Secondo un recente studio inglese dell’Università di Stirling, i maschi dei bombi potrebbero essere utilizzati per monitorare lo stato di salute della popolazione. Come già ripetuto più e più volte, gli insetti impollinatori (api e bombi in massima parte) hanno sofferto una forte riduzione di popolazione a causa di diversi fattori.
Lo studio sostiene che tra le cause della riduzione della popolazione di bombi l’inbreeding (omozigosi) occupi un ruolo fondamentale. Nei bombi solitamente i maschi sono aploidi e le femmine diploidi, ma a causa degli incroci di popolazioni geneticamente uniformi, si formerebbero più individui maschi diploidi inefficienti dal punto di vista riproduttivo.
Ecco che quindi si aggiunge una nuova tessera del puzzle per quello che riguarda la moria di bombi: la riduzione del numero di individui, la consanguineità raggiunta a seguito di una frammentazione ambientale eccessiva, un’agricoltura sviluppata che non lascia spazio alla flora spontanea e la quasi scomparsa di prati, stanno portando seri problemi per la sopravvivenza di questi impollinatori.
Via | Science Centric
Foto | kaibara87
I Royal Botanic Gardens (altrimenti detti Kew Gardens) sono dei giardini con annesse serre che ospitano circa 40mila varietà di piante raccolte a partire dal XVIII secolo; un orto botanico a 10 km da Londra. Considerata la problematica riduzione del numero di api si è ben pensato di dare il via ad una campagna per incoraggiare comportamenti virtuosi.
L’intento della campagna mediatica è quella di aumentare di 20 mila esemplari il numero di api presenti nel parco e di incoraggiare i privati all’utilizzo di specie che favoriscano la presenza di questi utili imenotteri. Le stime ufficiali parlano di perdite del 10-15%, mentre l’associazione apiaria britannica fornisce come dato una riduzione del 30% tra novembre 2007 e marzo 2008.
Nell’articolo della BCC si parla di una riduzione della popolazione causata dal cambiamento globale e parassiti, mentre i neonicotinoidi non vengono presi in considerazione ma, come abbiamo sentito dalle esperienze dei nostri lettori, sembra che si possa parlare di cause diverse. A differenza delle morti immediate indotte dagli insetticidi, il cambiamento climatico e le parassitosi avrebbero effetti più lenti.
Torniamo a parlare di insetti impollinatori (mi ci sto affezionando). Sono stati reintrodotti dalla Nuova Zelanda al Regno Unito una specie di bombo (Bombus subterraneus) estinto in queste ultime aree. Gli ultimi esemplari inglesi sono stati censiti nel 1988, mentre gli esemplari introdotti in Nuova Zelanda nel tardo XIX secolo hanno continuato a riprodursi.
L’interesse di questi animali sta tutto nel loro ruolo di impollinatori, come e più delle api. Per queste ragioni si sta pensando di ricreare delle aree protette in cui gli insetti possano riprodursi: grazie alla reintroduzione di questa entomofauna la flora locale ne trarrà vantaggio aumentando quindi, in un circolo virtuoso, il numero di bombi.
Via | BBC e Natural History Museum
Foto | kaibara87
Torniamo a parlare delle api e del fenomeno della moria che da qualche anno sta colpendo questi insetti pronubi. Negli articoli precedenti abbiamo illustrato come la situazione stesse migliorando e le possibili cause del fenomeno. Ma le cose non sembrano volgere al meglio, perlomeno nel sud Italia: Giovanna (che ringrazio), una apicoltrice calabrese, nei commenti ha portato la testimonianza del suo patrimonio apistico devastato.
L’Unione Nazionale Associazione Apicoltori Italiani denuncia una situazione difficile in tutto il sud Italia dove i neonicotinoidi vengono impiegati per il trattamento degli afidi degli agrumi. Il vero problema è che il periodo indicato per i trattamenti coincide con la fioritura. Il risultato di questi interventi piante ha portato, dalla terza settimana di maggio, ad “avvelenamenti” consistenti (come purtroppo conferma Giovanna).
