Il mercato dei prodotti di cotone certificati da Max Havelaar, in Svizzera, e’ cresciuto del 72% nel 2006 rispetto all’anno precedente.
Max Havelaar e’ l’etichetta equo-solidale internazionale che certifica le condizioni di lavoro umane per i produttori lungo tutta la filiera e incoraggia il passaggio al biologico (ma non obbliga). Il responsabile del settore tessile di Max Havelaar, Roman Wittwer, conferma il trend molto positivo, rendendo noto che le attese per la chiusura di quest’anno sono del 100% maggiori rispetto al 2006.
Ad essere disposti a spendere un 15-20% in più non sono solo dei privati, ma anche delle istituzioni come il corpo di polizia di Zurigo, che ha testato l’uso di centinaia di camicie in cotone biologico, e grandi aziende come le Poste e le Ferrovie Federali Svizzere che stanno valutando l’opzione. Parliamo di divise per 100mila dipendenti.
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Questa settimana nella serie vivere di ecologia ho intervistato la mamma di Massimo Marocco, che importa e rivende abiti di cotone biodinamico dal Brasile. Ho parlato con la madre perché il figlio era troppo impegnato a vendere i suoi capi, per rispondere alle mie domande.
Signora, ci può dire che cosa ha di speciale questo cotone?
Il cotone che coltivano alla Natural Fashion produce delle fibre colorate, marroncino, verde, panna… da cui si ottengono tessuti colorati naturalmente, senza altri passaggi che filatura, tessitura e cucitura. Questa caratteristica diminuisce i costi di lavorazione, oltre che il consumo di acqua e di energia. Riduce anche la quantità di scarichi nocivi che dovranno essere trattati.
Ma quali sono questi scarichi in una produzione “normale”?
“Normalmente” si usano pesticidi per proteggere le colture, defoglianti e sali di cloro per facilitare la raccolta, candeggina o sbiancanti per ottenere una fibra facile da colorare, tinture a base di metalli pesanti, formaldeide nel prodotto finito, ammoniaca, anti-infeltrente… in una t-shirt di cotone c’è parecchia chimica.
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Tessuti biologici certificati, nessuna tintura, nessun trattamento chimico, lavorazione in Italia: questa è Nathu Bio. L’idea di Marta Pietribiasi, interpretata dallo stilista vicentino Giovanni Bedin, e’ quella di vestire le ragazze di oggi con eleganza, giocosità e rispetto. Rispetto per l’ambiente, le persone e la tradizione.
Missione da supereroe: convincere la gente a riciclare le mutande.
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Chiamarsi ecologica ed avere un packaging complesso mi sembra la più eclatante contraddizione di queste magliette.
Ok, il colore usato per tingerle aveva un basso impatto ambientale (indaco). Ok, il cotone era biologico. Ok, la scatola era di cartone riciclato e ricordava quella delle uova. Ma lo stesso i neo green non sono polli da prendere per il naso, sventolando qualità messe apposta in un prodotto per compiacerli!

La stilista svedese Camilla Norrback utilizza ormai da anni cotone biologico, lavorato con procedimenti a basso impatto ambientale e colorato con tinture atossiche. La sua collezione primavera-estate e’ stata presentata alla settimana della moda di Parigi.
In Italia, dove crediamo di essere l’avanguardia della moda, certe novità purtroppo non arrivano.

La moda del nord Europa e’ molto più sensibile alla conservazione dell’ambiente di quanto lo sia quella italiana. Gemma, una coloratissima ragazza britannica che ho conosciuto sabato, mi ha suggerito di dare una guardata alle collezioni ecologiche apparse durante la settimana della moda di Londra.
Wildlife Works aveva iniziato facendo magliette con stampati sopra gli animali in via di estinzione che mettevano i ragazzini. Ora ha una collezione in cotone biologico adatta a donne con i tacchi e utilizza i profitti per creare corridoi ecologici per gli elefanti, in Africa.
Il sistema di collegare un business etico alla protezione dell’ambiente si chiama “Consumer Powered Conservationsm” (la conservazione della natura finanziata dai consumatori) e si rivolge a clienti che abbiano valori e criteri di acquisto ben chiari, ma che non vogliano urlare ogni giorno al mondo le loro scelte e che siano a proprio agio vestiti con un minimo di classe.
La divisione Europea della Levi’s ha annunciato il lancio dei Levi’s eco jeans. 100% cotone di produzione biologica e attenzione al processo produttivo, caratterizzano un prodotto che la Levi’s vuole destinare ad un “consumatore evoluto, che ama il jeans e non vuole rinunciare alla qualità e allo stile, ma che ha anche profondamente a cuore l’ambiente”.
I bottoni sono in cocco e in metallo non galvanizzato, rifiniti usando solo componenti naturali. I normali rivetti di rame sono sostituiti da cuciture rinforzate. I colori usati per tingere sono naturali.
Il processo ha ottenuto il marchio “Eko Sustainable Textile” dal Control Union Certification.
I jeans dovrebbero comparire nei negozi USA a partire da novembre e arrivare in Europa nella primavera 2007. Dovrebbero esserci anche i vecchi modelli di Levi’s 506 e 570 certificati in cotone bio.