A nulla è servito l’orto di Michelle, cioè della First Lady: negli Usa il Governo si appresta a discutere la legge HR 875, meglio conosciuta come Food Safety Modernization Act of 2009 con cui, se approvata, si metterà al bando l’agricoltura biologica, ritenuta insana. A essere banditi anche gli orti privati, quelli destinati all’autoconsumo.
La legge è stata ideata dalla deputata democratica Rosa DeLauro, con la presunta finalità di creare una nuova agenzia in seno al Department of Health and Human Services chiamata Food Safety Administration (FSA). Il suo unico scopo sarebbe quello di proteggere i cittadini dalla gestione pericolosa del cibo redi creare uno standard per la sicurezza alimentare fino a coprire la sicurezza dei prodotti alimentari importati (chissà se ne farà le spese il Made in Italy?). In pratica alla FDA, Food and drug administration resterebbero solo i controlli sui farmaci. Sebbene non vi siano indicazioni a sfavore della coltivazione per autoconsumo e mai sia usata laparola “biologico”, non ve ne sono neanche a favore, lasciando così il campo aperto a qualunque interpretazione. La formulazione usata nel disegno di legge riferisce che le disposizioni di sicurezza alimentare che consisterebbero nell’uso evidentemente di agenti chimici, sono a adottare verso un generico “meccanismo di produzione di cibo” e a “qualsiasi azienda agricola ” come “ranch, frutteto, vigneto, impianto di qualsiasi posto usato per coltivare” dunque pesumibilmente annche alle coltivazioni biologiche o a un orto familiare.
Ma negli Usa molte leggi sono spinte e in maniera del tutto trasparente da lobby. In questo caso a volere questa regolamentazione la MONSANTO, CARGILL, ADM (Archer, Daniels e Midland) con altre 35 grandi imprese agroalimentari.
Dopo l’annuncio fatto ieri da Luca Zaia Ministro per l’agricoltura, a proposito dell’introduzione di etichette etiche per quei prodotti alimentari ottenuti con il rispetto dei lavoratori, l’AIAB, Associazione Italiana Agricoltura Biologica, mi ha inviato una mail in cui mi spiega che le aziende che producono secondo il metodo biologico già adottano le etichette etiche.
La proposta del Minisro Zaia è giunta a seguito degli scontri di Rosarno e della guerra civile che si è scatenata tra extracomunitari e cittadini calabresi facendo emergere una dura realtà, quella dello sfruttamento dei lavoratori agricoli, più spesso stagionali. Spiega AIAB:
A Rosarno, così come in tanti altri parti d’Italia, i prodotti della terra sono spesso pagati una miseria a chi li raccoglie: pochi centesimi al chilo per frutta e ortaggi che vengono venduti a prezzi maggiorati anche del 4-500%. A lavorare sui campi sono in gran parte immigrati clandestini, costretti a condizioni di vita indegne di uno stato civile.
Nel comparto biologico, invece, già da tempo esiste un’ autoregolamentazione che ha introdotto il marchio di garanzia “Qualità-lavoro”. Spiega Aiab:
Su questa strada, l’Associazione Italiana Agricoltura Biologica e la Uila, Unione Italiana Lavoratori Agroalimentari, hanno intrapreso i primi importanti passi già da alcuni anni, istituendo il marchio di garanzia Qualità-Lavoro. Uila e Aiab, infatti, hanno individuato un sistema volontario di certificazione aggiuntiva per le aziende agricole biologiche che pone al centro il rispetto dei diritti dei lavoratori, a partire dalla sicurezza e dalla regolarità del contratto, troppo spesso disattesi nel settore agricolo. Le aziende rispondono alla nuova richiesta che viene dal mondo del consumo, sempre più attento alla qualità del prodotto, ma anche agli aspetti relativi alla qualità del lavoro. Il marchio “Qualità Lavoro” è nato nell’aprile 2007 dalla sottoscrizione al Cnel del Protocollo d’intesa Uila-Aiab, con la finalità di promuovere il biologico e la qualità del lavoro nel settore. Le aziende che aderiscono al marchio si impegnano così a non utilizzare lavoro infantile, non attuare discriminazioni razziali, culturali o di genere, non praticare punizioni corporali o violenza verbale; inoltre garantiscono: luoghi e condizioni di lavoro salubri e sicure, il rispetto del diritto all’attività sindacale, l’osservanza degli orari di lavoro legali e un salario che soddisfi i bisogni essenziali del lavoratore.
