
Tutti se lo aspettavano, era solo questione di tempo e la crisi economica non ha fatto altro che avvicinare la scadenza: la Cina consuma più energia degli Stati Uniti. Lo ha ammesso Fatih Birol, capo economista dell’International Energy Agency, in una intervista al Wall Street Journal. I dati parlano chiaro: 2.252 milioni di tonnellate di petrolio equivalente consumate dalla Cina nel 2009 contro i 2.170 milioni degli Usa.
Dopo oltre cento anni di assoluto predominio nella classifica dei consumi, un primato voluto e mantenuto in quanto simbolo dell’american way of life, gli Stati Uniti devono cedere lo scettro. Sia chiaro, per consumo pro capite l’America è ancora saldamente in testa e solo l’enorme popolazione ha portato la Cina a consumi di questa entità. Il nuovo record, tuttavia, non può non far pensare.
Da anni, infatti, in molti temono i numeri esponenziali della crescita cinese. O meglio, le crescite: quella economica, quella dei consumi interni, quella delle esportazioni, quella delle emissioni di Co2 e quella dell’inquinamento. Ma anche quella delle rinnovabili e delle tecnologie per il risparmio energetico. Il gigante, infatti, per molti versi è ancora un bambino e ha margini di sviluppo ancora enormi in ogni direzione.
Ed è proprio questo il problema: la Cina seguirà, nel suo sviluppo, il modello egoistico americano fondato sull’espansione infinita dei consumi a scapito dell’ambiente e del clima globale o riuscirà ad essere più responsabile? Lo si vedrà presto: a dicembre, alla prossima conferenza delle Nazioni Unite di Cancùn.

Snamprogetti Netherlands B.V., una controllata di Saipem, cioè di Eni, ha annunciato di aver firmato un accordo transattivo (tradotto: un maxi risarcimento) con il Dipartimento di Giustizia Americano. Con l’accordo si chiude definitivamente in via extragiudiziale l’inchiesta condotta dal ministero americano sui contratti di Snamprogetti Netherlands B.V. relativi agli impianti per il gas naturale liquefatto a Bonny Island, in Nigeria.
I fatti li racconta lo stesso Dipartimento di Giustizia, e li traduce Giornalettismo:
Snamprogetti avrebbe autorizzato il consorzio ad arruolare due agenti, Jeffrey Tesler e una società di trading giapponese, per pagare tangenti a tutta una serie di ufficiali governativi nigeriani, inclusi dirigenti d’area top level, perchè assistessero la Snamprogetti e le aziende del consorzio e gli facessero ottenere i contratti da loro desiderati. Il consorzio avrebbe versato approssimativamente 132 milioni di dollari a una società di Gibilterra controllata dalla Tesler e più di 50 milioni di dollari alla società di trading giapponese. Secondo gli atti, Snamprogetti avrebbe inteso questi soldi come fondi in parte usabili per pagare le tangenti agli ufficiali nigeriani
Per questi fatti, evidentemente ammessi da Eni, la società di San Donato Milanese dovrà versare 240 milioni di dollari al Dipartimento di Giustizia ai quali si aggiungono 125 milioni da versare alla Sec, l’autorità di controllo della borsa americana per la violazione, sempre nel corso di questa vicenda, di alcune norme del Securities Exchange Act del 1934.
Totale: 365 milioni di dollari per uscirne “pulita”. Persino dal petrolio.
Via | Saipem, Giornalettismo
Foto | Flickr
La Conferenza di Agadir, in Marocco, della Commissione baleniera Internazionale (IWC) d’importanza fondamentale per il destino della caccia alle balene, attende la sua conclusione domani. Eppure, già da questa mattina, è possibile ipotizzarne l’esito: presumibilmente, nessun accordo verrà raggiunto e la situazione rimarrà immutata con il mantenimento della moratoria e l’atteggiamento di Norvegia e Giappone immutato, con la sistematica elusione dei patti internazionali. Forse, un atteggiamento differente potremmo aspettarcelo dall’Islanda che dal 2009 sta portando avanti i necessari negoziati per entrare nell’UE. Esiste, però, tra i due, a questo proposito, un contrasto non trascurabile che riguarda proprio la caccia ai grandi cetacei. La Commissione europea, infatti, in più di una occassione ha proposto che
l’Unione europea e i suoi Stati membri adottino un approccio coordinato a livello internazionale al fine di garantire una protezione efficace delle balene, in particolare opponendosi alla caccia commerciale di queste ultime.
