
Iniziato ieri, prosegue oggi e finirà tra tre mesi la campagna di raccolta firme per il referendum contro il recente decreto Ronchi (e alcuni articoli di leggi e decreti precedenti) che, tra mille altre cose, prevede anche la possibilità per gli enti locali di affidare ai privati, con contratti decennali, la gestione degli acquedotti e delle altre infrastrutture collegate alla distribuzione dell’acqua.
L’acqua, ovviamente, non viene resa privata perchè altrimenti la rivoluzione popolare sarebbe praticamente immediata: la cosa è più subdola, si privatizza la gestione della risorsa. In pratica cambia poco, ma non tutti se ne sono accorti. Per questo le varie associazioni locali contrarie alla privatizzazione si sono da tempo riunite in un forum nazionale e sono pronte a dar battaglia con tre quesiti referendari per abrogare altrettanti articoli del decreto Ronchi.
Né più né meno che per la concomitante campagna anti nucleare che si svolge in questi giorni, il consiglio è quello di andare a cercarsi un banchetto, un gazebo, un punto informativo e informarsi visto che la versione ufficiale della maggioranza in Parlamento e del Governo è che, ovviamente, va tutto bene.
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L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha diramato oggi una nota, tramite il suo sito web, con la quale chiede al Governo, alla Conferenza Stato-Regioni e ai presidenti delle Regioni italiane di accelerare l’iter che dovrebbe portare all’approvazione delle linee guida sullo sviluppo delle fonti rinnovabili.
Previste dal decreto legislativo 387 del 2003, le linee guida dovrebbero fornire un quadro normativo omogeneo e chiaro per tutte le Regioni in fatto di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili: cosa, quanto e dove si può installare e cosa no. Ma, dopo quasi sette anni, ancora le linee guida sono allo stato di bozza.
L’antitrust, però, chiede che si faccia in fretta perchè senza le linee guida si rischiano discriminazioni tra gli operatori:
Nell’attesa dell’approvazione della regolamentazione a livello nazionale, le Regioni hanno legiferato in modo autonomo, adottando leggi e atti di indirizzo (tra cui Linee Guida e Piani energetici regionali) privi di un comune denominatore che hanno dato origine a contesti normativi di riferimento significativamente difformi, con particolare riguardo alle condizioni richieste per operare nel settore. Ciò si è tradotto nell’introduzione di ostacoli diretti e indiretti nell’accesso al mercato, nonché di ingiustificate distorsioni della concorrenza tra operatori localizzati in diverse aree del territorio nazionale
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Un paio di giorni fa Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy hanno preso carta e penna e scritto una lettera al presidente della Commissione europea Juan Manuel Barroso. Oggetto della missiva le politiche economiche da intraprendere nei confronti di quei paesi che non rispettano gli accordi internazionali sul clima.
Nella lettera, pubblicata integralmente dal giornale on line Clandestino Web, si chiede di istituire una “compensazione finanziaria” nei confronti dei prodotti provenienti da paesi che continuano a produrre i propri beni senza curarsi più di tanto delle emissioni di CO2:
Disporre, nel quadro del negoziato internazionale, tra gli altri possibili strumenti, di questo meccanismo, che dovra’ ovviamente essere inclusivo e non protezionistico ci permetterebbe in effetti di prevenire il rischio di fuga di carbonio incoraggiando i Paesi terzi a adottare misure di riduzione delle loro emissioni, per esempio nel quadro dei partenariati settoriali

Non è stata una buona giornata, quella di ieri, per l’ambiente e gli animali: in Parlamento, sia alla Camera che al Senato, due votazioni hanno inferto un duro colpo alla lotta al cambiamento climatico e alla tutela degli animali selvatici.
La prima è quella dell’aula del Senato, che ha approvato la famosa mozione dei senatori anti Kyoto, presentata dal senatore D’Alì, che chiedeva al Governo di impegnarsi in favore della riorganizzazione dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) e della sostituzione dell’Accordo Europeo sul 20-20-20.
Dall’opposizione, che hanno tacciato la maggioranza di negazionismo climatico, è stato chiesto di adeguare la posizione dell’Italia a quella giustamente preoccupata degli altri grandi Paesi del mondo, rispettando l’Accordo e mettendo in atto politiche nazionali coerenti con i suggerimenti europei. La mozione D’Alì, però, è passata con 137 voti favorevoli, 112 contrari e un astenuto.

