Emily Deschanel, l’attrice portagonista della serie tv Bones è vegan da 16 anni e da sempre è schierata nella lotta per la tutela del benessere animale.
Qui, intervistata dai microfoni di Night at the Round Table, Emily Deschanel parla del movimento vegan, dei maltrattamenti sugli animali d’allevamento e delle conseguenze che gli allevamenti intensivi hanno anche sulla salute degli esseri umani. In più, l’attrice cita Farm Sanctuary, un’associazione nata per tutelare i diritti degli animali e per educare gli umani a rispettarli. E voi, approvate il movimento Vegan?

Dopo aver consultato la lista rompiscatole di Greenpeace per acquistare scatolette di tonno sostenibile (in alternativa c’è la ricetta degli spaghetti al tonno fujuto) ecco la lista dei pesci da mangiare: mangiamoli giusti,dove sono elencate le specie da acquistare sia per provenienza sia per grandezza.
Acquistare pesce non è così semplice come sembra. Oltre a saper distinguere se il pesce è fresco o meno, bisogna sapere anche dove è stato pescato e se è nell’età giusta per essere lì sul bancone del pescivendolo. In genere le etichette ci dicono la sua origine in maniera però quanto meno astrusa: zona FAO 37…Zona FAO 34. Ecco, un po’ complesso da decifrare e non ho ancora capito perché non scrivono chiaramente: pescato nel nel mare Mediterraneo, Oceano Atlantico ecc.?
Capitolo pesce d’allevamento: conviene sempre? Non sembra, a leggere la guida di slowfood. Molti pesci sono carnivori e dunque viene usato mangime a base di proteine delle carne per farli crescere nelle acque di allevamento; gli allevamenti intensivi di pesci non sono diversi da altri generi di allevamenti intensivi dove sono usati antibiotici e gli animali vivono in spazi angusti e non sempre pulitissimi.
Infine, quanti di voi sanno che spesso nel piatto mettono uno squalo? e quanti sanno a quanto ammonta l’impatto ambientale di un allevamento intensivo di salmoni?

Se in Inghilterra hanno selezionato la pecora che si auto tosa, in Canada hanno selezionato via ingegneria genetica, l’Enviropig, un maiale capace di produrre meno fosforo nel letame. La modifica riguarda maiali della razza Yorkshire e sembra che gli animali siano considerati adatti al consumo umano.
La ricerca è stata condotta dall’Università di Guelph che ha puntato su questa specie di suini geneticamente modificati per ottenere animali la cui produzione costi di meno e che siano in grado di produrre letame con il 70% in meno di fosforo. I maiali sono giunti all’ottava generazione e la FDA dovrebbe esprimere in merito un parere circa la loro approvazione come d’altronde la Regulatory Agency canadese.
Intanto l’Environment Canada ha dato l’autorizzazione all’allevamento controllato.
Via | Oggi scienza, Singularity Hub
Foto | Università di Guelph
E’ in edicola dal 1° aprile Max con un dossier piuttosto sconvolgente: “Porca vacca” dedicato agli allevamenti intensivi e ai mattatoi.
Interessante la scelta di una rivista patinata come Max, famosa più per i suoi nudi d’autore che per i manzi squartati, di mostrare l’altra faccia della carne. A raccontare il viaggio durato tre anni nei mattatoi è Jonathan Safran Foer autore di “Se niente importa (Guanda)” e che ha intervistato esperti, allevatori e visto come sono trattati gli animali. Spiega Jonathan Safran Foer:
Gli allevamenti intensivi gestiscono la vita e la morte di miliardi di esseri viventi con metodi sconvolgenti: manipolazioni genetiche, sevizie, nutrizione innaturale (ad esempio il bombardamento di antibiotici), reclusione in spazi impossibili (la gabbia standard di una ovaiola concede a ogni gallina una superficie di 4,32 decimetri quadrati), metodi di uccisione e di macello dolorosi e inumani.
Ma probabilmente un po’ di speranza esiste se a fronte di un aumento di consumi di carne, siamo passati dai 71 milioni di tonnellate del 1961 agli attuali 248milioni di tonnellate destinati a raddoppiare nel 2050, sono aumentati i vegetariani che secondo dati Eurispes, in Italia sono circa 6 milioni, ossia il 10% della popolazione, percentuale tra le più alte in Europa.
In Germania, il dipartimento agricolo dell’Università di Bonn si appresta a studiare le emissioni di metano delle mucche. Esattamente in un azienda agricola sperimentale di Riswick a 460 chilometri da Berlino. Il punto è questo, le mucche fanno un ruttino ogni 40 secondi e a fine giornata riescono a emettere circa 230 litri di metano, considerato uno dei più pericolosi gas serra. (Vi segnalo qui, chi sostiene la tesi opposta, ossia che le mucche non siano responsabili delle eccessive emissioni di metano)
Sotto accusa, dunque, ci sarebbero gli allevamenti intensivi, poiché secondo lo studio della FAO del 2006: Livestock’s Long Shadow: Environmental Issues and Options, gli allevamenti sarebbero responsabili del 18% delle emissioni mondiali, una percentuale superiore a quella dei trasporti. Gli scienziati di Bonn hanno stimato che in Germania la digestione di 4 milioni di vacche da latte ha immesso in atmosfera 450milioni di tonnellate di metano, pari al 2,1% delle intere emissioni di gas del paese.
Dunque, a essere studiate 144 mucche che saranno monitorate nelle loro emissioni. L’obiettivo è provare a ridurre la produzione di gas di circa il 40% variando la dieta ai bovini che sarà integrata con mais, olio di pesce e aglio.
In Danimarca, invece, si sta studiando come usare i liquami prodotti negli allevamenti intensivi di maiali per fertilizzare pomodori. La fattoria si chiama PigCity e si trova nella penisola dello Jutland. I liquami dei maiali sono densi di ammoniaca dunque a PigCity hanno strutturato dei filtri per separare i diversi componenti, come acqua, fertilizzanti e biogas da usare per produrre elettricità ,usati per alimentare una serra coltivata a pomodori.

