Il percorso del disegno di legge pugliese sulle rinnovabili ha già subito una trasformazione significativa prima ancora di arrivare in aula: le Commissioni IV e V del Consiglio regionale pugliese hanno approvato un testo completamente riformulato del provvedimento originario, cambiando in modo sostanziale il quadro normativo che la Regione intende costruire attorno alle aree idonee rinnovabili in Puglia. Un passaggio che merita attenzione, perché riguarda direttamente come e dove potranno essere installati impianti a fonti rinnovabili su uno dei territori italiani con maggiore potenziale energetico.
Dal voto di Giunta alla riscrittura in Commissione
Il procedimento è partito il 10 marzo 2026, quando la Giunta regionale ha approvato il Disegno di Legge n. 31 sull’individuazione delle superfici e aree idonee all’installazione di impianti a fonti rinnovabili. Un provvedimento composto da dieci articoli, costruito per dare attuazione all’articolo 11-bis del decreto legislativo 25 novembre 2024, n. 190, la norma nazionale che ha ridisegnato il quadro di riferimento per le regioni in materia di pianificazione energetica.
Il testo approvato dalla Giunta, tuttavia, non è arrivato in aula nella sua forma originale. Le Commissioni IV e V del Consiglio regionale lo hanno riformulato integralmente, producendo un documento sostanzialmente nuovo rispetto a quello licenziato dall’esecutivo regionale a marzo. La riformulazione è avvenuta nell’ottobre 2026.
Che cosa significhi concretamente questa riscrittura — quali criteri siano stati modificati, quali aree abbiano cambiato classificazione — non è ancora interamente ricostruibile dai documenti pubblici disponibili. Quello che è certo è che il Consiglio regionale si appresta a discutere un testo che non è quello originariamente proposto dalla Giunta.
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Cosa prevede il DDL sulle aree idonee rinnovabili in Puglia
Il disegno di legge, nella sua struttura dichiarata, persegue tre obiettivi principali: il contrasto al cambiamento climatico, la soddisfazione del fabbisogno energetico regionale e la decarbonizzazione del sistema energetico e industriale della Puglia. Sono obiettivi ampi, che rispecchiano sia gli impegni europei in materia di clima sia le specificità di una regione che ospita già una quota rilevante della capacità rinnovabile installata nel Sud Italia.
Il cuore operativo del provvedimento è l’individuazione delle superfici e delle aree considerate idonee per la realizzazione di nuovi impianti. Si tratta di un passaggio cruciale: la normativa nazionale impone alle regioni di definire questi perimetri, e la Puglia — con il DDL n. 31 — cerca di tradurre quell’obbligo in una mappa concreta di opportunità e limitazioni sul proprio territorio.
La struttura in dieci articoli suggerisce un impianto normativo articolato, non una semplice lista di zone ammesse. Presumibilmente — ma questo è quanto emerge dal quadro normativo di riferimento, non dal testo specifico — un provvedimento di questo tipo deve bilanciare la necessità di accelerare le installazioni con la tutela di paesaggio, suolo agricolo e aree di pregio naturalistico. La Puglia è una regione dove questa tensione è particolarmente acuta: il territorio ospita siti Natura 2000, aree di interesse paesaggistico vincolate e zone agricole ad alto valore produttivo che negli ultimi anni sono state oggetto di pressioni crescenti da parte dei promotori di impianti eolici e fotovoltaici.
Il contesto normativo: il decreto legislativo n. 190 del 2024
Il DDL pugliese non nasce in un vuoto normativo. La sua base giuridica è l’articolo 11-bis del decreto legislativo 25 novembre 2024, n. 190, che ha introdotto l’obbligo per le regioni di identificare le proprie aree idonee entro termini precisi. Quella norma nazionale ha rappresentato un punto di svolta nel rapporto tra Stato e Regioni sulla pianificazione energetica: ha stabilito che le regioni non possono più limitarsi a valutare caso per caso le richieste di autorizzazione, ma devono dotarsi di una mappa preventiva che distingua dove gli impianti sono ammessi, dove sono soggetti a condizioni e dove sono esclusi.
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Per la Puglia, che ha già vissuto stagioni di forte conflittualità attorno alla proliferazione di richieste di impianti eolici e agrivoltaici, questo tipo di legge rappresenta uno strumento di governo del territorio oltre che di politica energetica. La comunicazione ufficiale della Regione Puglia sull’approvazione del DDL in Giunta sottolinea esplicitamente la dimensione del contrasto al cambiamento climatico e della decarbonizzazione industriale tra le finalità del provvedimento.
Perché la riformulazione integrale è un segnale da non sottovalutare
Quando le commissioni consiliari riscrivono integralmente un testo di legge proposto dalla Giunta, il messaggio politico è chiaro: il testo originario non era considerato adeguato, almeno nella sua forma. Può trattarsi di modifiche tecniche, di aggiustamenti sui criteri di classificazione delle aree, oppure di cambiamenti più profondi nell’impostazione complessiva. Senza accesso al testo riformulato nella sua interezza, non è possibile stabilire quale delle due ipotesi prevalga.
Quello che è certo è che il percorso del DDL sulle aree idonee rinnovabili in Puglia è ancora aperto. Il testo uscito dalle Commissioni IV e V deve ora essere discusso e votato dall’assemblea regionale. In quella sede emergeranno le posizioni dei diversi gruppi consiliari e, probabilmente, i punti di maggiore attrito tra le esigenze di sviluppo delle rinnovabili e quelle di tutela del territorio.
Per chi segue il settore energetico o ha interessi diretti — agricoltori, operatori del comparto rinnovabile, enti locali, comitati territoriali — il momento da monitorare è quello del voto in aula, quando il testo riformulato diventerà (o meno) legge regionale e traccerà per anni le coordinate entro cui si potrà sviluppare la generazione da fonti pulite in una delle regioni più esposte al sole e al vento d’Italia.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








