Nel sito di Monte Verde nel Cile, il primo insediamento umano delle Americhe, risalente a 14mila anni fa è stata portata alla luce forse la più antica farmacia inventata dall’uomo i cui medicamenti si basavano su composti di alghe. La notizia arriva da un gruppo di scienziati cileno-americano guidati Tom Dillehay dell’ University of Kentucky. I frammenti di alghe sono stati datati fra i 14.220 e 13.980 anni fa e hanno mostrato che il sito Monte Verde II era abitato almeno mille anni prima del primo sito scoperto nel 1976 nel sud del Cile. Gli insediamenti erano abitati da piccole tribù composte da circa 20 - 30 persone che si nutrivano di specie ora estinte come gonfoteri, lama, molluschi marini e vegetali.
Monte Verde antico era situato su un piccolo affluente di un grande fiume, a più di 50 miglia (80 chilometri) dalla costa e a circa 10 miglia (16 chilometri) da una grande baia marina: “E questo ci ha indicato che le persone si sostentavano grazie alla navigazione interna arrivando fino alle coste per sfruttare le risorse marine “, ha detto Dillehay- e le alghe marine non si preservano facilmente - ha concluso Dillehay- il che significa che si sta guardando solo una frazione di quello che le alghe hanno rappresentato come contributo alla dieta”.
La colonizzazione del continente americano, secondo le prime teorie del ‘900, sarebbe iniziata alla fine dell’ultima glaciazione, circa 13mila anni fa quando l’”uomo di Clovis” attraverso Beringia, un zona formata da un ponte naturale che univa Siberia e Alaska dove attualmente si trova lo Stretto di Bering, avrebbe raggiunto le Americhe.
Via | National Geographic
Foto | Flickr
Qualche tempo fa avevamo parlato della produzione di biodiesel da alghe; oggi torniamo in argomento per conoscere una tecnologia produttiva più efficace. La Valcent sta infatti sperimentando ad El Paso in Texas, un impianto per la produzione di alghe con una capacità produttiva di biodiesel ad ettaro nettamente maggiore rispetto ad altri sistemi.
La particolarità di questo impianto sta nella caratteristica struttura, infatti le alghe non sono contenute in vasconi-acquario come sarebbe lecito aspettarsi, bensì vengono fatte crescere verticalmente (da qui il nome Vertigro) all’interno di borse in plastica trasparente che consentono un maggiore sfruttamento di tutta l’energia irradiante.
Questo vuol dire che è possibile utilizzare al meglio lo spazio disponibile, quindi aumentare la produttività dell’area fino a stimare una produzione di circa 60.000 litri di olio vegetale all’anno per ettaro. Il tutto utilizzando poca acqua - a detta dei ricercatori - e sfruttando aree non utilizzabili per fini agricoli.
Per fare un confronto un ettaro di soia produrrebbe annualmente qualcosa come 880 litri, o ancora la coltivazione della palma da olio darebbe circa 11.500 litri. Attualmente la sperimentazione sta cercando di focalizzare meglio i limiti produttivi variando il pH, la concentrazione di anidride carbonica ed altri parametri.
Via | Valcent
Spesso si sente parlare di biomasse e della loro utilizzazione sotto forma di combustibile di varia natura. Le critiche ai sistemi per la produzione di massa biologica sono ormai note e fanno sostanzialmente capo alla riduzione di superficie agricola con conseguente aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.
Le alghe potrebbero risolvere questo problema. Solazyme, una start-up di San Francisco, ha progettato un sistema per la produzione di alghe che consente all’industria di ottenere dei risultati altrimenti difficili da raggiungere. Il processo infatti permette di produrre olio combustibile dalle alghe utilizzando la tecnologia attualmente presente.
Il punto di svolta, rispetto ad altri processi, sta nella possibilità di produrre olio senza la necessità di utilizzare energia per la conversione e la distillazione del combustibile, come invece accade per altri processi (ad esempio per la produzione di bioetanolo) ed un risparmio in termini energetici a seguito della mancata coltivazione.
Al momento il processo abbisogna di piccoli quantitativi di zucchero per avere grandi produzioni, ma la Solazyme si dice fiduciosa. Personalmente preferisco di gran lunga questa strada rispetto a tante altre fonti di biomassa perchè ritengo essere più semplice gestire un ciclobiogeochimico fondato sull’acqua. Voi invece?
Via | Cleantech
“Non dovreste vendere quote di emissione fino a quando non sarà chiaro quanto carbone viene sequestrato.” Anthony Michaels, direttore del Wrigley Institute for Environmental Studies, lancia questo chiaro monito dalla pagine di Science a chi sta pensando di guadagnare facendo assorbire CO2 dagli oceani fertilizzati con il ferro.
Il ferro è un elemento che limita la crescita delle alghe e si pensa che, fertilizzando gli oceani con grandi dosi di ferro, sarà possibile stimolare la crescita delle alghe e, quindi, aumentare la quantità di carbonio fissata in questa massa (e sottratta all’ambiente). Dopo essere stata assorbita e fissata in forma di alga, l’anidride carbonica deve anche essere sequestrata in un post sicuro, ovvero occorre che le alghe muoiano e precipitino sul fondo dell’oceano senza decomporsi e senza rimettere in circolo la CO2.
Il problema che sta a cuore a chi vorrebbe buttarsi nel mercato delle emissioni (per esempio la statunitense Planktos) è garantire che la CO2 resti sequestrata per un periodo di almeno 100 anni, cosa che per ora non è per nulla provata. I ricercatori vorrebbero estendere gli studi agli effetti della fertilizzazione sui componenti non algali degli ecosistemi come pesci, uccelli e mammiferi marini e allo sviluppo temporale dei processi.
» Ocean Iron Fertilization. Moving Forward in a Sea of Uncertainty on Science
» Sending Carbon Dioxide To Sea on Science Daily

