Le risorse minerarie del continente africano valgono, secondo le stime disponibili, 29,5 trilioni di dollari e rappresentano circa un quinto delle riserve globali. Numeri che fanno dell’Africa un attore imprescindibile nella corsa ai minerali critici necessari alla transizione energetica — eppure gli investimenti internazionali nel settore non seguono una traiettoria lineare, e le contraddizioni tra domanda globale e flussi di capitale verso il continente sono tutt’altro che risolte.
Perché i minerali critici africani sono al centro dell’attenzione globale
La transizione energetica — dalle batterie per veicoli elettrici ai pannelli fotovoltaici, dalle turbine eoliche alle infrastrutture di stoccaggio — dipende da un insieme ristretto di materiali che non si trovano distribuiti uniformemente sul pianeta. Cobalto, manganese, litio, rame, grafite: sono questi i materiali che condizionano la velocità e il costo della decarbonizzazione industriale.
L’Africa occupa una posizione strutturalmente dominante per alcune di queste risorse. Il continente detiene il 55% delle riserve globali di cobalto, un minerale essenziale per le batterie agli ioni di litio che alimentano auto elettriche e sistemi di accumulo energetico. Le riserve di manganese africane rappresentano il 47,65% del totale mondiale — una quota che nessun’altra area geografica si avvicina a raggiungere. Per almeno un altro minerale critico per la transizione energetica, la quota africana supera il 21,6% delle riserve globali.
Questi dati non sono semplicemente statistiche geografiche: definiscono dipendenze strategiche che Europa, Stati Uniti, Cina e altri grandi blocchi economici stanno cercando di gestire, ciascuno con le proprie logiche e strumenti.
Una mappa che non segue solo la geologia
Capire dove si concentrano gli investimenti internazionali nei minerali critici in Africa richiede di distinguere tra dove si trovano le risorse e dove effettivamente arrivano i capitali. Le due cose non coincidono sempre.
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La Repubblica Democratica del Congo è il caso più emblematico: ospita la quota più rilevante delle riserve mondiali di cobalto e una parte significativa di quelle di coltan, ma la storia degli investimenti nel paese è segnata da instabilità politica, conflitti armati nelle zone minerarie e difficoltà infrastrutturali che scoraggiano parte degli operatori internazionali — o che, al contrario, attraggono attori disposti ad accettare condizioni che altri rifiuterebbero.
Il Sudafrica rappresenta un caso diverso: infrastrutture più consolidate, quadro normativo relativamente più prevedibile, e riserve significative di manganese, cromo e platino lo rendono uno dei principali punti di riferimento per gli investitori istituzionali. Non a caso, nel giugno 2026 il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano ha organizzato eventi di dialogo su Africa e materie prime critiche — un segnale di come anche l’Italia stia cercando di costruire relazioni strutturate con il continente in questo settore.
La Zambia punta sul rame, risorsa centrale per l’elettrificazione delle reti e la produzione di motori elettrici. Il Mozambico e la Tanzania hanno attirato attenzione per le riserve di grafite, materiale utilizzato negli anodi delle batterie. Il Marocco, con la sua posizione geografica e le riserve di fosfati — cruciali non solo per l’agricoltura ma anche per alcune tecnologie di batterie — ha sviluppato negli ultimi anni una capacità di negoziazione con l’Unione Europea che pochi altri paesi africani possono vantare.
Il Ghana, il Mali e la Guinea concentrano invece risorse aurifere e bauxite, quest’ultima materia prima dell’alluminio, anch’esso considerato critico per la transizione industriale. La Namibia e lo Zimbabwe hanno riserve di litio che stanno attirando interesse crescente, anche se la capacità estrattiva rimane ancora limitata rispetto al potenziale stimato.
Il paradosso degli investimenti in calo
Qui emerge la contraddizione più significativa: nonostante la domanda globale di minerali critici sia in crescita costante, gli investimenti in minerali critici in Africa sono calati dell’8% nell’arco di un decennio. Un dato che stride con la narrazione dominante sulla corsa alle risorse africane.
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Le ragioni sono molteplici e non tutte riducibili alla sola instabilità politica. Pesano i costi infrastrutturali: estrarre minerali in aree remote senza accesso a reti elettriche stabili, porti efficienti o ferrovie è enormemente più costoso che operare in contesti già dotati di queste strutture. Incide anche l’resource nationalism — la tendenza di alcuni governi africani a rinegoziare i termini delle concessioni o a imporre requisiti di trasformazione locale — che può aumentare il rischio percepito dagli investitori stranieri, pur essendo spesso una risposta legittima a decenni di estrazione senza benefici locali.
C’è poi la questione della concorrenza cinese: la Cina ha investito massicciamente nel settore minerario africano nel corso degli ultimi vent’anni, spesso accettando condizioni e rischi che gli operatori occidentali tendevano a evitare. Questo ha creato posizioni dominanti in alcuni paesi e filiere che oggi Europa e Stati Uniti cercano di aggirare o bilanciare, con risultati ancora incerti.
Il nodo della trasformazione locale
Uno degli elementi più discussi nel dibattito sui minerali critici in Africa riguarda la value addition: la capacità di trasformare le materie prime sul territorio, invece di esportarle gregge e importare i prodotti finiti a prezzi molto più alti. Attualmente, la maggior parte dei minerali estratti in Africa lascia il continente con un livello minimo di lavorazione, il che significa che il valore aggiunto — e i posti di lavoro qualificati — si crea altrove.
Alcuni paesi stanno cercando di cambiare questa dinamica attraverso politiche di export ban o requisiti di raffinazione locale. L’Indonesia, pur non essendo africana, ha dimostrato che questa strategia può funzionare per il nichel: vietando l’esportazione del minerale grezzo ha spinto gli investitori a costruire raffinerie in loco. Diversi governi africani guardano a questo modello con interesse, anche se le condizioni di partenza — infrastrutture, accesso all’energia, forza lavoro specializzata — sono spesso molto diverse.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la questione è duplice: garantirsi accesso stabile a materie prime essenziali per la propria industria, e farlo attraverso partnership che non si limitino alla sola estrazione ma costruiscano capacità produttiva nei paesi fornitori. Il dialogo avviato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano con i partner africani nel 2026 si inserisce in questo quadro, anche se la distanza tra le dichiarazioni di intenti e gli accordi operativi rimane ancora considerevole.
Il continente africano possiede le risorse che il mondo ha bisogno di estrarre per costruire l’economia a basse emissioni del futuro. La domanda aperta non è se queste risorse verranno estratte — quasi certamente sì — ma a quali condizioni, con quali benefici per le popolazioni locali e con quale distribuzione del rischio tra investitori internazionali e stati africani. Sono queste le variabili che determineranno se la prossima fase degli investimenti in minerali critici in Africa sarà diversa dalle precedenti o seguirà gli stessi schemi storici.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








