La Conferenza di Agadir, in Marocco, della Commissione baleniera Internazionale (IWC) d’importanza fondamentale per il destino della caccia alle balene, attende la sua conclusione domani. Eppure, già da questa mattina, è possibile ipotizzarne l’esito: presumibilmente, nessun accordo verrà raggiunto e la situazione rimarrà immutata con il mantenimento della moratoria e l’atteggiamento di Norvegia e Giappone immutato, con la sistematica elusione dei patti internazionali. Forse, un atteggiamento differente potremmo aspettarcelo dall’Islanda che dal 2009 sta portando avanti i necessari negoziati per entrare nell’UE. Esiste, però, tra i due, a questo proposito, un contrasto non trascurabile che riguarda proprio la caccia ai grandi cetacei. La Commissione europea, infatti, in più di una occassione ha proposto che
l’Unione europea e i suoi Stati membri adottino un approccio coordinato a livello internazionale al fine di garantire una protezione efficace delle balene, in particolare opponendosi alla caccia commerciale di queste ultime.
Intanto, all’IWC, la contrapposizione netta tra i due fronti - quelli a favore del mantenimento della moratoria (Stati Uniti, Brasile, Australia, Europa con Italia in testa e Nuova Zelanda) e quelli contro (Giappone e Norvegia) - continua a suscitare accese polemiche con il Paese del Sol Levante che ritiene non vi sia alcuna prospettiva di accordo, neanche futuro, nonostante la sua buona volontà manifestata attraverso la duplice offerta di dimezzare le quote di caccia “scientifica” nell’emisfero australe e di accettare la presenza di meccanismi di controllo internazionale a bordo dei suoi pescherecci. I Paesi contrari, invece, chiedono a gran voce solo la fine della caccia nell’Antartico, senza eccezioni o mediazioni di sorta, e accusano la parte avversa di “mancanza di maturità politica”. Intanto, dopo le rivelazioni sbattute in prima pagina dal Sunday Times sui tentativi di corruzione nipponici ai piccoli Stati aderenti all’IWC per indurli a votare contro la moratoria, molti Paesi - tra cui il governo di Palau, le isole del Pacifico note per aver avversato fortemente l’inerzia degli Stati Occidentali allo scorso vertice di Copenaghen - hanno deciso di ritirare l’appoggio alle proposte giapponesi.
Nella giornata di oggi verrà definitivamente registrato l’atto di nascita del Parco Internazionale Marino delle Bocche di Bonifacio a cavallo tra le isole “sorelle” di Sardegna e Corsica. Il costituirsi dell’area protetta rappresenta il termine ultimo di un percorso iniziato quasi 20 anni fa e conclusosi solo il 9 aprile scorso, a Parigi, con la firma di un accordo bilaterale siglato tra i Ministri dell’Ambiente italiano - Stefania Prestigiacomo - e francese - Jean Luis Borloo - per la creazione dell’AMP che ha consentito il superamento degli ostacoli al progetto, prevalentemente di natura giuridica, a causa della difficoltà nel rintracciare una formula ottimale per la definizione di un unico ente di gestione che potesse ricevere i finanziamenti e, contemporaneamente, essere titolare di progetti scientifici. Oggi, finalmente, prende il via il modello di gestione congiunta attraverso lo strumento comunitario del Gect (gruppo europeo di cooperazione territoriale).
Punto essenziale del programma di salvaguardia del tratto di mare compreso tra capo Testa e Punta Falcone - in Sardegna - e Capo Pertusato - in Corsica - è la rigida regolamentazione delle attività antropiche, imposta con particolare riferimento al passaggio delle imbarcazioni contenenti sostanze pericolose (se ne contano circa 300 l’anno) e per le quali, da oggi, viene sancito il divieto assoluto di transito. Il Ministero dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e i responsabili nazionale del CTS sono ugualmente concordi nel ritenere l’iniziativa fondamentale per la tutela di una porzione di mare tanto vitale quanto vulnerabile e in cui specie magnifiche come i delfini e le balene, l’alga rossa e il gabbiano corso - vera ricchezza di questi posti - si vedono riconosciuta una maggiore forma di tutela e di rispetto. Inoltre, all’interno dell’AMP, il circuito Italia-Francia darà presto il via anche ad un programma di sperimentazione in materia di energia pulita sulle isole di Spargi e Lavezzi.
Via | sardegna oggi
Foto | Flickr

Il team di MyNatour, una community online per viaggiatori in cerca di percorsi sostenibili e di vacanze in armonia con la natura, è partito alla scoperta del Sud Africa per poter offrire ai tifosi dei Mondiali un’alternativa di turismo sostenibile per un’evento altamente inquinante come sarà la Coppa del Mondo in Sud Africa.
