
Secondo gli ultimi dati dell’Energy Information Administration, ente americano che dipende dal Dipartimento dell’Energia (Doe), nei primi sei mesi del 2010 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è stata praticamente pari a quella da fonte nucleare. Il Monthly Energy Review, infatti, fotografa la produzione di energia mese per mese e per semestri e, nel suo ultimo bollettino, conferma la crescita delle rinnovabili a fronte di una stasi del nucleare.
Le rinnovabili, nel complesso, hanno prodotto in questi sei mesi 4.106 miliardi di Btu (British Thermal Unit, unità di misura utilizzata per l’energia nel Regno Unito e negli Stati Uniti) mentre il nucleare ha prodotto 4.129 miliardi di Btu.
Tra le energie verdi il grosso della produzione (2.065 miliardi di Btu) proviene dalla biomassa (rifiuti compresi, circa 200 miliardi di Btu) e dall’idroelettrico (1.337). Segue l’eolico (448), il geotermico (186) e il fotovoltaico (54).
Interessanti, come accennato, i trend di crescita negli ultimi anni: nucleare praticamente fermo come le fonti fossili (che restano, comunque, lo zoccolo duro della produzione elettrica americana) mentre tra le rinnovabili cresce abbastanza lentamente il fotovoltaico e molto più rapidamente l’eolico. La biomassa cresce più veloce di tutti grazie alla legna e ai biocombustibili.
Tutti i dati si possono leggere nel rapporto Monthly Energy Review.
Via | Eia-Doe
Qualche aggiornamento sugli impianti eolici per i quali, nelle ultime settimane, ci sono importanti notizie. Soprattutto per il grande e grandissimo eolico, i mega parchi che tanto piacciono all’industria e assai poco ai paladini del paesaggio.
Partiamo dagli Stati Uniti dove Portland General Electric (Pge) ha annunciato gli ultimi risultati raggiunti dal parco eolico di Biglow Canyon, nell’Oregon. La centrale già oggi conta ben 217 turbine e una potenza pari a 450 MW. Secondo Pge la produzione media giornaliera del parco è di 150 MWh, pari a quanto conumano 125mila famiglie. Pge, in osservanza con quanto prescrive la legge dell’Oregon, prevede di incrementare ulteriormente la produzione eolica nello stato per raggiungere il 25% di energia elettrica da fonte rinnovabile nel 2025. Ad oggi stiamo quasi al 9%.
In Spagna, invece, si è vicini ai 20mila MW eolici installati che, nel loro complesso, hanno soddisfatto nel primo semestre dell’anno il 17% della domanda spagnola di energia con un picco del 40% nel giorno del 4 di maggio. L’obbiettivo iberico è pari a 38mila MW installati al 2020.
Continua a leggere: Eolico: tutte le ultime novità da Italia, America ed Europa

Periodaccio per Bp che, oltre ad essere sotto pressione per il disastro della marea nera nel Golfo del Messico, ora si vede indagata anche in Texas dove, nell’aprile scorso (decisamente un mese da dimenticare per l’azienda), un incidente alla raffineria ha causato l’immissione in atmosfera di oltre 220 tonnellate di veleni.
Ora il Procuratore Generale dello stato del Texas ha aperto un’indagine per capire cosa sia esattamente successo. Bp, inizialmente, aveva redatto e reso pubblico un rapporto di massima sull’accaduto ma un rapporto dettagliato non arrivò prima del 4 giugno.
L’incidente in sé è abbastanza chiaro: un problema all’impianto di ultracracking dell’idrogeno che causa il blocco parziale dell’impianto che per 40 giorni viene fatto funzionare al 55% mentre tonnellate e tonnellate di prodotti petroliferi non trattati vengono deviati alla torcia per essere smaltiti bruciandoli. Una storia identica a mille altre in tutte le raffinerie del mondo, Italia compresa. Solo che negli Stati Uniti indagano…

