Energie rinnovabili

Pompe di calore in Italia: presenti nelle case ma ancora marginali nel riscaldamento

Le pompe di calore in Italia sono presenti in 4 famiglie su 10, ma coprono solo il 5% della domanda termica residenziale. Scopri perché restano sottoutilizzate.

Pompe di calore in Italia: presenti nelle case ma ancora marginali nel riscaldamento

Oltre 22 milioni di pompe di calore installate, presenti in quasi il 40% delle famiglie italiane: numeri che farebbero pensare a una tecnologia ormai consolidata nel sistema di riscaldamento residenziale del Paese. Eppure le pompe di calore in Italia coprono soltanto il 5% della domanda termica residenziale. Un paradosso che merita di essere analizzato con attenzione, perché dietro quella percentuale si nascondono scelte d’uso, barriere strutturali e un potenziale ancora largamente inespresso nella transizione energetica italiana.

Un parco installato enorme, ma sottoutilizzato

I dati elaborati da TEHA Group in collaborazione con Assoclima — l’associazione dei costruttori di sistemi di climatizzazione — e presentati in uno studio strategico del gennaio 2025 fotografano una situazione che potremmo definire da doppia velocità. Da un lato, la diffusione capillare degli apparecchi: 22 milioni di unità installate, presenti in oltre quattro famiglie su dieci. Dall’altro, un contributo al riscaldamento che rimane marginale rispetto al fabbisogno complessivo.

Come è possibile? La risposta sta principalmente nella modalità d’uso. La maggior parte delle pompe di calore installate in Italia è costituita da climatizzatori split o multi-split, acquistati e utilizzati prevalentemente per il raffrescamento estivo. In inverno, molti proprietari continuano ad affidarsi al sistema di riscaldamento tradizionale — spesso una caldaia a gas — e attivano la pompa di calore solo occasionalmente o per integrare il calore in alcune stanze. Il risultato è che l’apparecchio c’è, ma non lavora come principale fonte di riscaldamento.

Il gas ancora protagonista, nonostante tutto

Il sistema energetico residenziale italiano resta fortemente dipendente dal gas naturale. Nonostante la crescita delle rinnovabili e la diffusione di tecnologie alternative, il gas continua a coprire la quota dominante della domanda di riscaldamento nelle abitazioni — una situazione che si trascina da decenni e che le politiche di incentivazione degli ultimi anni hanno solo parzialmente scalfito.

Questo non significa che la transizione non stia avvenendo, ma che avviene più lentamente di quanto i numeri sulle installazioni lascerebbero intuire. Il parco caldaie italiano è ancora molto ampio, spesso vecchio e poco efficiente, ma viene raramente sostituito con sistemi a pompa di calore in modo completo. Più frequente è l’installazione di un climatizzatore in aggiunta alla caldaia esistente, non in sostituzione.

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Perché le pompe di calore faticano a diventare il sistema principale

Le ragioni di questo stallo sono molteplici e si intrecciano tra loro. La prima, e probabilmente la più rilevante, riguarda il costo dell’energia elettrica. Le pompe di calore sono macchine efficienti: per ogni kilowattora elettrico consumato, producono in media da due a quattro kilowattora di calore, a seconda della tecnologia e delle condizioni climatiche. Ma se il prezzo dell’elettricità è significativamente più alto di quello del gas, il vantaggio economico si riduce o scompare nella percezione del consumatore, anche quando i calcoli tecnici resterebbero favorevoli.

In Italia, il costo dell’elettricità per uso domestico è storicamente tra i più elevati d’Europa, penalizzato da oneri di sistema, accise e una struttura tariffaria che non sempre premia i grandi consumatori virtuosi. Questo rende il confronto con il gas — almeno nel breve periodo — spesso sfavorevole alla pompa di calore, soprattutto per chi non ha fatto un’analisi approfondita dei consumi reali nel tempo.