Di tutt’altro avviso sembrano essere parte dei ricercatori che, dopo aver trovato una corrispondenza tra il Nosema ceranae e la moria di api, sono recentemente riusciti a sequenziare il genoma del parassita. Ora i ricercatori si aspettano di trovare un rimedio su questo fronte visto che, anche se non fosse il principale responsabile della moria, rappresenta comunque una minaccia per le api. A voi tirare le somme.
Via | Mieli d’Italia; PLoS Pathology
Foto | Napalm filled tires

Con le alte temperature noi esseri umani si corre all’acqua, sia essa di doccia casalinga, di baia o di oceano, o di piscina comunale. Nell’ultimo caso, nel momento in cui ci tuffiamo, siamo consapevoli di fare il bagno nel cloro e in altri detergenti chimici, necessari per l’igiene, soprattutto se la piscina è pubblica.
Tuttavia, esiste un modo per pulire le piscine senza l’uso di agenti chimici, in maniera del tutto naturale, attraverso l’uso di piante acquatiche che puliscono le piscine abbastanza bene da rispettare gli elevati standard della Comunità Europea.
La zona dove si piantano le piscine è chiamata “di rigenerazione” ed è divisa dalla piscina vera e propria tramite un muro appena più basso della superficie dell’acqua. Il sole riscalda l’acqua della zona di rigenerazione, che poi passa nella piscina vera e propria, portando con sé i microrganismi spazzini. Ci vogliono circa 60 giorni dal momento in cui si piantano le piante, affinché la piscina naturale sia pronta. Dopo la creazione della zona di rigenerazione le rane la invaderanno e le libellule ci faranno la loro dimora, ma vi terranno liberi da moscerini e insetti, nutrendosene.
Se si possiede una piscina comune, convertirla in una piscina naturale al 100% potrebbe essere troppo dispendioso, ma ci sono delle vie intermedie per passare da una piscina tradizionale ad una naturale, evitando la ricostruzione: l‘ozonizzazione, la luce ultravioletta e la depurazione naturale con i sistemi Biotop, un’azienda austriaca specializzata nella realizzazione di piscine naturali.
Foto | Biotop
Torniamo a parlare di api. A seguito del post sull’innocenza dei neonicotinoidi, Danilo e Alberto (che ringrazio) hanno inserito nei commenti alcuni interessanti link ed articoli che proverebbero la reale colpevolezza di questi composti chimici; il video in particolare è decisamente istruttivo.
Della stessa opinione il Ministro dell’Agricoltura Luca Zaia che si dice soddisfatto del ritorno delle api nel nord Italia, grazie al divieto di utilizzo degli insetticidi sopracitati. Nel frattempo uno studio dell’Università di Milano rivelerebbe che tra le cause della moria ci sarebbe anche il global warming.
I risultati mostrerebbero che, a seguito dell’allungamento della stagione attiva di circa un mese gli insetti sarebbero maggiormente stressati, il che inciderebbe sulla mortalità delle api. Inoltre, a seguito dei caldi precoci, il ciclo di covata verrebbe alterato e porterebbe le api ad una maggiore predisposizione nei confronti della varroa, il maggior parassita delle api.
Continua a leggere: Moria delle api: nuove ipotesi sul fenomeno
Il cinipide galligeno del castagno (Dryocosmus kuriphilus) è un imenottero originario della Cina e che si è diffuso anche in Giappone e Stati Uniti. Il cinipide produce delle galle nelle piante attaccate il che porta a notevoli danni , in massima parte economici, soprattutto se riguarda i frutti o nuovi germogli.
Per fare il punto sulla questione e sulla più corretta modalità di lotta lunedì 20 aprile si è svolto il Convegno nazionale sul cinipide galligeno del castagno, un incontro di studiosi e personale del settore. Diverse le regioni interessate dal problema tra cui Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Toscana, Sardegna.
