
La perdita di competitività delle imprese del nostro Paese è un fenomeno che potrebbe essere spiegato, fra le tante cose, con un dato non particolarmente positivo emerso proprio in questi giorni. Secondo un’indagine dell’Istat infatti sarebbero pochissime le aziende che investono su tecnologie pulite; si tratta di un atteggiamento molto prudente nel breve periodo, tuttavia poco lungimirante nel medio-lungo termine.
Per il 2008 le imprese industriali avrebbero realizzato prevalentemente più investimenti atti a rimuovere l’inquinamento dopo che questo è stato prodotto, anziché integrare i propri impianti con tecnologie sostenibili, che contribuiscono invece a rimuovere alla fonte l’inquinamento generato dal processo produttivo.
La spesa complessiva per investimenti ambientali delle imprese dell’industria è stata di circa 1,8 miliardi di euro, di cui 1,4 miliardi (il 79% del totale) per gli investimenti in impianti ed attrezzature per l’abbattimento dell’inquinamento dopo che questo è stato generato, mentre appena il 21% della spesa è stato destinato all’acquisto o integrazione di tecnologie capaci di ridurre alla fonte l’inquinamento derivante da processo produttivo.

Il mozzicone di sigaretta? Invece che gettarlo per terra è meglio infilarselo in tasca. È questo il messaggio eco lanciato alla Festa del Cinema di Roma con la distribuzione all’Auditorium Parco della Musica di piccole bustine tascabili in plastica e stagno che altro non sono che posacenere tascabili.
Così recita lo slogan stampato sul retro della bustina marchiata dalla JTI azienda internazionale nel settore del tabacco:
Se ami la tua città i mozziconi mettili qua: lo usi, lo lavi, lo riutilizzi.
Mentre i dispenser, sparsi in giro, consigliano:
Fai un gesto da protagonista. Rispetta l’ambiente con questo posacenere tascabile.
Poi ne elencano i pregi: pratico perché lo porti sempre con te; ecologico perché lo svuoti a casa o nei contenitori pubblici; pulito perché lo puoi lavare e riutilizzare più volte.
Pochi ancora ne parlano, ma si tratta di una vera e propria bomba ecologica che secondo gli esperti sarebbe capace di far danni in misura 25 volte maggiore rispetto a quelli provocati, per un analogo motivo, in Ungheria i giorni scorsi. Teatro del pericolo la zona di industriale di Portovesme, nel Comune di Portoscuso, in Sardegna, dove quasi 20 milioni di metri cubi di fanghi rossi inquinanti e pericolosi, residui della lavorazione della bauxite, versati in un bacino dal 1975 dalla società Euralluminia, si annidano in una zona a pochissima distanza dal mare.
Il pericolo non è comunque recente, dato che già lo scorso anno, i carabineri del Nucleo Operativo Ecologico avevano sequestrato i bacini di stoccaggio (in quanto nel frattempo Eurallumina aveva cessato la produzione) perché le acque della falda avevano inziato a riversarsi in strada per un danno alle tubature. Ora nuove indagini sul bacino sono state affidate al ministero dell’Ambiente, che il magistrato ha nominato custode giudiziale del sito.
Nonostante il pericolo, il primo cittadino di Portoscuso Adriano Puddu, getta però acqua sul fuoco: i timori per la salute e la sicurezza ambientale esistono, sono palesi, tuttavia al contrario di quando accaduto in Ungheria, il problema è sotto controllo da oltre un anno. I liquidi residui della lavorazione della bauxite, spiega il Sindaco, raggiungono bacini attraverso particolari tecniche idrauliche; inoltre si tratta comunque di fanghi meno dannosi rispetto a quelli ungheresi.
Continua a leggere: L'allarme fanghi rossi in Sardegna. C'è il pericolo di una bomba ecologica
Il 24 settembre, lo sversamento di carburante nel bel mezzo del Parco dell’Arcipelago Toscano a causa del naufragio di un peschereccio aveva fatto tremare più di qualcuno per le sorti del santuario marino e della Zps… Per fortuna, il 1° ottobre scorso, l’emergenza è rientrata con il recupero dell’imbarcazione. Ottimo lavoro, quindi! Ma è inutile negare che i tempi avrebbero potuto essere molto più brevi se i mezzi per il disinquinamento avessero presidiato l’area, come accadeva fino a due anni fa, e non fossero stati invece attraccati chissà dove a causa dei “necessari” tagli alla protezione dell’ambiente… Oggi, la questione è ancora di grande attualità, soprattutto ove si consideri che domani, 5 ottobre, scadrà la convenzione tra il Consorzio nazionale Castalia e il ministero dell’Ambiente.