Lo scarico di un motore contiene molecole utilizzabili per far crescere delle alghe, da cui ricavare combustibili con cui alimentare un motore.
Un paio di lettori (Chube e Sean) ci segnalano che due ingegneri e un chimico gallesi hanno inventato un “aggeggio” da attaccare alla marmitta delle macchine che cattura l’anidride carbonica in uscita (vari test dicono che resta bloccata una quota tra l’85 e il 95% del gas) e lascia passare il vapore acqueo. Pare che riesca a fermare anche buona parte degli ossidi di azoto.
Tempo fa vi ho parlato dell’energia biologica, cioè dello sfruttamento del metabolismo degli organismi viventi per produrre energia. Un gruppo del MIT sta infatti sperimentando dei fotobioreattori riempiti di alghe verdi capaci di produrre idrogeno. Ma nel Massachussets non ci sono solo gli studenti del MIT ad occuparsi di energia biologica: esiste anche la Green Fuel Technologies Corporation, un’impresa di Cambridge che ha brevettato un sistema di produzione energetica dalle alghe.
Continua a leggere: Il sequestro di CO2 più intelligente del mondo
L’alga tossica Ostreopsis ovata è da anni un nemico dell’estate in agguato nel Mediterraneo e in alcune delle nostre regioni italiane come Toscana, Liguria e Lazio. La O. ovata può causare malesseri ai bagnanti tramite aereosol marino e provocare forti alterazioni fino ad arrivare alla morte degli organismi nelle biocenosi del meso- e infra- litorale.
L’O. ovata appare sulle nostre coste quasi ogni estate, in luglio-agosto. Vive su alghe rosse e brune e produce tossine del gruppo della ciguatera, ritenuta tossica per gli animali marini. In letteratura non ci sono segnalazioni d’intossicazione alimentare umana attribuibili chiaramente ad essa, non essendo O. ovata di uso alimentare. L’esposizione all’alga può comunque provocare tosse, febbre, dolori muscolari, irritazioni congiuntivali e delle prime vie aeree. L’insorgenza del malessere si riscontrava nei bagnanti e in chi sostava sulla riva dopo 2-3 ore all’esposizione dell’aereosol marino, regredendo dopo circa 12 ore.

Alcuni studenti del famoso MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston facenti parte del gruppo BEInG (Biological Energy INterest Group) si stanno occupando di “energia biologica”: si tratta di sfruttare il metabolismo degli organismi viventi per produrre energia.
Hanno inserito un’alga verde in tubi fatti di PVC trasparente - detti fotobioreattori - montati in parallelo su unico supporto (nella foto). I fotobioreattori sono collegati - all’estremità inferiore - ad un sistema di pompaggio che permette la circolazione d’aria al loro interno, mentre alla loro estremità superiore avviene la raccolta dell’energia prodotta, in questo caso sotto forma di idrogeno (si veda il grafico). Le alghe usano infatti l’energia solare per compiere la fotosintesi e ciò permette ad un particolare enzima in esse contenuto (hydrogenase) di produrre idrogeno.
In Spagna, volevano usarle per produrre petrolio ma qui pare si faccia molto più sul serio. In Giappone è stata creata una joint venture per riuscire ad estrarre energia dalle alghe. Infatti, Tokyo Gas Co. e New Energy and Industrial Technology Development Organization (NEDO) si sono unite nel 2002 per arrivare a creare un impianto di produzione elettrica basato sulle alghe, e i primi risultati dei test si avranno tra poco, a marzo.
Questi permetteranno di capire se il sistema può essere progettato su larga scala e per uso commerciale, visto che gli studi delle condizioni ottimali per la fermentazione dei diversi tipi di alghe presi in considerazione sono stati tutti positivi. Nei test effettuati finora, una tonnellata al giorno di alghe ha prodotto 20 kilolitri di gas metano che genera circa 10 kilowatt di elettricità all’ora, tanto da fornire energia a 20 abitazioni.
Via | TreeHugger.com

Vi siete mai chiesti cosa sono quelle strane “palle” marroni che ritroviamo sulle nostre spiagge? (No, non si tratta di escrementi di pesci.) Oppure cosa sono quelle alghe (!) dalle foglie lunghe e strette che i bagnini sono costretti a raccogliere e a farle sparire dalla spiaggia?
Ebbene, queste ultime sono foglie staccate o strappate dal fondo del mare, mentre le prime sono formate da queste foglie, sminuzzate ed aggregate dal moto ondoso e poi spiaggiate: entrambe sono resti di Posidonia oceanica (L.) Delile (dal nome dello studioso Delile).