Il tragico incidente di Chernobyl, secondo Fulvio Conti, amministratore delegato Enel, è la causa del cattivo rapporto che gli italiani hanno con l’atomo. Lui che ama definirsi a Gianni Minoli durante l’intervista per “La storia stiamo noi” l’alfiere del nucleare piuttosto che il sacerdote (etichetta che gli ha cucito Greenpeace), crede che l’unico costo sociale del nucleare sia la diseconomia, cioè il fatto che l’Italia sia costretta ad acquisire energia o materie prime per la produzione di energia dall’estero.
Il ragionamento è semplice: se acquistiamo energia nucleare dalla Francia perché non dobbiamo iniziare ad autoprodurla? E ancora: con il nucleare non ci sono emissioni di CO2; Ha detto Conti: “il nucleare non è la soluzione ma senza nucleare non c’è soluzione” per cui sono necessarie anche le rinnovabili con il fine di creare un mix di energie in grado di rendere possibile sia l’autonomia energetica, sia di coprire il fabbisogno energetico e last but non least, sganciare la produzione dal petrolio; il nucleare sarà il patto con le future generazioni.
A Minoli vorrei dire che la sua intervista è stata costruita come una deliziosa promenade pubblicitaria che mi puzza molto di spot. Possibile che a Minoli non sia saltato in mente di chiedere a Conti se le generazioni future saranno felici di accollarsi le scorie nucleari? Se è proprio sicuro che l’impresa valga la spesa? Se l’Italia non possa davvero contare su una rete efficiente di risparmio energetico abbinato a energia prodotta da fonti rinnovabili.
Dopo il salto il resto dell’intervista. Grazie a ricangelici per la segnalazione.
Continua a leggere: Gianni Minoli intervista Fulvio Conti, AD Enel e alfiere delle centrali nucleari
“L’Italia che non ti aspetti”; potrebbe essere questo uno slogan di ciò che il nostro Governo ha messo a punto la scorsa settimana. È stato infatti approvato dal Consiglio dei Ministri, insieme a tante altre scelte discutibili, il decreto legislativo che recepisce la direttiva europea 98 del 2009, con sei mesi di anticipo rispetto alla naturale scadenza, in materia di rifiuti e nel particolare su vetro, carta, plastica e metalli.
La direttiva europea imponeva agli Stati membri di fissare al 2020 una soglia tassativa minima di recupero al 50% in modo da diffondere la raccolta differenziata, orientando stili di vita e meccanismi di produzione sempre più indirizzata al virtuosismo ed all recupero. Il provvedimento, cita la nota, consentirà risparmi individuali e collettivi creando le condizioni per un sistema basato sul recupero e riutilizzo di importanti materie prime.
La norma in sostanza stabilisce dunque un quadro giuridico per il trattamento dei rifiuti, definendo alcuni punti importanti come la definizione di materia seconda e di sottoprodotto e stabilendo quindi regole più semplici e più concrete per il loro riuso.
Vi riporto da meteogiornale un articolo di Aldo sugli ambientalismi, in base ai quali si può analizzare una società e capire il valore dell’ecologia e delle risorse per la comunità di riferimento. L’articolo si basa sulla lettura del libro di Joan Martinez Alier, Ecologia dei Poveri.
Il primo tipo di ecologismo è basato sul culto della Natura, sull’amore per gli spazi incontaminati e per l’essenza selvaggia, purchè l’uomo sia assente dall’oggetto dell’amore. Lo scopo è la conservazione dell’ambiente e la strategia per ottenerlo è l’allontanamento dell’uomo. Questo tipo di ecologismo è tipico dei paesi industrializzati e ne sono espressione i Parchi nazionali e le Aree Protette.
Il secondo tipo di ambientalismo è più giovane, ha come mantra l’ecoefficienza e spesso è in opposizione con il precedente. Nell’ambientalismo orientato all’ecoefficienza tutto è scienza e tecnologia, tutto si basa sul controllo razionale e matematico del rapporto tra inquinamento e risparmio energetico, tra risorse ed emissioni, tra materie prime e impatto ambientale. All’estremo di questo ambientalismo c’è sarebbe la volontà a far pagare in anticipo l’impatto ambientale connesso all’acquisto o all’uso di un bene.
Entrambi gli ambientalismi precedenti si sviluppano nell’ottica di paesi occidentali e industrializzati, mentre ai paesi in via di sviluppo si applica l’Ecologia dei poveri. L’ultima nata tra le forme di ambientalismo, difende con tutti i mezzi, leciti e illeciti, gli ambienti in cui l’uomo è inserito, ma che sono minacciati per la disponibilità di risorse.
