
In seguito alle scoperte di nuove specie nei fondali calabresi, nell’ambito del progetto per la salvaguardia e la tutela della biodiversità marina, l’assessore regionale all’ambiente Greco ha sostenuto che:
I fondali del Mediterraneo sono tutti da scoprire. In particolare quelli della Calabria che presentano alcune varietà che ci inducono a riscrivere i libri di biologia marina.
Durante le ultime ricerche sui fondali calabresi sono stati ritrovati esemplari nuovi e sconosciuti di fauna marina, che portano a considerare con maggiore attenzione la qualità e la ricchezza del basso Tirreno. Tra Pizzo Calabro e Lamezia sono stati individuati banchi di corallo nero di una rarissima specie, la Antipathes dicotoma. Inoltre, è stata segnalata anche la presenza del corallo nero Parantipathes laryx, specie ancora più rara, mai vista nei mari della Calabria e segnalata raramente in tutto il Mediterraneo.
Nel corso delle ricerche, oltre ai coralli, sono stati scoperti spugne, molluschi e conchiglie, alcuni dei quali mai segnalati nei mari italiani. La campagna, promossa dall’Ispra, ha permesso l’esplorazione di 50 siti rocciosi da cui sono state tratte 5000 fotografie e circa 70 ore di filmati che illustrano la ricchezza in termini di biodiversità dei fondali calabresi.
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L’Arpacal, l’agenzia regionale della protezione dell’ambiente della Calabria, ha monitorato la situazione dei campi elettromagnetici nella regione, riportando i dati nel seminario di presentazione del lavoro “L’esposizione della popolazione a campi magnetici ed elettromagnetici. Lo stato dell’arte dei controlli ambientali in Calabria”, con la collaborazione di Em Engineering & Monitoring ed Epsilon Italia.
Il progetto è stato realizzato con i fondi Por Calabria 2000/2006. Sono state censite nella Regione le stazioni radio base per telefonia cellulare, gli impianti ripetitori radio-televisivi e le linee elettriche ad alta tensione. Sono state analizzate le misure di esposizione dell’intensità del campo elettrico, del campo magnetico, le sorgenti di emissione delle onde elettromagnetiche, la genesi e l’evoluzione delle radiazioni non ionizzanti. Sono state 479 le postazioni monitorate, di queste 120 nella Provincia di Catanzaro, 167 in quella cosentina, 112 in quella reggina, 32 nella crotonese e 39 nella Provincia di Vibo Valentia.
Secondo i dati riportati durante il seminario: “Nella Provincia di Catanzaro 59 postazioni hanno presentato valori irrisori, inferiori allo 0,5% di voltmetri, l’unità di misura cioè del campo elettrico, 54 valori compresi tra 0,5 e 2 voltmetri, valori ancora molto bassi, 10 postazioni con valori compresi tra 2 e 4 voltmetri, un caso tra 4 e 6 voltmetri; 5 casi con un valore maggiore di 6 voltmetri e di questi solo 2 superavano i limiti di legge: Gagliano e Stalettì, siti complessi”.
Emanuele Migliari, direttore tecnico di Em ha spiegato:
“Si è trattato della prima indagine sistematica realizzata nel territorio regionale. Attraverso i fondi Por nel gennaio 2008 sono partiti i lavori che hanno richiesto circa un anno di lavoro. L’Arpacal ha affidato l’incarico a ditte specializzate. I risultati sono tranquillizzanti. Su 1231 postazioni solo il 5% per quanto riguarda i campi ad alta frequenza, presentano criticità. Si tratta di campi generati da impianti di telecomunicazione. Questo 5% si concentra per lo più nella Provincia di Reggio ed in particolare nel capoluogo reggino. Territorio che è stato quindi oggetto di una indagine più accurata per risalire alle sorgenti responsabili. 27 postazioni sono state oggetto di analisi approfondite. Di queste circa la metà è rientrata nei valori grazie a gestori della telefonia mobile che hanno concertato un depotenziamento degli impianti“.
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L’Operazione Leucopetra ha portato all’arresto di 10 persone tra Calabria e Puglia, avvenuto stamattina, per traffico illecito di rifuti tossici. Tra gli arrestati ci sarebbero anche alcuni dirigenti della sede Enel di Brindisi, oltre a imprenditori di Reggio Calabria. “I soggetti sono accusati di traffico illecito di rifiuti pericolosi e disastro ambientale”, ha detto all’agenzia Reuters Giuseppe Pignatone, procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ha coordinato le indagini, condotte dal Corpo della Guardia Forestale.
