Bloom Energy ha rilanciato oggi, lunedì 10 agosto 2026, il ruolo dell’idrogeno nei processi industriali durante un confronto dedicato alla transizione energetica, citando i progetti con Ferrari a Maranello, l’Idaho National Laboratory negli Stati Uniti e la Valle dell’Idrogeno del Nord Adriatico come esempi concreti di tecnologie già applicate per ridurre le emissioni e sostenere nuove filiere produttive.
Bloom Energy e Ferrari, celle a combustibile negli stabilimenti di Maranello
Tra le iniziative richiamate dal vertice di Bloom Energy c’è la collaborazione avviata con Ferrari, uno dei casi più osservati in Italia quando si parla di energia pulita applicata alla manifattura ad alta intensità tecnologica. Nel 2022 la società statunitense ha installato un sistema di fuel cell da 1 MW negli stabilimenti di Maranello, nel cuore del distretto motoristico emiliano, con l’obiettivo di contribuire alla riduzione delle emissioni legate ai consumi energetici del sito.
Le celle a combustibile, ha spiegato il Ceo di Bloom Energy, possono trasformare idrogeno, gas naturale e altri combustibili a minore impatto in energia elettrica senza passare dalla combustione tradizionale. Il punto, in termini industriali, è proprio questo: produrre elettricità in loco, con minori emissioni di CO2 rispetto ad altri sistemi e con una maggiore continuità di fornitura. Una leva non secondaria, per aziende che lavorano su linee produttive complesse e non possono permettersi interruzioni.
A Maranello, la scelta si inserisce nel percorso più ampio di decarbonizzazione del gruppo automobilistico. Ferrari non ha legato l’intervento a un annuncio isolato, ma a un insieme di misure su efficienza energetica, approvvigionamenti e innovazione dei processi. La tecnologia di Bloom, in questo quadro, viene presentata come una soluzione già operativa, non come un prototipo da laboratorio.
Il test negli Stati Uniti con l’elettrolizzatore Soec
Accanto al caso italiano, Bloom Energy ha citato il progetto realizzato presso l’Idaho National Laboratory, centro di ricerca del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. Qui è stato installato un elettrolizzatore Soec da 100 kW, tecnologia che utilizza celle a ossidi solidi per produrre idrogeno con elevati livelli di efficienza, soprattutto quando può sfruttare calore disponibile da processi industriali o impianti energetici.
Secondo quanto riferito dall’azienda, dopo 4.500 ore di utilizzo il sistema avrebbe raggiunto livelli di efficienza definiti “record”. Il dato, per il settore, pesa: la produzione di idrogeno verde resta infatti uno dei nodi economici e tecnici della transizione, perché richiede energia, infrastrutture e continuità operativa. Ridurre le perdite nel processo di elettrolisi significa abbassare i costi e rendere più credibili applicazioni su scala industriale.
Il test americano viene osservato anche in Europa, dove imprese e istituzioni cercano soluzioni per integrare rinnovabili, reti elettriche e consumi industriali. Non basta produrre idrogeno, ha confidato un tecnico presente al confronto: “Serve farlo quando conviene, dove serve e con impianti che reggano nel tempo”. Una frase semplice, ma vicina al punto.
La Valle dell’Idrogeno del Nord Adriatico tra Friuli, Slovenia e Croazia
Sul fronte europeo, la vicepresidente di Confindustria Udine, Anna Mareschi Danieli, ha richiamato l’impegno della Regione Friuli Venezia Giulia, della Slovenia e della Croazia nel progetto transfrontaliero della Valle dell’Idrogeno del Nord Adriatico. L’iniziativa punta a costruire un ecosistema economico, industriale e sociale basato sull’applicazione e sulla diffusione delle tecnologie legate all’idrogeno.
Nel progetto sono coinvolte anche grandi imprese del territorio, tra cui Faber Industrie, ABS, Danieli Centro Combustion e Ferriere Nord. Si tratta di aziende con competenze diverse, dalla siderurgia alla componentistica, fino agli impianti industriali: proprio questa varietà viene considerata uno dei punti di forza della filiera. “L’obiettivo è sviluppare una valle dell’idrogeno intesa come ecosistema”, ha ricordato Mareschi Danieli, insistendo sul legame tra produzione, utilizzo e formazione delle competenze.
La dimensione transfrontaliera non è un dettaglio burocratico. Tra porti, aree industriali, collegamenti ferroviari e corridoi logistici, il Nord Adriatico può diventare un laboratorio per applicazioni dell’idrogeno industriale in settori difficili da elettrificare. Acciaio, trasporti pesanti, chimica e manifattura energivora guardano a queste soluzioni con interesse, ma anche con cautela: costi, norme e tempi di autorizzazione restano variabili decisive.
Industria e transizione, la sfida passa dagli impianti reali
Il filo che lega Maranello, l’Idaho e il Nord Adriatico è la necessità di spostare l’idrogeno dal piano degli annunci a quello degli impianti reali. Le tecnologie esistono, alcune sono già in funzione, altre devono dimostrare affidabilità e convenienza su scala più ampia. Solo allora, spiegano gli operatori, potranno incidere in modo stabile sui consumi delle imprese e sulla riduzione delle emissioni.
Per l’industria italiana la partita è delicata. Da un lato c’è la pressione a tagliare la CO2, anche per rispettare obiettivi europei e richieste dei mercati internazionali; dall’altro c’è il tema della competitività, perché energia e materie prime continuano a pesare sui bilanci aziendali. In mezzo, tecnologie come celle a combustibile ed elettrolizzatori promettono margini di manovra, ma chiedono investimenti, infrastrutture e regole chiare.
Il messaggio emerso dal confronto è prudente, non trionfale. L’idrogeno non viene presentato come risposta unica alla transizione energetica, ma come uno degli strumenti possibili, utile soprattutto dove l’elettrificazione diretta è più complessa. E gli esempi citati da Bloom Energy — dalla Ferrari agli Stati Uniti, fino alla filiera del Friuli Venezia Giulia — indicano una direzione: meno slogan, più cantieri, più dati e impianti da misurare giorno dopo giorno.