Dal convegno partiranno delle attività volte ad aumentare le attività di monitoraggio, ricerca e controllo nei confronti di questo patogeno. Al momento la difesa biologica sembra essere una delle migliori armi a disposizione grazie all’utilizzo del Torymus sinensis.
L’utilizzo di questo parassitoide è già realtà in provincia di Cuneo, in cui si stanno notando i primi risultati dopo che, nel 2007 il Torymus è riuscito ad insediarsi. Il suo utilizzo rimane comunque monitorato poichè si teme che, nonostante sia monofago, possa attaccare altri cinipedi delle querce alterando gli equilibri naturali.
Via | Arsia, Agricoltura italiana online
Foto | it1315922
Una recente scoperta dei ricercatori dell’Università di Oxford ha mostrato un interessante e nuovo meccanismo: alla pari di alcuni uccelli che ovidepongono nei nidi di altri per far crescere i propri pulcini a spese dello sfortunato di turno, così le larve della Maculinea rebeli adottano una strategia che inganna le formiche e le induce a prendersi cura di loro.
Le larve produrrebbero un odore ed un suono simili a quello di una regina, il che porta le formiche operaie a prendersi cura della larva. Un meccanismo che induce le operaie a sacrificarsi per la larva, proprio come fosse la loro regina. I ricercatori hanno sperimentato che il suono è una aspetto fondamentale utilizzando un micro-altoparlante che ha prodotto le stesse reazioni.
Finora i ricercatori erano a conoscenza di una certa coevoluzione tra l’odore delle larve di farfalle e delle regine, con quest’ultime che nel tempo hanno modificato i composti chimici e le prime che ne hanno seguito le orme. Quello scoperto potrebbe essere il primo caso noto di una farfalla che simula il suono prodotto dalle formiche regine.
Via | ScienceFriday.com
Foto | _PaulS_
I disciplinari di agricoltura biologica impongono l’utilizzo di mezzi di lotta naturali. Capita così che si senta il bisogno di avere un piccolo allevamento di insetti utili. Il classico esempio è la coccinella che, oltre a portare fortuna, è un ottimo aiutante e tiene a bada gli afidi. Ma come è possibile avere a disposizione questi artropodi sempre pronti all’uso?
In commercio esistono delle scatole al cui interno sono contenute le larve o le uova di svariate specie, ma qualcosa possiamo farlo pure noi coltivando le piante che attirano gli insetti utili. Prendiamo la classica coccinella: possiamo utilizzare le carote, il finocchio, l’achillea, l’aneto, l’Anthemis tinctoria, la potentilla, il tagete, il tarassaco, la veronica o la veccia; tutte specie facilmente reperibili.
Un’altra specie utile è la crisopide, un insetto che certamente avrete visto e che dovrebbe aver attirato la vostra attenzione grazie ad un colore verde intenso, “grandi” ali e lunghe antenne. Anche in questo caso la lista di piante è lunga e, oltre a quelle sopra citate compaiono anche il coriandolo ed il girasole (non quello coltivato).
Continua a leggere: Lotta biologica nel giardino: usiamo le piante comuni
Sarebbe il suo caratteristico gusto piccante a difendere il peperoncino dall’attacco di insetti e funghi. Secondo recenti studi condotti da Joshua Tewksbury, dell’University of Washington, più pericolosa è la minaccia che devono affrontare in natura, più piccante sarà il frutto. Questa resistenza avrebbe inoltre convinto gli abitanti del luogo ad adottarlo per la conservazione degli alimenti.
Il peperoncino è originario del Sud America, e cresce in zone con clima umido e caldo. Luogo ideale di proliferazione per gli insetti e soprattutto per i funghi che, dalle punture dei primi, traggono una via preferenziale per il completamento del loro ciclo biologico. Per fronteggiare il pericolo derivante dagli attacchi parassitari ecco che il peperoncino si è armato di capsaicinoidi, gli stessi che conferiscono a questo frutto il tipico sapore piccante.
Via | Los Angeles Times
Foto | Javier Kohen