La notizia del sorpasso della Cina sugli Usa nei consumi di energia è durata meno di 24 ore. Tanto è bastato per creare un giallo. La Cina smentisce i dati forniti dall’economista della Iea Fatih Birol che, in un’intervista al Wall Street Journal aveva affermato che nel 2009 il gigante asiatico ha consumato 2.252 milioni di tonnellate di petrolio equivalente contro i 2.170 milioni degli Usa.
Alla Iea la Cina contrappone la sua Cnea, China National Energy Administration, che afferma che le stime dell’Iea non sono credibili poiché sottovalutano i risultati conseguiti nell’efficienza energetica.
Ci chiedevamo come la Cina avrebbe interpretato il suo nuovo ruolo di campione mondiale dei consumi energetici. E’ arrivata la prima risposta…

Tutti se lo aspettavano, era solo questione di tempo e la crisi economica non ha fatto altro che avvicinare la scadenza: la Cina consuma più energia degli Stati Uniti. Lo ha ammesso Fatih Birol, capo economista dell’International Energy Agency, in una intervista al Wall Street Journal. I dati parlano chiaro: 2.252 milioni di tonnellate di petrolio equivalente consumate dalla Cina nel 2009 contro i 2.170 milioni degli Usa.
Dopo oltre cento anni di assoluto predominio nella classifica dei consumi, un primato voluto e mantenuto in quanto simbolo dell’american way of life, gli Stati Uniti devono cedere lo scettro. Sia chiaro, per consumo pro capite l’America è ancora saldamente in testa e solo l’enorme popolazione ha portato la Cina a consumi di questa entità. Il nuovo record, tuttavia, non può non far pensare.
Da anni, infatti, in molti temono i numeri esponenziali della crescita cinese. O meglio, le crescite: quella economica, quella dei consumi interni, quella delle esportazioni, quella delle emissioni di Co2 e quella dell’inquinamento. Ma anche quella delle rinnovabili e delle tecnologie per il risparmio energetico. Il gigante, infatti, per molti versi è ancora un bambino e ha margini di sviluppo ancora enormi in ogni direzione.
Ed è proprio questo il problema: la Cina seguirà, nel suo sviluppo, il modello egoistico americano fondato sull’espansione infinita dei consumi a scapito dell’ambiente e del clima globale o riuscirà ad essere più responsabile? Lo si vedrà presto: a dicembre, alla prossima conferenza delle Nazioni Unite di Cancùn.
Un gioiello di tecnologia e di efficienza energetica quello che Boeing ha presentato qualche giorno fa negli Stati Uniti. Si tratta di un innovativo aereo alimentato ad idrogeno e diretto da un telecomando, capace, fanno sapere i responsabili della società, di volare senza pause per ben quattro giorni. Il velivolo, chiamato Phantom Eye, è capace di raggiungere un’altezza di ben 20.000 metri e si presterebbe bene per un’infinità di servizi.
Boeing sottolinea come l’aereo sia in grado di avere un’efficienza energetica estremamente elevata come nessuno dei modelli ad idrogeno precedentemente testati. Condor, il penultimo dei modelli lanciati dalla compagnia era infatti stato capace di stare in volo per 60 ore nel 1989, ben 36 ore in meno rispetto a Panthon Eye. Alla luce di queste tecnologie sempre più brillanti, potremmo pensare all’idrogeno come ottima soluzione per il futuro nel settore aereo?
Chissà, al momento infatti i costi delle tecnologie alimentate con questo vettore energetico sono ancora troppo alti e probabilmente continueranno ad esserlo per lungo tempo, almeno sino a quando la ricerca non individuerà una metodologia sostenibile da un punto di vista ambientale ed economico per la produzione di idrogeno su scala mondiale.
Via | Boeing.mediaroom.com