La storia che sto per raccontare nasce dal confronto tra me e Gianluca a proposito dei costi troppo bassi dei panini nei fast food delle mutinazionali. Che storia c’è dietro un panino con hamburgher che costa 50 centesimi? Evidentemente le materie prime sono prodotte e gestite in maniera industriale e gli allevamenti che riforniscono quella carne sono quelli che producono all’anno 2 milioni di capi in condizioni disumane. Dunque, la scommessa era: è possibile coniugare qualità e rispetto ambientale in un panino con l’hamburger? La risposta sorprendentemente mi è arrivata dallo stesso Gianluca che mi ha indirizzata alla vicenda di Graziano Scaglia.
Graziano Scaglia, ha 40 anni e ha aperto a Rivoli, in via Susa 22/, un agrihamburgheria. Il M** Bun, così si chiama il fast food, ha gli asterischi poiché è in corso una vertenza tra loro e la Mc Donald a proposito dell’uso del nome. Machebun, questa la proununcia di M**Bun vuol dire “che buono” o “solo buono” e si riferiesce appunto alla qualità dei prodotti offerti in questo fast food. Di fatto il menù è quello tradizionale: panino con hamburgher e verdure o con cotoletta di pollo, birra, vino o soft drink, dolci, yoghurt e frutta. Ma dove sta la differenza tra questi prodotti e quelli di un fast food di tipo industriale? Ecco cosa mi ha detto Graziano Scaglia.
D.: Buongiorno Signor Scaglia, premetto che non voglio affrontare con lei il discorso del procedimento in corso che la vede oggetto delle attenzioni della catena di fast food Mc Donald’s ma dei prodotti che lei usa nella sua panineria.
R.:Allora mi presento: sono allevatore da quattro generazioni di bovini di razza piemontese. E già 45 anni fa mio nonno aveva una delle prime stalle a stabulazione libera, cioè le vacche giravano libere in stalla e non erano appunto legate. Le nostre non sono vacche da latte per cui i vitellini prendono il latte dalla loro vacca e li nutriamo con un mix di orzo, crusca, grano mais e fieno.
Continua a leggere: M**Bun, agrihamburgheria a filiera corta di Rivoli
Negli alimenti, insieme alla classica etichetta che informerà sulle proprietà energetiche, ve ne sarà un’altra che renderà noto l’impatto ambientale. Questa l’iniziativa, del tutto particolare, sarà attiva dal prossimo autunno nella regione spagnola dell’Andalusia. Il sistema, chiamato Carbon Footprint e per il quale l’EPEA (Associazione dei Prodotti Biologici provenienti dall’Andalusia) ha lanciato un sito web rivolto ai consumatori, informerà su tutte le emissioni di gas a effetto serra che si hanno nel ciclo di vita di un prodotto ovvero dalla produzione delle materie prime sino alla loro distribuzione.
L’idea, che si concretizzerà in realtà operativa già dal prossimo settembre, è nata dall’EPEA insieme al Governo Regionale dell’Andalusia. Per l’applicazione del sistema è stata sviluppata una metodologia per il calcolo delle emissioni di gas a effetto serra sul ciclo di vita dei prodotti alimentari che si basa su uno standard internazionale PAS2050. Il progetto verrà applicato inizialmente su appena tre prodotti alimentari pilota: pomodorini, olio d’oliva e un vino andaluso.
Vantaggi di questo piano alimentare? Oltre a sensibilizzare le persone ai problemi ambientali, si cerca di creare una sorta di competizione fra produttori e distributori alimentari in modo da abbassare col tempo gli impatti ecologici che l’iter di un alimento è capace di creare. L’obiettivo finale è quindi quello di implementare l’efficienza energetica nel ciclo di produzione e distribuzione.
Continua a leggere: Andalusia: le etichette dei cibi informeranno sulle emissioni

La dicotomia tra sviluppo economico e difesa dell’ambiente continua ad essere fortissima nella zona del Sulcis, in Sardegna, come abbiamo segnalato qualche giorno fa in un post sull’area industriale di Portovesme.
La nuova puntata dell’annosa vicenda è andata in onda in questi giorni, con l’annuncio di un accordo da 300 milioni di euro tra Regione sarda e sindacati, che prevede il salvataggio della Portovesme Srl, società che produce zinco e piombo all’interno del polo industriale.
Nell’accordo, la giunta del presidente Cappellacci si impegna anche a valutare:
tempestivamente l’opportunità di rilasciare alla società le autorizzazioni e i permessi per realizzare un progetto eolico della potenza complessiva di 129 MW.
Il tutto, a patto che Portovesme Srl si impegni a localizzare nell’isola la sede legale della società.
Continua a leggere: Portovesme: 300 milioni e una centrale eolica per l’area industriale

Cristina, Ingrid e Angela sono tre designer con la fissa del riciclo. Mi scrivono per raccontarmi che hanno iniziato a lavorare materiali di scarto industrali, dal lattice al feltro. E da pezzi di plastica, sostazialmente, sono riuscite a tirare fuori poltrone, pouff, divani, paraventi, panchine e sedie.