Castalia Ecolmar, infatti, è il consorzio di società armatoriali operanti nel settore ambientale che dal 1991 lavora per prevenire, monitorare e rimediare ai casi di inquinamento da idrocarburi o sostanze chimiche nei mari e nei fiumi in linea con le normative internazionali. Eppure esso è destinato, nel giro di 24 ore, a “chiudere” i suoi 35 punti di pronto intervento sul territorio nazionale (dislocati in particolare in prossimità delle aree protette) e a mandare a casa i suoi circa 300 operatori altamente specializzati…
Tutto ciò è sconfortante anche perché la tutela delle acque è - o dovrebbe essere - una priorità dei governi , come testimoniano i recenti casi della Deepwater Horizon e del Lambro, e soprattutto quando la mole di chiatte e imbarcazioni per il trasporto di greggio non è trascurabile e le ipotesi di perforazione (nel Tirreno e nell’Adriatico) si moltiplicano… Per questo motivo, il Capogruppo della Commissione Ambiente Roberto Della Seta ha presentato nei giorni scorsi un’interrogazione parlamentare per chiedere al ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo di prendere le necessarie, nonché tempestive, precauzioni affinché un così importante servizio non venga negato al mare e all’intero sistema paese. Ma le risposte, a poche ore dalla scadenza della convenzione, tardano ad arrivare..
Foto | Flickr
Dal 16 al 22 settembre in tutta Europa si svolgeranno le celebrazioni per la settimana della mobilità sostenibile al grido di “Viaggia in modo più intelligente e vivi meglio”. Moltissimi gli appuntamenti in calendario tra convegni, dibattiti ed eventi per gli addetti ai lavori e la cittadinanza (tutta!) finalizzati ad disincentivare l’uso delle auto private a vantaggio dei trasporti pubblici. Il traffico stradale, infatti, è la causa prima per il deterioramento della qualità della vita nelle città mentre l’abitudin, così radicata, a utilizzare la macchina anche per tragitti inferiori ad un km è sul banco degli imputati per l’aumento del rischio dell’obesità nella popolazione e per danni anche gravi al sistema respiratorio e cardiovascolare.
Tutte le iniziative verranno orchestrate “dal basso”, ovvero dalle autorità locali, allo scopo di facilitare best practices e modelli di comportamento che possano dare i propri frutti “duraturi” anche al di là della pur lodevole settimana della mobilità sostenibile… Intanto, nostante le buone intenzioni, nel nostro Paese appena 25 comuni hanno aderito all’evento (fra cui spiccano Ancona, Brescia, Firenze, Roma, Genova, Napoli, Reggio Emilia ma non, sorprendemente, Torino e Milano) collocandosi ben al di là della “top ten” di adesioni che vede l’Austria, la Spagna, la Francia e la Polonia in testa.
L’iniziativa, intanto, giunta alla sua nona edizione, quest’anno vedrà ampliarsi i propri confini toccando, oltre ai 39 paesi dell’UE, anche alcune località extraeuropee, in particolare, in Brasile, Venezuela, Colombia, Canada, Giappone, Sud Corea e Taiwan sottolinenado, di fatto, l’importanza del tema della mobilità sostenibile.
Via | governo.it, mobilityweek, mobilityweek
Foto | Flickr

La centrale termoelettrica a carbone di Brindisi-Cerano, di proprietà dell’Enel, torna al centro delle polemiche. Dopo la storia del concertone di Irene Grandi e Patty Pravo, di cui vi abbiamo ampiamente parlato nelle settimane scorse, questa volta il problema sono i soldi.
Un sacco di soldi: circa un milione e 200 mila euro che l’Enel dovrebbe dare al Comune, in base all’accordo di programma per la messa in sicurezza e la bonifica del Sic di Brindisi, oltre a quelli che la stessa azienda dovrebbe dare agli agricoltori che, dal 2007, in seguito ad una ordinanza del sindaco non possono coltivare le terre intorno la centrale a causa del pesante inquinamento da polveri di carbone.
Enel, però, ha chiesto al Comune e agli agricoltori di accettare una clausola molto importante: niente soldi senza la rinuncia completa a costituirsi parte civile nel processo penale scaturito dalle indagini della Procura di Brindisi sul presunto inquinamento intorno alla centrale.
Continua a leggere: Carbone: a Brindisi pace impossibile tra Enel, Comune e agricoltori danneggiati

