La produzione di idrogeno su scala europea potrebbe entrare in rotta di collisione con una delle risorse più critiche del continente: l’acqua. Uno studio del Joint Research Centre della Commissione europea modella la domanda idrica associata alla produzione di idrogeno — sia da fonti fossili sia attraverso processi elettrolitici — proiettandosi fino al 2030 e al 2050. Il tema del rapporto tra stress idrico e idrogeno non è nuovo, ma questa ricerca lo affronta con un orizzonte temporale preciso e in relazione diretta con la strategia energetica dell’Unione.
Quanto idrogeno vuole produrre l’Europa, e a quale prezzo idrico
Gli scenari della Commissione europea prevedono che l’idrogeno possa coprire tra il 15 e il 22% del fabbisogno energetico europeo entro il 2050, corrispondente a una produzione compresa tra 1.300 e 1.800 TWh. Sono numeri che, visti dall’angolazione della transizione energetica, sembrano ambiziosi ma raggiungibili. Visti dall’angolazione delle risorse idriche, aprono una questione diversa.
Produrre idrogeno richiede acqua — in quantità variabili a seconda del processo. L’elettrolisi, che scinde l’acqua in idrogeno e ossigeno usando elettricità, è il cuore dell’idrogeno verde. Ma anche i processi basati su fonti fossili, come il reforming del metano con cattura della CO₂, hanno un fabbisogno idrico non trascurabile. Quando si proietta questa domanda sull’intera capacità produttiva che l’Europa intende costruire, l’impatto potenziale sui bacini idrici del continente diventa un fattore da considerare con attenzione.
Lo stress idrico come variabile strutturale, non emergenziale
Il problema dello stress idrico in Europa non è un’emergenza stagionale: è una condizione strutturale che si sta aggravando. Diverse regioni del continente — in particolare nel bacino mediterraneo, ma anche in aree dell’Europa centrale — registrano già pressioni significative sulle riserve d’acqua dolce. Agricoltura, industria, uso domestico e generazione di energia si contendono una risorsa che la crisi climatica sta rendendo meno prevedibile e meno abbondante.
Inserire in questo quadro una domanda aggiuntiva legata alla produzione di idrogeno — e su scala potenzialmente molto rilevante entro il 2050 — significa aggiungere un nuovo competitore in un sistema già sotto tensione. Lo studio del Joint Research Centre affronta esattamente questo nesso: non solo quanto idrogeno si produrrà, ma dove, con quale tecnologia, e quale pressione eserciterà sulle risorse idriche locali.
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Elettrolisi e fonti fossili: due profili idrici diversi
La distinzione tra idrogeno da fonti fossili e idrogeno elettrolitico non è solo una questione di emissioni di CO₂. Riguarda anche il modo in cui ciascun processo interagisce con il ciclo dell’acqua. L’elettrolisi utilizza acqua come materia prima diretta: parte di quella molecola diventa il prodotto finale. I processi fossili, invece, utilizzano l’acqua principalmente per il raffreddamento e per la gestione termica degli impianti.
Questi due profili di consumo idrico hanno implicazioni diverse a seconda della localizzazione degli impianti. Un elettrolizzatore installato in una regione già soggetta a stress idrico e alimentato da energia rinnovabile locale può generare conflitti con altri usi dell’acqua, anche se la sua impronta carbonica è bassa. La sostenibilità di un impianto di idrogeno verde non si misura quindi solo in termini di emissioni, ma anche in termini di disponibilità idrica nel territorio in cui opera.
Questo è uno degli aspetti più rilevanti che la ricerca del JRC porta all’attenzione: la valutazione della strategia europea sull’idrogeno non può prescindere da una mappatura delle risorse idriche disponibili nelle aree in cui si prevede di concentrare la produzione.
Il conflitto silenzioso tra transizione energetica e scarsità idrica
C’è un elemento che spesso manca nel dibattito pubblico sulla transizione energetica: le tecnologie a basse emissioni non sono necessariamente a basso impatto sulle altre risorse naturali. L’idrogeno verde è presentato come uno dei pilastri della decarbonizzazione industriale europea, ma la sua produzione su larga scala implica scelte che vanno oltre la rete elettrica e le fonti rinnovabili.
Il nesso tra stress idrico e produzione di idrogeno europeo è esattamente questo tipo di conflitto: non tra due tecnologie, ma tra due obiettivi di policy che possono entrare in tensione. Da un lato, l’Unione europea vuole costruire una filiera dell’idrogeno capace di decarbonizzare industria, trasporti pesanti e riscaldamento. Dall’altro, le stesse istituzioni europee riconoscono che la scarsità idrica è una delle sfide ambientali più urgenti per il continente.
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Ignorare questa tensione significa pianificare la transizione energetica con un occhio chiuso. Lo studio del Joint Research Centre ha il merito di tenerli entrambi aperti, modellando la domanda d’acqua associata agli scenari di produzione fino al 2050 e mettendo in relazione questi numeri con la distribuzione geografica dello stress idrico in Europa.
Cosa cambia nella pianificazione strategica
Se i risultati di questa modellazione venissero integrati nella pianificazione energetica europea, alcune conseguenze sarebbero concrete. Prima di tutto, la localizzazione degli impianti di produzione di idrogeno diventerebbe un fattore non negoziabile: non si può installare un grande elettrolizzatore in una zona con scarsità idrica cronica senza valutarne l’impatto sul territorio circostante.
In secondo luogo, la strategia europea dell’idrogeno — che punta su importazioni da paesi terzi oltre che sulla produzione interna — dovrebbe tenere conto non solo del costo e della disponibilità energetica dei paesi fornitori, ma anche della loro situazione idrica. Produrre idrogeno in Nord Africa o in Medio Oriente per esportarlo in Europa significa spostare il consumo d’acqua altrove, in aree che spesso hanno disponibilità ancora più limitate.
Infine, la governance delle risorse idriche a livello europeo dovrebbe iniziare a dialogare più strutturalmente con la pianificazione energetica. Oggi i due ambiti procedono in larga misura su binari separati. Lo studio del Joint Research Centre della Commissione europea suggerisce che questa separazione ha un costo che, entro il 2050, potrebbe diventare difficile da ignorare.
Il punto non è rinunciare all’idrogeno come vettore energetico, né rallentare la transizione. È costruirla con una visione che includa tutti i vincoli di risorse, non solo quelli energetici. L’acqua è uno di questi vincoli, e la ricerca disponibile indica che vale la pena trattarla come tale fin dalla fase di pianificazione, non come un problema da risolvere a posteriori.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








