Tra marzo e agosto 2026, mentre la crisi energetica dello Stretto di Hormuz faceva salire la pressione sui mercati petroliferi globali, le flotte di veicoli elettrici in circolazione nel mondo hanno evitato l’acquisto di 200 milioni di barili di greggio, traducendosi in un risparmio complessivo di 20 miliardi di dollari per i paesi importatori di petrolio. È quanto emerge da un’analisi pubblicata in ottobre da Ember, think tank indipendente specializzato in ricerca energetica. Un dato che inquadra in termini economici concreti il contributo dell’auto elettrica al risparmio di petrolio, proprio nel momento in cui la dipendenza dalle importazioni si è rivelata più costosa che mai.
La crisi di Hormuz come banco di prova per la transizione elettrica
Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti di transito più critici per il commercio mondiale di greggio. Quando la crisi energetica ha colpito quella rotta tra la primavera e l’estate del 2026, i paesi che dipendono dalle importazioni di petrolio si sono trovati esposti a una volatilità dei prezzi difficile da gestire nel breve periodo.
In questo contesto, le flotte di veicoli elettrici già in circolazione hanno svolto una funzione che raramente viene quantificata in modo diretto: quella di buffer strutturale contro la domanda di greggio. Non si tratta di un effetto teorico o proiettato nel futuro, ma di un impatto già avvenuto e misurabile. Ember ha calcolato che tra marzo e agosto 2026 sono stati evitati 200 milioni di barili di importazioni, con un risparmio complessivo di 20 miliardi di dollari distribuito tra i paesi acquirenti netti di petrolio.
Il punto rilevante non è soltanto il numero in sé, ma il fatto che questo risparmio si sia materializzato automaticamente, senza interventi di politica energetica emergenziale, semplicemente perché una quota crescente di veicoli su strada non utilizza combustibile fossile.
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Come si calcola il risparmio sull’auto elettrica e sul petrolio importato
La logica alla base dell’analisi di Ember è relativamente diretta: ogni veicolo elettrico in circolazione sostituisce una certa quantità di carburante che, in assenza di quell’auto, sarebbe stata acquistata sotto forma di greggio sui mercati internazionali. Moltiplicando questa sostituzione per il numero di veicoli elettrici attivi globalmente e per i prezzi del petrolio nel periodo considerato, si ottiene il valore economico del petrolio non importato.
Il risultato — 20 miliardi di dollari in sei mesi — va letto tenendo presente che si tratta di un risparmio aggregato per i paesi importatori nel loro insieme, non un dato riferito a un singolo Stato. La distribuzione del beneficio dipende ovviamente dalla penetrazione dei veicoli elettrici nei singoli mercati e dalla quota di petrolio che ciascun paese importa dall’estero.
È utile ricordare che il risparmio sull’auto elettrica rispetto al petrolio non equivale a un risparmio ambientale netto automatico: la produzione di batterie, l’estrazione delle materie prime e il mix elettrico con cui si ricaricano i veicoli incidono sul bilancio complessivo delle emissioni. Ma sul fronte della dipendenza dalle importazioni di greggio, il dato di Ember fotografa un effetto reale e già in atto.
Geopolitica ed energia: perché la diversificazione conta
La crisi di Hormuz del 2026 ha reso evidente qualcosa che gli analisti di sicurezza energetica ripetono da anni: la concentrazione delle rotte di approvvigionamento petrolifero crea vulnerabilità sistemiche. Un paese che importa la maggior parte del proprio fabbisogno energetico attraverso un unico corridoio geografico è esposto a rischi che vanno ben oltre la normale volatilità dei prezzi.
In questo senso, la diffusione dei veicoli elettrici agisce come una forma di hedging strutturale: riduce la domanda di greggio importato indipendentemente da ciò che accade sui mercati internazionali o lungo le rotte marittime. Non elimina la dipendenza dall’energia — che nel caso dei veicoli elettrici si sposta sull’elettricità — ma diversifica le fonti e, nei paesi con una quota significativa di rinnovabili nella rete, riduce anche l’esposizione ai combustibili fossili in senso più ampio.
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I 20 miliardi di dollari risparmiati tra marzo e agosto 2026 rappresentano dunque anche un argomento di politica industriale ed energetica: la transizione verso l’auto elettrica produce benefici economici misurabili già nell’attuale fase di adozione, non soltanto in scenari futuri di penetrazione totale del mercato.
Un dato che arriva mentre il mercato EV globale resta disomogeneo
L’analisi di Ember riguarda l’impatto aggregato delle flotte elettriche a livello mondiale, ma il mercato dei veicoli elettrici è tutt’altro che uniforme. La penetrazione varia in modo significativo tra regioni, con alcuni mercati che hanno raggiunto quote elevate di nuove immatricolazioni elettriche e altri che restano ancora molto indietro.
Questo significa che il risparmio complessivo di auto elettrica su petrolio importato è oggi trainato da un numero relativamente limitato di paesi con alta densità di veicoli elettrici in circolazione. Se la diffusione fosse più omogenea a livello globale, l’effetto aggregato sarebbe proporzionalmente più grande. È una considerazione che riguarda sia la velocità della transizione sia la distribuzione geografica dei suoi benefici economici.
Per i paesi ancora nelle fasi iniziali dell’elettrificazione dei trasporti, il dato di Ember offre un parametro concreto: ogni veicolo elettrico aggiuntivo che entra in circolazione contribuisce, in misura proporzionale, a ridurre la spesa in importazioni di greggio. Nei momenti di instabilità geopolitica come quello vissuto tra marzo e agosto 2026, questo contributo acquista un valore che va oltre il semplice calcolo del costo per chilometro. L’analisi completa è disponibile sul sito ufficiale di Ember.
Sei mesi, 200 milioni di barili non importati, 20 miliardi di dollari rimasti nei paesi acquirenti invece di fluire verso i mercati del greggio: sono numeri che difficilmente sarebbero stati immaginabili come effetto collaterale della transizione elettrica anche solo un decennio fa. Oggi sono una realtà già contabilizzata, in un momento in cui le fragilità della dipendenza energetica si sono fatte sentire in modo particolarmente acuto.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