Il traffico si sarebbe svolto così: più di cento tonnellate nocive provenienti dalla centrale elettrica di Brindisi sarebbero state interrate in una cava vicina alla spiaggia di San Lazzaro, a dieci km circa da Reggio Calabria. Lo smaltimento illecito dei rifiuti dell’Enel durerebbe dal 2005 circa: i rifiuti tossici sarebbero stati trasferiti a Reggio Calabria e trasformati in rifiuti normali, poi smaltiti in un’azienda calabra che produce laterizi e mischiati ai residui della cava.
La Guardia Forestale ha sequestrato 15 automezzi e beni per un volume di circa sei milioni di euro all’anno. Da PugliaTv ci fanno sapere che “L’Enel ha emesso un comunicato ufficiale con il quale ricorda di aver offerto la sua collaborazione agli inquirenti fin dal 2007 e che ha avviato da tempo una indagine interna per conoscere esattamente l’andamento della procedura di affidamento dello smaltimento rifiuti della centrale ad un consorzio d’imprese”.
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Sul fondo dello Ionio, tra Puglia e Calabria, ci sono ecosistemi delicati, preziosi per la conservazione della biodiversità e zone a rischio frane e faglie da cui esce gas. Conclusione? Lo Ionio non è il mare più adatto per l’impianto di gasdotti o per l’installazione di altre opere perchè il suo fondale è troppo fragile.
Questo è quello che emerge dallo studio dei fondali marini che mira a mappare le zone a rischio geologico che potrebbero causare terremoti e tsunami, all’interno del progetto di monitoraggio della Protezione Civile “Carta di pericolosità dei fondali marini”. A mappare si è partiti da Puglia e Calabria, precisamente dalle analisi effettuate da Torre Pali fino al Golfo di Taranto sul lato pugliese e sul lato calabro da Scanzano Jonico fino al Golfo di Squillace. Leggo sul Quotidiano che “la Calabria è esposta al rischio di terremoti potenzialmente devastanti a causa di faglie sottomarine di fronte al Golfo di Squillace e di vulcani di fango attivi nei pressi di Crotone”.
Per quanto riguarda il versante pugliese dello Ionio, i fondali sono considerati molto preziosi per la salvaguardia delle specie: “A largo del litorale di Santa Maria di Leuca sono stati identificati banchi carbonatici molto probabilmente costituiti da coralli bianchi già noti, che si pensava non esistessero più. Si tratta di ecosistemi delicati che si sviluppano solo con temperature e nutrienti particolari. Non sono direttamente correlati a condizioni di criticità del fondale, ma piuttosto rappresentano zone da evitare se si ipotizza, per esempio, di posare sul fondale marino pipeline od opere varie. Vanno evitati sia perché si tratta di strutture intrinsecamente fragili, sia perché preziose in termini di biodiversità”.
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Una nuova specie aliena sta mettendo in allarme gli agricoltori italiani. Dallo scorso anno, si sono registrati degli attacchi da parte della tignola del pomodoro (Tuta absoluta), un lepidottero originario del Sud America. Le regioni colpite sono Sardegna, Sicilia, Calabria, Campania e Liguria.
Il ciclo biologico si svolge sulle solanacee sia spontanee che coltivate (pomodoro, patata, peperone, melanzana) e alla schiusa delle uova si manifesta l’attacco delle larve che può portare al disseccamento di tutta la parte epigeica. Viene colpita l’intera pianta, dai germogli ai frutti. Successivamente possono svilupparsi altri patogeni originando un danno indiretto che abbatte drasticamente la capacità produttiva, soprattutto nel pomodoro.
Purtroppo al momento non sono note tecniche in grado di debellare la Tuta absoluta anche perchè risulta adattata all’ambiente e resistente ai fitofarmaci più comunemente utilizzati. Insomma, un bel problema per il settore agricolo. Ma state attenti anche voi con i vostri orti sul terrazzo, non si sa mai.
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Mentre ci raccontate le vostre esperienze in merito al “Conto Energia” fotovoltaico, la Conferenza Unificata Stato Regioni ha approvato il decreto ministeriale che, attuando l’art. 7 del Dlgs 387/2003, riconosce per 25 anni una tariffa incentivante per la generazione di energia elettrica da impianti solari termodinamici, ammettendo in Finanziaria un fondo di 20 milioni di euro.