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Adottare una pecora e assicurarsi una fornitura consistente di prodotti genuini due volte l’anno, a Natale e a Pasqua. L’idea è di Giovanni Tuminello allevatore di pecore che per la modica cifra di 120 euro annui, come da contratto ci alleva una pecora a Giarratana paesino dell’entroterra ragusano noto anche per la qualità delle sue cipolle.
Spiega Giovanni Tuminiello a proposito della sua iniziativa Adotta la tua pecora:
Adotta la tua pecora vuol dire….adotta consapevolmente la natura….adotta i prodotti scevri da qualsiasi contaminazione che non sia naturale, adotta il tuo relax e quello dei tuoi cari visitando la nostra azienda per toccare con mano cosa vuol dire sposare uno stile di vita che premi e garantisca la bio-diversità.
In cambio, dicevo appunto, si riceve un agnello di circa 10 kg del valore di 70 euro più 6 kg di formaggi a latte crudo di stagionatura e pezzatura a piacere; 2 kg di ricotta fresca oppure altri alimenti per vegetariani. Se l’agnello non lo si vuole macellare lo si lascia in stalla e viene corrisposto il valore in alimenti che comprendono: olio extravergine d’oliva biologico da lt.0,50, paté di olive verdi in confezione da gr. 250, olive verdi alla contadina schiacciate da gr. 300, sapone all’olio extra vergine d’oliva da gr. 110, paté di cipolla da gr. 270, filetti di cipolla in agrodolce da gr. 270, confettura extra di cipolla da gr. 210, paté di cipolla e tonno da gr, 190, miele Arancio gr. 500, miele Millefiori gr. 500, miele Eucalipto gr. 500, miele Sulla gr. 500, miele Carrubbo gr. 500.
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Alla fine non c’è stata nessuna colata di cemento e neanche la torre di 200 metri visibile anche da altri pianeti. L’idea vincente dell’Expo 2015 è quella di un grande orto con tutti i prodotti del Pianeta, che simbolicamente vuole nutrire tutti i suoi abitanti. Il cibo, lo sappiamo, è la cosa più affascinante e primordiale che conosciamo e nutrirci è alla base di ogni nostra attività o scelta. E Nella Milano dell’Expo 2015 ci sarà spazio per Biomi palnetari, intersecati da nuove piste ciclabili, dove sarà possibile, vedere, odorare, assaporare i prodotti di paesi lontani.
Scrivono gli architetti Stefano Boeri, Richard Burdett, Jacques Herzog, Joan Busquets e William McDonough che hanno presentato il MasterPlan:
L’Expo che abbiamo immaginato, sarà un grande Parco Botanico Planetario aperto ai cittadini di Milano e del Mondo. Il luogo inedito di un nuovo incontro tra agricoltura e città che nutrirà Milano sia nel senso letterale, che in quello spirituale e intellettuale. Un grande Parco agroalimentare strutturato su una griglia di tracciati ortogonali, circondato da canali d’acqua e punteggiato da grandi architetture paesaggistiche.
Continua a leggere: Milano Expo 2015: un grande orto per nutrire il pianeta
Una torrida giornata di luglio fa da sfondo ad una protesta che se tutto va bene, continuerà anche domani: gli allevatori e produttori di latte di Coldiretti, sempre più braccio agricolo del Ministro Zaia, sono al Valico del Brennero con l’obiettivo di difendere il latte italiano, di bloccare l’arrivo di latte europeo, per la maggior parte dalla Romania, di chiedere che sulle etichette del latte e dei formaggi sia indicata la provenienza.