Il secondo fattore è la discontinuità degli incentivi. Negli ultimi anni l’Italia ha alternato periodi di forte sostegno fiscale — come il Superbonus e le varie detrazioni per la riqualificazione energetica — a fasi di incertezza normativa, revisioni repentine e stop improvvisi. Questa instabilità scoraggia sia i consumatori sia gli installatori, che faticano a pianificare interventi di medio periodo quando le regole cambiano con frequenza. Maurizio Marchesini, presidente di Assoclima, ha sottolineato proprio questo punto nel contesto della presentazione dello studio alla Camera dei Deputati nell’ottobre 2025: la necessità di politiche stabili e prevedibili per sostenere la crescita del settore.

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Immagine generata con AI

C’è poi il tema del patrimonio edilizio esistente. Una parte significativa delle abitazioni italiane è stata costruita in decenni in cui l’isolamento termico non era una priorità. In edifici poco isolati, con dispersioni elevate, le pompe di calore — specialmente quelle aria-aria — possono risultare meno efficaci rispetto a una caldaia ad alta temperatura. L’installazione ottimale richiederebbe spesso un intervento contestuale sull’involucro edilizio, con costi complessivi che molte famiglie non sono in grado di sostenere, anche con le detrazioni disponibili.

Il potenziale di risparmio che ancora non si sfrutta

Secondo i dati di Assoclima, le pompe di calore possono garantire risparmi annui fino al 32% rispetto ai sistemi tradizionali, in condizioni d’uso adeguate. Si tratta di un vantaggio reale, ma condizionato da variabili che spesso non vengono comunicate con sufficiente chiarezza: il tipo di impianto, la zona climatica, il grado di isolamento dell’abitazione, la tariffa elettrica applicata, la presenza o meno di un impianto fotovoltaico che consenta l’autoconsumo.

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Quest’ultimo punto è rilevante. Una pompa di calore abbinata a pannelli fotovoltaici cambia radicalmente il quadro economico: parte dell’energia elettrica necessaria al funzionamento viene prodotta in loco, riducendo la dipendenza dalla rete e abbassando i costi operativi. Ma si tratta di una combinazione che richiede un investimento iniziale più alto e una pianificazione integrata che ancora non è la norma.

Lo studio presentato da TEHA Group e Assoclima — disponibile sul sito di Anima Confindustria — delinea proprio questo scenario: il potenziale di crescita delle pompe di calore in Italia è considerevole, ma richiede un cambio di approccio sia nelle politiche energetiche sia nella cultura dell’installazione e dell’uso.

Cosa servirebbe per cambiare rotta

Nessuna soluzione singola è sufficiente da sola. Intervenire sul costo dell’elettricità — attraverso una revisione degli oneri di sistema o tariffe agevolate per i consumi legati al riscaldamento con pompe di calore — sarebbe un segnale concreto per i consumatori. Altrettanto importante è garantire continuità agli incentivi, evitando le interruzioni brusche che hanno caratterizzato gli ultimi anni e che hanno creato incertezza nel mercato.

Parallelamente, serve investire nella formazione degli installatori e nell’informazione dei consumatori. Molti acquisti di pompe di calore avvengono ancora senza una valutazione completa delle condizioni dell’edificio, con il rischio di installazioni non ottimali che poi deludono le aspettative in termini di comfort e risparmio. Un installatore competente sa valutare se e come integrare la pompa di calore con l’impianto esistente, e in quali casi è necessario un intervento più ampio sull’isolamento.

Il paradosso italiano delle pompe di calore — diffuse ma poco sfruttate — non è una questione di tecnologia. Gli apparecchi ci sono, funzionano, e in condizioni adeguate offrono prestazioni eccellenti. La sfida è creare le condizioni perché vengano usati per quello che possono fare davvero: diventare il sistema principale di riscaldamento, non un accessorio estivo con qualche utilizzo invernale occasionale.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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