Il 15 febbraio sono partiti alla volta del Sud Africa per viaggiare seguendo la loro Eco Route, un percorso di 6000km in carpool per cercare le migliori pratiche di sostenibilità che il Sud Africa ha da offrire e per consigliare vie alternative di turismo sportivo, perché assistere ai Mondiali 2010 facendo delle scelte ecologiche è possibile.
Il cammino verde di MyNatour ha toccato le 9 città del Sud Africa che ospiteranno la Coppa del Mondo, senza tralasciare aree e parchi protetti di incantevole bellezza, come il Kruger National Park ed attività amate dai viaggiatori responsabili, come percorsi in bici, trekking, l’osservazione di delfini e balene.
Chi si accinge a partire per il Sud Africa per tifare la nazionale può consultare qui il diario online di MyNatour, leggere i consigli di viaggio, seguire il loro percorso e trovare informazioni utili.
Foto | Courtesy of Mynatour

Una sorta sindrome sconosciuta sta colpendo i cuccioli di balena argentina. I decessi negli ultimi mesi sono stati numerosi e gli scienziati sono in allarme. Muoiono sopratutto i piccoli con meno di tre mesi. I motivi sono da ricercarsi in una serie di concause ambientali e patogene. Dal 2005, sono deceduti 308 piccoli di balena nella Penisola di Valdes, zona storicamente usata dalle femmine per andare a partorire. L’88% delle balene decedute erano cuccioli con meno di tre mesi e il 28% di tutti i cuccioli presenti nella regione.
Intanto gli esperti del WCS, Wildlife Conservation Society, si incontrano oggi a Puerto Madryn in Provincia di Chubut. Ha detto Marcella Uhart associate director del Global Health Program di WCS:
Dobbiamo esaminare criticamente le possibili cause di questo aumento della mortalità dei piccoli in modo che possiamo cominciare ad esplorare le possibili soluzioni. Trovare la causa può richiedere un ampliamento delle attività di monitoraggio.
Via | News Discovery
Oggi, il ministro giapponese per le risorse Agricole, Forestali e Ittiche, Hirotaka Akamatsu, ha ribadito che il Paese del Sol Levante non intende cedere in merito alla questione della caccia alla balene a fini commerciali. In effetti, il Giappone, per aggirare il divieto quasi 30ennale imposto dalla Commissione internazionale nel 1986, è stato costretto a utilizzare l’espediente della finalità scientifica per poter pescare circa 1000 cetacei l’anno.
Per riguadagnare il diritto a condurre la caccia commerciale delle balene…. il Giappone continuerà sulla strada fin qui intrapresa di pazienti negoziati… Con il mio impegno in prima persona porterò avanti le nostre ragioni per conseguire risultati concreti sulla caccia a fini commerciali.
E’ quanto affermato da Akamatsu durante una conferenza stampa. Questa netta, quanto scontata, presa di posizione arriva poche settimane dopo la volontà manifestata dall’Australia di adire - giustamente! - la Corte Internazionale di giustizia nel caso in cui il Paese del Sol Levante non ponga fine al massacro di cetacei entro il mese di novembre 2010. Ma arriva, soprattutto, a poche ore dall’incontro preliminare della Commissione Internazionale sulle balene (Iwc) in cui verranno individuate le linee guida dei lavori per il consueto incontro annuale dell’Iwc, previsto a giugno. Si tratta, indiscutibilmente, di una “dichiarazione di guerra” del Giappone contro chiunque cercherà di opporsi ai suoi disegni in merito.
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Secondo un rapporto della International Whaling Commission il business delle balene si è capovolto: non si dà più la caccia ai grandi cetacei perché i progetti turistici sono molto più redditizzi della caccia.
Il whale watching ed il fascino che le balene hanno sugli amanti della natura le salveranno dalla morte. Mentre fino agli anni scorsi le balene venivano uccise per la carne, amata soprattutto in Giappone e in Isalnda, oggi si è giunti al punto di sospendere volontariamente la caccia in favore di attività turistiche perché il whale watching frutta circa due miliardi di dollari l’anno, cifra di gran lunga superiore al fatturato medio della caccia.
Il turismo che attira frotte di turisti è duplicato negli ultimi 10 anni: secondo i dati riportati da Repubblica nel 2008, in 119 paesi, 13 milioni di persone si sono dedicate a questa attività, anche in Italia.
Foto | Flickr
Anche le balene preferiscono il mare della Sardegna. Lo dicono i ricercatori dell’Accademia del Leviatano Onlus, ente per lo studio e la conservazione dei mammiferi marini, che da maggio 2009 saranno nuovamente impegnati in un monitoraggio dei cetacei presenti nel mar Tirreno Centrale.