Intanto, all’IWC, la contrapposizione netta tra i due fronti - quelli a favore del mantenimento della moratoria (Stati Uniti, Brasile, Australia, Europa con Italia in testa e Nuova Zelanda) e quelli contro (Giappone e Norvegia) - continua a suscitare accese polemiche con il Paese del Sol Levante che ritiene non vi sia alcuna prospettiva di accordo, neanche futuro, nonostante la sua buona volontà manifestata attraverso la duplice offerta di dimezzare le quote di caccia “scientifica” nell’emisfero australe e di accettare la presenza di meccanismi di controllo internazionale a bordo dei suoi pescherecci. I Paesi contrari, invece, chiedono a gran voce solo la fine della caccia nell’Antartico, senza eccezioni o mediazioni di sorta, e accusano la parte avversa di “mancanza di maturità politica”. Intanto, dopo le rivelazioni sbattute in prima pagina dal Sunday Times sui tentativi di corruzione nipponici ai piccoli Stati aderenti all’IWC per indurli a votare contro la moratoria, molti Paesi - tra cui il governo di Palau, le isole del Pacifico note per aver avversato fortemente l’inerzia degli Stati Occidentali allo scorso vertice di Copenaghen - hanno deciso di ritirare l’appoggio alle proposte giapponesi.
Nel 2009 gli Stati Uniti hanno segnato una riduzione nella concentrazione di gas serra nell’atmosfera pari al 7%. E’ quanto afferma l’EIA, L’Energy information administration, l’agenzia del dipartimento dell’Energia che si occupa dei dati e delle statistiche del settore e riferisce che sia il valore più alto mai registrato dal 1949, data cui risalgono i primi report energetici.
Un risultato che affascina, soprattutto perché gli Usa non sono certo dei paladini nella battaglia alla Co2, come hanno avuto purtroppo modo di mostrare al vertice di Copenaghen. Eppure, il risultato raggiunto è notevole, malgrado le politiche ambientali adottate siano state spesso inadeguate o insufficienti. Ed il merito è quasi tutto della crisi che, se da una parte affossa gli stili di vita dall’altra li converte in maniera più sostenibile. Infatti - sostengono i vertici dell’EIA - il livello delle emissioni di Co2 dipende da quattro fattori: la popolazione, il Pil, l’intensità energetica (energia utilizzata per produrre un’unità di Pil) e l’intensità carbonica (Co2 emessa per produrre una quantità “x” di energia). Nel 2009 tutti questi fattori, eccettuata la popolazione, si sono drasticamente abbassati migliorando, conseguentemente,lo stato dell’aria negli Stati Uniti. Il vero problema ora, secondo gli esperti, sarà il ritorno alla “normalità”, ovvero a condizioni economiche più favorevoli. In assenza di politiche federali e nazionali di supporto al risparmio e all’efficienza energetica, le “buone pratiche” della popolazione e con esse il livello di concentrazione di C02 nell’atmosfera potrebbe ricominciare a regredire pericolosamente annullando gli effetti positivi ad oggi registrati.

Lentamente tutti i timori stanno diventando realtà: la marea nera causata dal disastro della Deepwater Horizon ha toccato le coste delle isole Chandeleur, in Louisiana.
A vigilare sulla situazione ci sono due enti governativi, la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) e la più famosa NASA. Quest’ultima, su richiesta della prima, si sta dando da fare per monitorare l’espansione della macchia nera.
Tra gli interventi messi in atto dalla NASA c’è l’invio sui cieli del Golfo del Messico di aerei ER-2, veivoli da ricognizione derivati dai famosi U2 in grado di volare a 70.000 piedi e di scattare foto ad altissima risoluzione.

La tecnica dell’estrazione idraulica dello “shale gas” è sotto accusa negli Stati Uniti: l’agenzia per la sicurezza ambientale (Epa) ritiene che possa inquinare le falde acquifere e ha messo sotto indagine le attività del colosso Exxon Mobil.
Lo shale gas, in italiano gas degli scisti, è un gas “non convenzionale”. Né più né meno del petrolio non convenzionale, si tratta di idrocarburi contenuti nelle rocce (in questo caso) o in altre formazioni geologiche che non si possono definire propriamente un giacimento.
Ma è sempre gas e fa gola alle compagnie che ritengono che, nella sola Europa, ci siano almeno 1.200 trilioni di piedi cubi di metano da tirar fuori dagli scisti. E, per farlo, iniettano acqua, sabbia e una piccola quantità di agenti chimici nelle rocce per far salire a galla il gas.
Dopo aver letto la notizia su Nuclear News non sapevo se ridere o se piangere. Così, per evitare sia l’una che l’altra soluzione, mi sono inventato il neologismo: “nukebook”. Così, d’ora in poi, chiamerò le centrali nucleari portatili che, a quanto pare, sia Russia che Stati Uniti starebbero progettando.
Nel caso russo si tratterebbe di vecchi progetti militari, poi abbandonati, che a detta dell’agenzia di stampa Ria Novosti starebbero tornando in auge. Addirittura con un programma congiunto russo-bielorusso finanziato con fondi pubblici. Obbiettivo finale: 70 mini impianti, dei quali ovviamente non viene fornito alcun dettaglio, destinati alla sola Russia.
Negli Stati Uniti, invece, l’azienda privata Hyperion torna alla carica riproponendo la sua micro centrale di cui vi ha parlato Marina un paio di anni fa. Si tratta di un impianto grande come una vasca da bagno (1,5 metri per 2,5) facilmente trasportabile in un comune container via nave, treno o su gomma. Per questo progetto si hanno maggiori dettagli: 70MW termici e 25 elettrici, ciclo di vita di 8-10 anni, combustibile già fornito in dotazione. Una centrale in miniatura “usa e getta”, nel senso che non si può ricaricare ma a fine vita va rispedita al produttore.