La carne, soprattutto quella proveniente da allevamenti intensivi, che non rispettano il benessere degli animali e li riempiono di ormoni ed antibiotici, è tutt’altro che ecologica, e anche poco salutare.
Se siete vegetariani conoscerete già le virtù e le proprietà del Seitan, se siete carnivori potreste cominciare a conoscerle, per sostituire la carne con qualcosa di altrettanto nutriente, ma più ecologico, almeno un giorno a settimana.
Il Seitan è una buona alternativa alla carne, viene ricavato dal glutine del grano tenero, è saporito e viene consigliato in molte diete. Il Seitan è più ecologico e molto più economico rispetto alla carne: perché non provarlo almeno una volta? Trovate qui due ricette: pezzi di Seitan fritti e Seitan con crema di funghi.
via | good
La storia che sto per raccontare nasce dal confronto tra me e Gianluca a proposito dei costi troppo bassi dei panini nei fast food delle mutinazionali. Che storia c’è dietro un panino con hamburgher che costa 50 centesimi? Evidentemente le materie prime sono prodotte e gestite in maniera industriale e gli allevamenti che riforniscono quella carne sono quelli che producono all’anno 2 milioni di capi in condizioni disumane. Dunque, la scommessa era: è possibile coniugare qualità e rispetto ambientale in un panino con l’hamburger? La risposta sorprendentemente mi è arrivata dallo stesso Gianluca che mi ha indirizzata alla vicenda di Graziano Scaglia.
Graziano Scaglia, ha 40 anni e ha aperto a Rivoli, in via Susa 22/, un agrihamburgheria. Il M** Bun, così si chiama il fast food, ha gli asterischi poiché è in corso una vertenza tra loro e la Mc Donald a proposito dell’uso del nome. Machebun, questa la proununcia di M**Bun vuol dire “che buono” o “solo buono” e si riferiesce appunto alla qualità dei prodotti offerti in questo fast food. Di fatto il menù è quello tradizionale: panino con hamburgher e verdure o con cotoletta di pollo, birra, vino o soft drink, dolci, yoghurt e frutta. Ma dove sta la differenza tra questi prodotti e quelli di un fast food di tipo industriale? Ecco cosa mi ha detto Graziano Scaglia.
D.: Buongiorno Signor Scaglia, premetto che non voglio affrontare con lei il discorso del procedimento in corso che la vede oggetto delle attenzioni della catena di fast food Mc Donald’s ma dei prodotti che lei usa nella sua panineria.
R.:Allora mi presento: sono allevatore da quattro generazioni di bovini di razza piemontese. E già 45 anni fa mio nonno aveva una delle prime stalle a stabulazione libera, cioè le vacche giravano libere in stalla e non erano appunto legate. Le nostre non sono vacche da latte per cui i vitellini prendono il latte dalla loro vacca e li nutriamo con un mix di orzo, crusca, grano mais e fieno.
Continua a leggere: M**Bun, agrihamburgheria a filiera corta di Rivoli
Secondo Greenpeace la deforestazione in Amazzonia è causata dagli allevamenti intensivi di bovini.
Insomma, sarebbero gli allevamenti di mucche i veri responsabili della perdita di ettari e ettari di foresta nel Mato Grosso, la regione amazzonica che sta registrando le perdite più consistenti :10 milioni di ettari scomparsi dal 1996 al 2006.
L’annuncio è stato fatto al margine del Social Forum di Belem, iniziato il 27 gennaio e che si concluderà domani.