Scrive Coldiretti sul suo sito:
L’obiettivo di difendere il Made in Italy dalle stalle allo scaffale dei supermercati attraverso una etichettatura trasparente sui prodotti alimentari importati sarà sostenuto da blitz che si svilupperanno contemporaneamente in luoghi strategici in tutte le Regioni italiane e che saranno opportunamente comunicati.
Intanto, dall’aggiornamento di Coldiretti si scopre che:
Ci sono mozzarelle tedesche dirette in Campania, pomodori olandesi richiesti da cooperative di Trento e Verona, ma anche cagliate della Germania dirette a Ravenna in camion conservanti in condizioni di dubbia igiene, pomodori e peperoni olandesi destinati al Triveneto, concentrato di succo d’arancia per Messina. Sono centinaia i camion fermati e controllati finora dagli agricoltori Coldiretti grazie alla grande collaborazione delle forze dell’ordine. I risultati delle ispezioni confermano l’allarme lanciato dagli agricoltori italiani: un fiume di latte e di prodotti agroalimentari stranieri valica le nostre frontiere e finisce negli scaffali di tutta Italia – denuncia Coldiretti - magicamente trasformato in Made in Italy.
Continua a leggere: Il Ministro Zaia e il miracolo della rivolta del latte
Negli alimenti, insieme alla classica etichetta che informerà sulle proprietà energetiche, ve ne sarà un’altra che renderà noto l’impatto ambientale. Questa l’iniziativa, del tutto particolare, sarà attiva dal prossimo autunno nella regione spagnola dell’Andalusia. Il sistema, chiamato Carbon Footprint e per il quale l’EPEA (Associazione dei Prodotti Biologici provenienti dall’Andalusia) ha lanciato un sito web rivolto ai consumatori, informerà su tutte le emissioni di gas a effetto serra che si hanno nel ciclo di vita di un prodotto ovvero dalla produzione delle materie prime sino alla loro distribuzione.
L’idea, che si concretizzerà in realtà operativa già dal prossimo settembre, è nata dall’EPEA insieme al Governo Regionale dell’Andalusia. Per l’applicazione del sistema è stata sviluppata una metodologia per il calcolo delle emissioni di gas a effetto serra sul ciclo di vita dei prodotti alimentari che si basa su uno standard internazionale PAS2050. Il progetto verrà applicato inizialmente su appena tre prodotti alimentari pilota: pomodorini, olio d’oliva e un vino andaluso.
Vantaggi di questo piano alimentare? Oltre a sensibilizzare le persone ai problemi ambientali, si cerca di creare una sorta di competizione fra produttori e distributori alimentari in modo da abbassare col tempo gli impatti ecologici che l’iter di un alimento è capace di creare. L’obiettivo finale è quindi quello di implementare l’efficienza energetica nel ciclo di produzione e distribuzione.
Continua a leggere: Andalusia: le etichette dei cibi informeranno sulle emissioni
Stasera a Striscia un argomento davvero allarmante: gli additivi chimici usati nei ristoranti. La denuncia fatta da Max Laudadio (nel video su il servizio del 20 aprile) ha portato oggi ad un operazione condotta dai NAS (Carabinieri - Nucleo anti sofisticazioni) su tutto il territorio nazionale e al sequestro di 600 confezioni di additivi potenzialmente pericolosi.
Spiega Paolo Stacchini primo ricercatore dell’ Istituto Superiore di Sanità, come riporta Arezzoweb:
Gli additivi tra le altre cose servirebbero per conservare, proteggere dall’ossidazione i prodotti alimentari. Hanno una loro funzione precisa. Devono essere impiegati in maniera responsabile, capace e competente. Noi abbiamo l’assoluta necessità di proteggere le persone. Dal punto di vista istituzionale abbiamo delle norme molto severe in ambito comunitario che danno la responsabilità piena a chi produce e somministra alimenti in relazione ai rischi a cui si sottopone la popolazione. Il cliente deve avere la possibilità di verificare che quel tipo di preparazione non lo sottoponga nessun tipo di rischio.