Il 31 gennaio era stato fissato dall’accordo di Copenaghen come la data ultima entro cui gli Stati partecipanti al summit avrebbero dovuto presentare i propri impegni per la riduzione dell’emissione dei gas serra entro il 2020. Lo hanno fatto in 55: gli stati membri dell’Unione europea, gli Usa, il Giappone,il Brasile, l’Australia, La Nuova Zelanda, la Cina, l’India e il Sud Africa. E nessuno ha calcato la mano circa le proprie intenzioni (peraltro non giuridicamente vicolanti).
L’Ue, ad esempio, ha proposto un taglio del 20 per cento invece che del 30; mentre la Nuova Zelanda non intende prendere alcuna posizione in merito finché non verrà concordato un obiettivo globale. Quanto alla Cina, non intende modificare il suo obiettivo del 40-45 per cento (che non collide troppo con la spaventosa crescita economica che sta conoscendo in questi anni). Deludente anche la posizione degli Stati Uniti che parlano di una non meglio precisata soglia di riduzione intorno al 17% (rispetto al 2005, appena il 3% rispetto al 1990) senza specificare altro..
Tagli del tutto inadeguati, secondo Bernhard Obermayr (Greenpeace su energia e clima), e insufficienti se si vuole mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi rispetto all’era pre-industriale. Se non verranno prese misure serie e di più ampio respiro rispetto a quelle presentate con leggerezza il 31 gennaio l’aumento delle temperature potrà superare i 3 gradi C. Sempre secondo Greenpeace, per contenere la temperatura entro i limiti definiti a Copenaghen occorrono tagli drastici di emissioni dell’ordine del 40 per cento unitamente a investimenti “green” pari a 140 miliardi di dollari l’anno a favore dei paesi in via di sviluppo.
Il titolo non inganni. Non si è infatti ancora arrivati ad una decisione definitiva, tuttavia trapela dal vertice di Copenaghen come gli impegni degli Stati membri siano colmi di difficoltà. Ovvio, non potrebbe essere altrimenti, dato che in gioco ci sono gli interessi economici di tutti i Paesi del pianeta. Intanto però è interessante analizzare il quadro provvisorio del summit per cercare di capire quale sia la situazione degli Stati membri dopo che, nella giornata di ieri, è stata riportata la notizia delle difficoltà provocate da Tuvalu e l’associazione delle Isole del Pacifico.
Per quel che riguarda l’Unione Europea sembra che al momento non sia stata stabilita nessuna cifra sull’aiuto immediato per i Paesi sotto sviluppati oltre esserci delle serie difficoltà sul passaggio dal 20 al 30% dell’obiettivo di riduzione dei gas ad effetto serra entro il 2020, rispetto al 1990. A tal proposito la presidenza svedese di turno della Ue ha deciso di proseguire in nottata le trattative con i partner per raccogliere offerte per il fondo ‘fast start’ (avvio rapido), da destinare dal 2010 al 2012 ai Paesi più poveri per prepararli all’entrata in vigore di un nuovo trattato sul clima (un post-Kyoto) che dovrebbe partire dal gennaio 2013.
L’obiettivo a cui punta la presidenza è quello di raccogliere sei miliardi di euro spalmati in tre tranche da due miliardi ciascuna per il prossimo triennio 2010-2012. Al momento sarebbero dodici i Paesi che avrebbero dato il via libera alla concessione di contributi volontari, per un totale di circa 4,5 miliardi di euro. Francia, Germania e l’Italia non sono incluse in questo gruppo, anche se sembra che il Paese teutonico si starebbe orientando ad impegnare una cifra consistente. Ma al momento tutto sarebbe in fase di contrattazione.
Mentre da una parte il Principe Carlo li ha definiti come il disastro ambientale più grande di tutti i tempi, e dall’altra Monsanto & co. continuano a proclamarli innocui per gli esseri umani, l’Irlanda prende posizione, e bandisce dal suo territorio i cibi geneticamente modificati.
Via le produzioni OGM dall’Irlanda, e benvenuta l’etichetta che lo segnala su tutte le produzioni animali e derivati come carne, uova, pesce, crostacei, così come sui prodotti agricoli, con l’approvazione degli allevatori irlandesi, che non potevano più competere con i giganti dei cibi geneticamente modificati, che producono in territori in cui non vigono le restrizioni EU, come il Brasile e l’Argentina, per poi esportare in Europa.
Questa importante decisione farà sì che le produzioni agricole e animali irlandesi possano essere riconosciute come frutto di un processo di produzione più ecologico e naturale, favorendo lo sviluppo delle esportazioni di prodotti irlandesi verso gli USA, con esiti positivi anche sul turismo dell’isola verde, ora non più solo di nome.
via | Treehugger