Il passo successivo è il via libera del Consiglio dei Ministri, che dovranno deliberare per l’obiettivo di potenza nominale di circa 200 MW da installare entro il 2016. Per ora gli accordi sono tra il Ministero dell’Ambiente e le regioni di Puglia, Calabria, Lazio e Sardegna per la costruzione delle prime centrali basate sulla tecnologia del solare termodinamico.
Come conseguenza di qusta approvazione è stato “rispolverato” il “Progetto Archimede” ideato dal premio Nobel Carlo Rubbia, per la costruzione, presso la centrale Enel di Priolo Gargallo in provincia di Siracusa, di un impianto sperimentale, realizzato da Enel ed Enea, che utilizza il solare termodinamico integrandolo con un ciclo combinato di gas.
Siccità nei campi e invasi vuoti. Questa l’agghiacciante situazione in Toscana che sta creando profondo disagio agli agricoltori. La Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) Toscana denuncia la situazione agli assessori regionali all’agricoltura Susanna Cenni, e alla difesa del suolo e risorse idriche Marco Betti, in cui si sottolinea la pesantezza dei cali produttivi che hanno contraddistinto il settore olivicolo e che stanno affliggendo anche altri settori produttivi.
L’agricoltura toscana ha sete e non tanto per aumentare la produttività - dato che è principalmente orientata verso colture a basso consumo idrico - ma per poter mantenere uno standard produttivo e di reddito per le imprese agricole.
E a confermare quanto la situazione stia degenerando non solo in Toscana, ma nell’intera nazione è il rapporto dell’ INEA (Istituto nazionale di economia agraria) “Atlante nazionale delle aree a rischio desertificazione” che nella sintesi dello studio riferisce che il 51,8% del territorio italiano, è stato considerato potenzialmente a rischio, in particolare la totalità di Sicilia, Sardegna, Puglia, Calabria, Basilicata e Campania, e parte delle regioni Lazio, Abruzzo, Molise, Toscana, Marche e Umbria. All’interno di quest’area, utilizzando i dati a disposizione del progetto, sono stati calcolati 12 indici di impatto che costituiscono la sintesi dell’Atlante.
Continua a leggere: Desertificazione, in Italia il rischio è elevato
Venerdì scorso L’Unità ha pubblicato un interessante articolo sulla cementificazione in Italia.
I dati Istat evidenziano una riduzione di ben 224 mila ettari di aree verdi all’anno.
Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la Bellezza, snocciola i dati Istat elaborati, dai quali risulta che in quindici anni sono stati erosi 3 milioni e 663 mila ettari che, giusto perché ci si possa rendere conto delle dimensioni del problema, corrispondono grosso modo alla superficie del Lazio e dell’Abruzzo assieme!
I dati inoltre mostrano che su 28 milioni di case, più del 20% (ben 6 milioni) sono seconde e terze case e, secondo il Rapporto stilato dal Comitato, si tratterebbe di speculazione edilizia specialmente in zone turistiche costiere e montane di pregio come le valli toscane, marchigiane ed umbre.
Il viaggio della Goletta Verde anche per quest’anno è terminato, e oggi vi presentiamo i dati delle ultime quattro regioni toccate dal veliero di Legambiente per verificare lo stato dei mari italiani.
Basilicata. “Acqua pulita in Lucania”, affermano i tecnici della Goletta. Tutti i campioni prelevati rispettano i limiti di legge, anche quelli che lo scorso anno erano risultati leggermente inquinati. A Maratea sono state attribuite le 4 vele della Guida Blu di Legambiente e del Touring Club, per l’impegno nella protezione del paesaggio e del turismo sostenibile. Preoccupa però lo stato dei fiumi lucani e il continuo attacco alle coste da parte dell’abusivismo edilizio. Per garantire la qualità di queste zone è stata fatta la proposta di istituire l’area marina protetta “Costa di Maratea”
Quattro bracconieri sono stati ripresi da telecamere nascoste mentre catturavano illegalmente con le reti tordi e frisoni, e li uccidevano sul posto, schiacciandoli con le mani e comprimendone la testa con i denti.
Il fatto avveniva a Cittanova (Reggio Calabria) e i quattro sono sono stati denunciati per furto aggravato, uccellagione e maltrattamento di animali. I bracconieri avevano abbattuto (illegalmente) centinaia di alberi di alto fusto e realizzato delle enormi palizzate, ancorate ad alberi di sughera o leccio. Dopo aver rimosso i sigilli apposti dai Carabinieri, catturavano gli uccelli con grandi reti montate su lunghe canne azionate a mano, soprattutto all’alba e al tramonto.