Lo diciamo sempre, quello che mangiamo è pieno di schifezze. E non è sempre un luogo comune, come ci dice il rapporto annuale Pesticidi nel Piatto elaborato da Legambiente e presentato oggi a Roma. Il rapporto raccoglie ed elabora le analisi fatte dalle Arpa, Asl e laboratori zooprofilattici su frutta, verdura, olii e vini, ovvero prodotti ortofrutticoli e derivati.
Primo dato non confortante: i controlli diminuiscono. Sono quasi 1300 in meno le analisi fatte rispetto all’anno scorso. Di oltre 8700 campioni analizzati, complessivamente sono risultati fuori legge “solo” l’1,3% dei prodotti, ma la normativa italiana prevede limiti per i residui dei fitosanitari presi singolarmente. Non si considera la presenza di più residui e la loro combinazione come fattore per mettere fuori legge una mela o dell’insalata. Detto con altre parole, io potrei ingerire decine di prodotti diversi tutti appena sotto la soglia e per la legge la mia salute sarebbe tutelata.
Tra i residui trovati, anche sostanze come Procimidone, Vinclozolin o Captano, fitosanitari classificati come cangerogeni negli USA. Frutta e vini sono i prodotti messi peggio. Un frutto su due o è fuori legge o presenta uno o più residui contemporaneamente (di cui, ripeto, non si conoscono gli effetti sulla salute in quanto i prodotti sono testati solo singolarmente). Trovare prodotti senza residui, invece, non è così facile.
Continua a leggere: Pesticidi nel Piatto 2009: diminuiscono i controlli, a rischio i bambini
Delle nanotecnologie usate nel settore agroalimentare sappiamo ben poco: non c’è una legge in materia, né ci sono dei test o degli standard di riferimento. Non si sa ad esempio se queste particelle le cui dimensioni sono di 100 nanometri, si vadano a depositare nei nostri organi interni e se risultino per questo tossiche o pericolose.
Ma dove si trovano i nano-alimenti? Si legge nella pagina del parlamento europeo dedicato all’argomento:
Un esempio di come vengono utilizzate le nanoparticelle è il rivestimento di alcuni prodotti al fine di renderli più resistenti agli agenti esterni come il calore. Per esempio nanoparticelle di biossido di titanio ricoprono alcune merendine al cioccolato per rallentare l’ apparizione del burro di cacao sulla superficie, e a certi chewing-gum vengono aggiunti nano-silicati.
Insomma, sono sempre più usati nell’industria agroalimentare anche come esaltatori di sapore, di colore, per aumentare il potenziale nutritivo o per rendere maggiormente antibatterici gli imballaggi che contengono gli alimenti.
Ho scritto di abitudini alimentari varie e anche ecologicamente sane più volte su Ecoblog, abbiamo parlato di diventare locavori ad esempio, ovvero di prediligere i prodotti locali in modo da favorire prodotti che abbiano un impatto ambientale ridotto dovuto al ridotto numero di chilometri percorsi per arrivare fino a noi. E ci credo anche.
Però poi che succede? Vado al supermercato e vedo cose come quelle della foto che vi propongo. Che è di pessima qualità visto che l’ho fatta con il telefonino. Propone due tipi di noci sfuse, una italiana una californiana, differenza di prezzo (a sfavore di quella italiana) di due euro al chilo. E il dilemma dell’eco-consumatore sale sempre di più… Siamo pure in tempi di crisi… Sono disposta a spendere di più per restare fedele al mio principio?
In questo caso la risposta è stata facile: si trattava di noci, ricche di tanti elementi nurtritivi importanti, per me una delizia ma tutto sommato superflua (soprattutto dopo le abbuffate festive) e per questa volta non le ho prese. Ma per me è un esempio, uno spunto di riflessione. Che se volete si allarga a qualunque ambito della nostra spesa. Fino a quanto, in tempi di crisi, riusciamo a fare andare d’accordo il nostro portafoglio con i nostri principi?