Qualche giorno fa il sito web Energia Spiegata, edito dall’Agenzia di Ricerche Informazione e Società (Aris) assai nota per il suo rapporto annuale sul fenomeno Nimby, ha pubblicato un’intervista di Agnese Bertelli a Fabio Fineschi, professore ordinario di Impianti Nucleari all’Università di Pisa. L’intervista, fatta molto bene, è incentrata sul grosso deficit di comunicazione che c’è in Italia tra l’industria, specialmente quella dell’energia, e la popolazione. Un deficit dal quale deriva buona parte dell’effetto Nimby.
Il prof. Fineschi, rispondendo alle domande della Bertelli, tocca vari argomenti. Uno, però, è molto interessante anche per i lettori di Ecoblog: il nucleare. Fineschi, con il lavoro che fa, di certo al nucleare è favorevole. Tuttavia è anche incredibilmente lucido e onesto nell’affermare che, in Italia, lo sviluppo di tale tecnologia potrebbe dare più problemi che altrove. Il problema, secondo Fineschi, non sta nella tecnologia nucleare in sè, bensì nella società italiana:
I problemi tecnici ed economici del nucleare possono essere risolti da bravi, coscienziosi e cauti esperti (che ci sono), ma il nucleare richiede anche una società (che non c’è) che sia capace di accoglierlo e gestirlo con rigorosità politica ed etica, una società che si impegni a bonificare il territorio dalle mafie e dalla corruzione. È questo l’aspetto drammaticamente più urgente della questione nucleare (e non solo), che interroga tutte le istituzioni del nostro Paese, per la soluzione del quale è necessario creare competenze scientifiche e professionali, mobilitazione politica e sociale, tensione morale. Sono questi gli interrogativi a cui si deve dare una risposta vera e significativa, chiamando a giudici tutti i cittadini
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Come la Coop, tutte le grandi catene di supermercati in Europa hanno cercato di sostituire i sacchetti di plastica usati per fare la spesa con borse riciclabili o sacchetti più ecologici, perché biodegradabili. E’ il caso del gigante inglese Tesco, che ha sostituito i vecchi sacchetti con i nuovi, biodegradabili in 3 anni.
Uno studio del governo inglese, ha però evidenziato come i nuovi sacchetti ecologici siano dannosi per l’ambiente perché le particelle di plastica che liberano sarebbero dannose per i mammiferi, gli insetti e gli uccelli che potrebbero ingerirle. In più, se abbandonati all’aperto, i sacchetti possono inquinare l’ambiente fino a 5 anni o forse più, perché il processo di smaltimento in 3 anni avviene solo e soltanto con l’esposizione alla luce e al calore. Al contrario dei sacchetti di carta, questa plastica ecologica non può nemmeno essere riciclata, né rispetta gli standard per il compost dell’Unione Europea.
Tesco rilascia al di fuori delle porte dei suoi supermercati più di 500 milioni di questi sacchetti “biodegradabili al 100%” all’anno. Secondo il Dan Morris, Ministro dell’Ambiente, i consumatori possono essere tratti in inganno dalla comunicazione di Tesco, così come era avvenuto per la Coop nel 2006, e allo stesso modo non si possono definire biodegradabili al 100% questi sacchetti che sono realizzati in plastica oxodegradabile.
via | dailymail
Foto | Flickr

Aprendo la conferenza internazionale sull’accesso al nucleare civile di Parigi il Presidente della Regpubblica Francese, Nicolas Sarkozy, ha toccato uno degli argomenti più discussi nella grande questione nucleare: l’ostracismo da parte della grande finanza internazionale nei confronti dell’atomo. In particolare Sarkozy ha detto:
Non capisco e non accetto l’ostracismo ai progetti nucleari da parte delle istituzioni finanziarie
In realtà Sarkozy la cosa la capisce benissimo, anche se non lo dice: gli istituti finanziari preferiscono altre forme di investimento nel settore dell’energia, specialmente le rinnovabili. Anche perchè è noto a tutti che il nucleare lo paga il pubblico e non il privato, in tutto il mondo. Si è sempre fatto così e così si continuerà a fare, vista anche la recente decisione di Obama di finanziare due nuove centrali negli Stati Uniti.
Alla stessa conferenza internazionale ha parlato anche il nostro Ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, che ha ribadito la ferma intenzione del Governo Berlusconi di tornare al nucleare. Scajola ha persino fornito una data:
Il programma nucleare italiano procede nei tempi previsti. Il Governo italiano sta creando le condizioni necessarie affinchè le imprese possano avviare i lavori per la costruzione della prima centrale nucleare entro il 2013
Fretta, frettissima. Prima che gli italiani abbiano il tempo per farsi un’idea ben informata sul nucleare e, soprattutto, a dispetto di qualunque opposizione delle Regioni sui possibili siti.
