usare sacchetti adatti, separare bene gli scarti in cucina. Piccole cose, ma decisive per trasformare un buon risultato in una filiera più solida.