Nasce così 13 ricrea, perché dopo 13 incontri dal 2007 è venuta fuori questa sinergia. La loro attenzione per l’ambiente va in tutte le direzioni e nulla è lasciato al caso. Scrivono le 3 designer:
La volontà di far coesistere materie prime e luoghi di produzione nello stesso territorio, rientra nell’ ottica di ottimizzare gli sforzi e ridurre al minimo i costi ambientali. Questo modo di agire nel rispetto dei luoghi in cui viviamo e un’attenzione al sociale permettono a 13 ricrea di avvalersi anche di collaboratori d’eccezione appartenenti a strutture socio riabilitative, in cui la progettualità diventa parte di un percorso condiviso.
Ora le loro collezioni saranno esposte al Salone Internazionale del Mobile 2009, Cosmit, dal 22 al 27 aprile, padiglione 9 stand H10 della Fiera di Milano Rho e nell’ambito dell’ evento Sparkling, ecologically correct in via Tortona, 31. Un percorso parallelo all’interno del Fuorisalone sarà visitabile a The Room, in via privata San Marino, 1, Y Restaurant & Bar via Valenza, 5 e My Space 34 viale Gorizia 34 .
Foto | Comunicato stampa
Le Green Island sono un progetto in grado di dare una risposta al problema rifiuti migliorando il sistema di raccolta differenziata e riducendo la percentuale di materiale da conferire in discarica. Dal 2000 la Ecoverde srl punta sul settore dei rifiuti tema caldo come non mai negli ultimi anni.
L’idea è di inserire in ogni quartiere un’isola in grado di servire fino 5.000 abitanti. L’impianto è costituito da 5 bocchette al cui interno è possibile inserire i diversi materiali e, attraverso il sistema di riconoscimento del’utente (una scheda magnetica ed un codice numerico) ognuno pagherà una bolletta proporzionata al rifiuto conferito.
Sottoterra si cela il cuore del progetto: un sistema di trattamento che consente una prima lavorazione in loco del rifiuto con restituzione di materiale parzialmente lavorato. Arriviamo infine ai dati tecnici: un impianto per 5000 persone consuma 100 kWh al giorno, mentre l’acqua utilizzata viene recuperata, filtrata e reimmessa nel ciclo. Il progetto mi pare degno di nota, lascio a voi eventuali commenti.
Via | EcoverdeSrl.com
Si terrà a Napoli dal 18 al 21 febbraio il quinto incontro internazionale Zero Waste Day, ospitato per la prima volta nella città partenopea e voluto dai comitati cittadini di Rifiuti zero Campania a cui prendono parte anche il meetup Beppe Grillo Napoli e Chiaiano discarica.
Insomma un appuntamento internazionale che vedrà la presenza dei migliori esperti in campo per la gestione dei rifiuti che da Napoli lanceranno il loro appello: incentivare la raccolta differenziata, non avviare l’inceneritore di Acerra e portare la città e la Regione verso i rifiuti zero.
La sfida è possibile e gli esperti interpellati porteranno le esperienze di diverse città che sono riuscite ad arrivare ad una raccolta differenziata e al recupero dei materiali vicina al 100% (come ad esempio accade già a Capannori) rendendo nuovamente così materie prime quelli che erano scarti e rifiuti.
Scrivono i comitati:
Una grande occasione per un confronto sullo stato del Movimento Rifiuti Zero mondiale, sulle buone pratiche e le proposte alternative dal basso, sulle lotte contro l’ incenerimento e l’ attuale ciclo economico dei rifiuti, la distruzione di beni fondamentali : materiali e fonti energetiche non riproducibili; contro la combustione e per la difesa dei beni comuni collettivi e della biodiversità.
Per le comunità resistenti, per l’ insieme dei comitati, per le migliaia di attiviste e attivisti delle diverse regioni italiane, si tratta di un importante crocevia per il rilancio della battaglia per rifiuti zero, per il no all’ incenerimento, contro le nocività e la “pandemia silenziosa”, contro la mercificazione dei beni e dei servizi locali, per la difesa della salute e dei territori.
Via | Comunicato stampa
Le materie prime sono una cosa e il CDR-Q (Combustibile Derivato dai Rifiuti di qualità elevata) e gli scarti ferrosi un’ altra e sono rifiuti.
La sentenza emessa il 22 dicembre a proposito della causa C‑283/07 e resa nota qualche giorno fa, chiarisce appunto che l’Italia non deve adeguare i rifiuti e il ferro a materie prime e che nel caso dei primi questi non sono da bruciare nei termovalorizzarori come fossero metano o carbone.