L’Italia, con migliaia di chilometri di coste, un gran numero di raffinerie e con ben 14 importanti porti petroliferi, è la nazione del Mediterraneo maggiormente esposta a pericolo marea nera. E’ quanto emerge dalla “Mappa del rischio derivante dal traffico e dalla movimentazione petrolifera in Italia”, dossier sul rischio marea nera stilato da Legambiente.
Il dossier, in realtà, altro non è che un lungo elenco di impianti di estrazione, raffinazione, stoccaggio e movimentazione di petrolio e prodotti petroliferi su e giù per le coste italiane. Regione per regione Legambiente analizza il rischio che corre il nostro paese in caso qualcosa vada storto.
Ma non solo, perché in realtà di piccoli incidenti e di sversamenti illegali nei nostri mari ce ne sono ogni anno. Tra le varie regioni analizzate, due saltano all’occhio: Abruzzo e Sicilia.
Continua a leggere: Legambiente: Italia a rischio marea nera

Periodaccio per Bp che, oltre ad essere sotto pressione per il disastro della marea nera nel Golfo del Messico, ora si vede indagata anche in Texas dove, nell’aprile scorso (decisamente un mese da dimenticare per l’azienda), un incidente alla raffineria ha causato l’immissione in atmosfera di oltre 220 tonnellate di veleni.
Ora il Procuratore Generale dello stato del Texas ha aperto un’indagine per capire cosa sia esattamente successo. Bp, inizialmente, aveva redatto e reso pubblico un rapporto di massima sull’accaduto ma un rapporto dettagliato non arrivò prima del 4 giugno.
L’incidente in sé è abbastanza chiaro: un problema all’impianto di ultracracking dell’idrogeno che causa il blocco parziale dell’impianto che per 40 giorni viene fatto funzionare al 55% mentre tonnellate e tonnellate di prodotti petroliferi non trattati vengono deviati alla torcia per essere smaltiti bruciandoli. Una storia identica a mille altre in tutte le raffinerie del mondo, Italia compresa. Solo che negli Stati Uniti indagano…

La notizia del sorpasso della Cina sugli Usa nei consumi di energia è durata meno di 24 ore. Tanto è bastato per creare un giallo. La Cina smentisce i dati forniti dall’economista della Iea Fatih Birol che, in un’intervista al Wall Street Journal aveva affermato che nel 2009 il gigante asiatico ha consumato 2.252 milioni di tonnellate di petrolio equivalente contro i 2.170 milioni degli Usa.
Alla Iea la Cina contrappone la sua Cnea, China National Energy Administration, che afferma che le stime dell’Iea non sono credibili poiché sottovalutano i risultati conseguiti nell’efficienza energetica.
Ci chiedevamo come la Cina avrebbe interpretato il suo nuovo ruolo di campione mondiale dei consumi energetici. E’ arrivata la prima risposta…

Tutti se lo aspettavano, era solo questione di tempo e la crisi economica non ha fatto altro che avvicinare la scadenza: la Cina consuma più energia degli Stati Uniti. Lo ha ammesso Fatih Birol, capo economista dell’International Energy Agency, in una intervista al Wall Street Journal. I dati parlano chiaro: 2.252 milioni di tonnellate di petrolio equivalente consumate dalla Cina nel 2009 contro i 2.170 milioni degli Usa.
Dopo oltre cento anni di assoluto predominio nella classifica dei consumi, un primato voluto e mantenuto in quanto simbolo dell’american way of life, gli Stati Uniti devono cedere lo scettro. Sia chiaro, per consumo pro capite l’America è ancora saldamente in testa e solo l’enorme popolazione ha portato la Cina a consumi di questa entità. Il nuovo record, tuttavia, non può non far pensare.
Da anni, infatti, in molti temono i numeri esponenziali della crescita cinese. O meglio, le crescite: quella economica, quella dei consumi interni, quella delle esportazioni, quella delle emissioni di Co2 e quella dell’inquinamento. Ma anche quella delle rinnovabili e delle tecnologie per il risparmio energetico. Il gigante, infatti, per molti versi è ancora un bambino e ha margini di sviluppo ancora enormi in ogni direzione.
Ed è proprio questo il problema: la Cina seguirà, nel suo sviluppo, il modello egoistico americano fondato sull’espansione infinita dei consumi a scapito dell’ambiente e del clima globale o riuscirà ad essere più responsabile? Lo si vedrà presto: a dicembre, alla prossima conferenza delle Nazioni Unite di Cancùn.