Durante le campagne di avvistamento del 2007 e 2008 sono stati incrociati numerosi gruppi di balenottere, all’interno di un canale ampio tra le 20 e le 25 miglia, che si trova al largo delle coste orientali sarde. Molti degli esemplari avvistati erano coppie composte da madre e piccolo. Questo conferma la presenza di un corridoio preferenziale per la migrazione di questa specie (fra il Santuario dei Cetacei a Nord ed il Canale di Sicilia a Sud), individuato già dalle prime osservazioni del decennio scorso. Il corridoio, largo circa 20 miglia si trova al largo delle coste sarde.
La campagna di quest’anno vuole dare continuità al monitoraggio e verificare i risultati precedenti, che rispetto agli anni ’90 evidenziano un aumento di frequenza di circa il 10% per la stenella, del 30% per il tursiope e di circa il 200% per la balenottera.
Circa 80 esemplari tra balene e delfini sono stati trovati spiaggiati lunedì scorso (23 marzo) sulla spiaggia australiana. Di questi purtroppo molti erano già morti all’arrivo dei primi soccorsi e solo in 17 i sopravvissuti. Questi i numeri dell’ultimo spiaggiamento di massa, un fenomeno che accade frequentemente durante le migrazioni.
A fare notizia è la presenza contemporanea di balene e delfini tursiopi. I 17 esemplari sopravvissuti (tutte balene) sono state trasportate a Flinders Bay ed aiutate a riprendere il largo. A detta del portavoce del Dipartimento della Conservazione Greg Mair, questo concede il maggiore numero di probabilità di sopravvivenza.
Inoltre Flinders Bay fornisce acque protette ed è abbastanza lontana dal sito, il che dovrebbe ridurre il rischio di un nuovo spiaggiamento dei superstiti. Ad inizio ben 194 balene si sono arenate in Tasmania e lo scorso Novembre altre 150 sono state rinvenute sempre in queste acque. Il fenomeno è noto ma ancora gli esperti non sanno fornire spiegazioni.
Via | Los Angeles Time
Foto | Hengist Decius
Non sono sempre oggetto di scontri e caccia, più o meno indiscriminata. A volte, per fortuna, le balene sono anche oggetto di ricerche e studi scientifici, spesso suggestivi come questo. Sta infatti per prendere il via il progetto Blu, al largo della costa dell’Argentario e del Parco Naturale della Maremma, una zona che etruschi e romani credevano popolata di strane creature e mitiche sirene.
I ricercatori hanno realizzato degli innovativi sensori capaci di registrare simultaneamente sia i parametri ambientali del mare che i suoni dei cetacei, senza però emettere onde, così da non interferire sulla vita della fauna marina. Questi dati saranno poi inviati, tramite un sistema wireless, ad una workstation che li elaborerà per renderli disponibili ai ricercatori. L’obiettivo è quello di creare un database che custodirà i canti delle balene e di altri cetacei.
Le registrazioni digitali potranno, inoltre, servire per comprendere i motivi che spingono balene ad attraversare questa parte di mare e aiutare a capire se inquinamento chimico o acustico possono danneggiare questi cetacei e modificarne i comportamenti.
Foto | Seamus Murray
Ogni anno, dal 1709, le acque delle isole Fær Oer, arcipelago danese a sud dell’Islanda, si tingono di rosso. Non per strani fenomeni di inquinamento marino, ma a causa dell’uccisione di molte centinaia di balene pilota, macellate dagli stessi abitanti, spesso adolescenti, che dimostrano così di entrare a far parte nell’età adulta.
La crudele mattanza non ha infatti scopi commerciali, in quanto la carne di questi cetacei, inquinata da tossine e metalli pesanti, non è conforme agli standard dell’Unione sugli alimenti per il consumo umano. La balene pilota, molto socievoli con l’uomo, vengono attirate nelle baie, spesso usando dei motoscafi che disorientano l’intero gruppo di cetacei. Una volta arenate sulla riva, vengono circondate ed uccise a colpi di ascia e uncini.
Sebbene le balene del Nord Atlantico siano considerate specie protetta dalla “Convention on the Conservation of European Wildlife and Natural Habitats”, le Fær Oer hanno un proprio governo che stabilisce indipendentemente le regole della caccia.
Ogni anno, quindi, vengono uccisi fino 2000 animali, sconvolgendo equilibri e mettendo in pericolo l’intera specie, visto che spesso i piccoli che scampano alla caccia, sono comunque condannati a morte.