In vista delle elezioni regionali gli Ecodem, l’ala ecologista del Pd, tornano alla carica con uno slogan un po’ vecchiotto ma sempre efficace: “SI alle rinnovabili NO al nucleare”. Il ritardo degli Ecologisti Democratici è lampante, visto che mancano appena un paio di settimane alle elezioni regionali, ma il problema vero non sta nella tempistica.
All’interno del Pd, infatti, non tutti hanno le stesse idee sulle energie rinnovabili. Il caso più recente è quello dell’eolico off shore in Sardegna (argomento sul quale abbiamo appena pubblicato l’ultimo aggiornamento), per il quale il Partito Democratico sardo ha chiesto che il Governo nazionale rispetti la decisione della Regione Sardegna. Regione che, a differenza di quanto forse vorrebbero gli Ecodem, i parchi eolici proprio non li vuole.
Per quanto riguarda il nucleare, invece, basta fare una ricerca rapida nell’archivio dei nostri amici di PolisBlog per ricordarsi che l’attuale segretario del Pd, Pierluigi Bersani, quando era ministro aveva fatto ben più che un’apertura sulla possibilità di tornare all’atomo per produrre energia. Forse, per argomenti così seri e importanti come l’ambiente, l’energia rinnovabile e quella nucleare, sarebbe il caso di fare meno propaganda e più politica di sostanza.

Nove Senatori della Repubblica tornano alla carica e chiedono di dichiarare decaduto l’accordo europeo sul 20-20-20, cioè il cosiddetto “Pacchetto clima“. I Senatori in questione portano i nomi di Antonio D’Alì (primo firmatario), Valerio Carrara, Andrea Fluttero, Cosimo Izzo, Vincenco Nespoli, Guido Possa, Cosimo Sibilia, Sergio Vetrella, Guido Viceconte.
Sono tutti e nove del Pdl, e il documento con il quale chiedono che l’Italia abbandoni la lotta al cambiamento climatico è l’Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00248, in pratica una mozione con delle richieste al Governo.
Non è affatto la prima volta che i Senatori del Pdl tentano di affondare le politiche di riduzione delle emissioni di CO2. Ci avevano già provato l’anno scorso e, allora, furono in 39 a firmare. Questa volta i Senatori negazionisti, i cui santini sono riportati nella gallery a futura memoria, prendono spunto dal recentissimo “Clima gate” e chiedono che l’Italia si spenda affinchè si faccia un po’ di pulizia etnica all’interno della Commissione Ipcc, cioè il board internazionale di scienziati che studia i cambiamenti climatici e redige i rapporti sui quali si dovrebbero modellare le politiche virtuose in fatto di clima.
Pulizia etnica? Sì, in un certo senso, perchè la richiesta è che si mandino a casa il Presidente dell’Ipcc Pachauri e il Commissario De Boer e, contemporaneamente si promuova una “maggiore e più qualificata” presenza italiana dell’Ipcc. Più italiani, quindi, magari scelti dal Pdl.
Circa un mese fa è nata una nuova associazione di categoria che raccoglie una trentina di aziende attive nel campo dell’energia e, in particolare, del fotovoltaico. Si chiama Asso Energie Future, non è ancora associata a Confindustria, ma il suo statuto ne prevede la posibilità.
Il presidente di questa associazione è Massimo Sapienza, un catanese di appena 35 anni che oggi vive nella capitale ai Parioli, presidente e amministratore delegato di Helio Capital S.p.A. che, a sua volta, è un fondo chiuso di investimento specializzato negli investimenti in energie rinnovabili. Il primo di questi investimenti è stato un impianto fotovoltaico da 1 MW in Puglia.
Helio Capital è posseduto da Cimino & Associati Private Equity (Cape). Non è la prima volta che parliamo di Cape su Ecoblog: è la stessa azienda che ha proposto “Sunny car in a sunny region”, cioè il progetto di riconversione della Fiat di Termini Imerese in una fabbrica di auto elettriche e colonnine di ricarica. Un progetto che dovrebbe essere realizzato da Cape Regione Siciliana Sgr S.p.a. , un altro fondo chiuso misto pubblico-privato che vede la stessa Regione Sicilia come socio al 49%. Mezza Termini, quindi, se la potrebbe comprare la stessa Regione.
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