Snamprogetti Netherlands B.V., una controllata di Saipem, cioè di Eni, ha annunciato di aver firmato un accordo transattivo (tradotto: un maxi risarcimento) con il Dipartimento di Giustizia Americano. Con l’accordo si chiude definitivamente in via extragiudiziale l’inchiesta condotta dal ministero americano sui contratti di Snamprogetti Netherlands B.V. relativi agli impianti per il gas naturale liquefatto a Bonny Island, in Nigeria.
I fatti li racconta lo stesso Dipartimento di Giustizia, e li traduce Giornalettismo:
Snamprogetti avrebbe autorizzato il consorzio ad arruolare due agenti, Jeffrey Tesler e una società di trading giapponese, per pagare tangenti a tutta una serie di ufficiali governativi nigeriani, inclusi dirigenti d’area top level, perchè assistessero la Snamprogetti e le aziende del consorzio e gli facessero ottenere i contratti da loro desiderati. Il consorzio avrebbe versato approssimativamente 132 milioni di dollari a una società di Gibilterra controllata dalla Tesler e più di 50 milioni di dollari alla società di trading giapponese. Secondo gli atti, Snamprogetti avrebbe inteso questi soldi come fondi in parte usabili per pagare le tangenti agli ufficiali nigeriani
Per questi fatti, evidentemente ammessi da Eni, la società di San Donato Milanese dovrà versare 240 milioni di dollari al Dipartimento di Giustizia ai quali si aggiungono 125 milioni da versare alla Sec, l’autorità di controllo della borsa americana per la violazione, sempre nel corso di questa vicenda, di alcune norme del Securities Exchange Act del 1934.
Totale: 365 milioni di dollari per uscirne “pulita”. Persino dal petrolio.
Via | Saipem, Giornalettismo
Foto | Flickr

Cosa diavolo sta succedendo con questa maledetta marea nera? E’ successo che, i primi giorni, nessuno si preoccupava più di tanto perchè si diceva che al massimo stavano uscendo dal fondo del male 5.000 barili di petrolio al giorno.
Obama guardava, storceva il naso ma guardava: a mettere mano al buco erano i tecnici di Bp.
Poi si è saputo che i barili erano 15.000, Bp ha provato due o tre soluzioni tecniche al limite del fantascientifico con risultati tra il ridicolo e il raccapricciante.
Obama parlava, forte ma parlava: a mettere mano al buco erano sempre i tecnici di Bp, con la Guardia Costiera che cercava di mettere un freno al petrolio e la Nasa che scattava foto dall’alto. Si credeva ancora di poter mettere una pezza…
Continua a leggere: Marea nera: Obama è in pauroso ritardo, ma alla fine ha ragione...

Il presidente degli Stati Uniti Obama è convinto: il disastro della Deepwater Horizon sarà per il suo paese uno shock forte come l’undici settembre. Lo ha detto, nel corso di un’intervista, al giornalista Roger Simon del giornale on line “Politico”.
Penso che questo disastro modificherà il nostro modo di pensare l’ambiente e l’energia per molti anni
Queste le parole di Obama, in buona parte condivisibili: come l’undici settembre ha mostrato agli americani che non erano invincibili e che potevano essere attaccati a casa loro, così la marea nera sta mostrando loro che uno dei pilastri dell’economia statunitense, e dei conseguenti stili di vita, cioè l’industria petrolifera, non è esattamente quel gioiello di tecnologia, efficienza e sicurezza che tutti raccontavano.
L’America, quindi, inizia a prender coscienza che non è tutto oro quel che luccica, specialmente se si tratta di oro nero. Quali possano essere le ripercussioni di questa presa di coscienza sull’economia reale del paese, però, nessuno può dirlo.
Tutto quello che poteva andare male, nella tristissima vicenda della Deepwater Horizon, è andato peggio: secondo il servizio geologico degli Stati Uniti, infatti, la perdita di petrolio sul fondo del mare sarebbe raddoppiata. Non più 15-20 mila barili al giorno ma 40 mila.
Decisamente troppi, persino per Obama l’attendista che, in questa vicenda, ha fatto una delle figure peggiori della sua ancor breve carriera politica. Ecco, allora, che il presidente americano, dopo aver promesso calci nel sedere per i responsabili, convoca i vertici di Bp. Il 16 giugno, infatti, Carl-Henric Svanberg presidente del Consiglio di amministrazione Bp è “invitato” alla Casa Bianca.
Dovrà rendere conto ad Obama dello stato reale della situazione. Ad Obama Svanberg dirà che Bp sta facendo tutto quello che può e che dai 18 mila barili al giorno recuperati oggi si dovrebbe passare a 28 mila nei prossimi giorni, con l’installazione di una nuova cupola di aspirazione.
Nessuno, però, si riesce a spiegare come mai quando si riescono ad aspirare 5.000 barili al giorno essi diventano 20 mila, quando se ne riescono ad aspirare 18 mila essi divengono 40 mila.
Via | MyWayBusiness
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