Ecologia

Monviso sorvegliato speciale: tre alert dalla Carovana dei ghiacciai 2026

Ricercatori lungo un torrente alpino osservano il Monviso con chiazze di neve residue
Un gruppo di tecnici osserva il Monviso e il torrente in quota, simbolo dei segnali d’allarme su ghiacciai, frane e risorsa idrica.

La Carovana dei ghiacciai di Legambiente ha aperto oggi, venerdì 4 settembre 2026, l’ultima tappa piemontese sul Monviso, in provincia di Cuneo, per denunciare gli effetti della crisi climatica sulla vetta più alta delle Alpi Cozie, dove il ghiacciaio del Coolidge è ormai quasi scomparso, la parete nord-est registra crolli frequenti e il Po, che nasce ai piedi della montagna, mostra segnali di sofferenza legati alla riduzione delle riserve d’acqua in quota.

Monviso, tre segnali d’allarme dalla montagna del Po

Sul Monviso, 3.841 metri e profilo inconfondibile tra Piemonte e Francia, gli esperti arrivati con la Carovana dei ghiacciai hanno indicato tre criticità ormai difficili da ignorare. La prima riguarda il ghiacciaio del Coolidge, ridotto al punto da essere declassato a glacionevato, cioè una massa residua di neve e ghiaccio non più misurabile come vero ghiacciaio.

Il secondo segnale arriva dalla parete nord-est del Monviso, dove i crolli sono diventati più frequenti, in un quadro di crescente instabilità dell’alta quota. Il terzo riguarda il fiume Po, che nasce poco più in basso, a Pian del Re: meno neve, fusione anticipata e ghiacci in ritirata modificano tempi e quantità dell’acqua che alimenta torrenti, sorgenti e corsi d’acqua di pianura. “Non è caldo, è crisi climatica”, hanno scandito gli attivisti alla sorgente del Po, davanti ai tecnici di Arpa Piemonte e ai guardiaparco dell’Ente di gestione delle aree protette del Monviso.

Il ghiacciaio del Coolidge declassato e i crolli in parete

Secondo Legambiente, il caso del Coolidge è uno dei simboli più netti della trasformazione in corso nelle Alpi occidentali. Non si tratta più solo di un arretramento stagionale: la massa glaciale ha perso continuità e spessore, fino a non rientrare più nei parametri necessari per essere monitorata come ghiacciaio alpino. In quota, hanno spiegato gli esperti, il terreno cambia pelle: rocce più esposte, morene instabili, neve che resta per periodi più brevi.

A questo si lega la fragilità della parete nord-est, dove il venir meno del ghiaccio che cementava fratture e detriti contribuisce a rendere più probabili distacchi e crolli. È un fenomeno noto nelle aree periglaciali, ma sul Monviso assume un peso particolare per la quota, la frequentazione escursionistica e alpinistica, e il valore simbolico della montagna. Solo allora, osservando creste e canaloni, diventa più chiaro il nesso tra aumento delle temperature e sicurezza dei territori.

Rock glacier e acqua nascosta: la risorsa che resta in quota

Durante la tappa sono stati osservati anche i rock glacier, formazioni geomorfologiche composte da detriti rocciosi permeati da ghiaccio, diffuse nelle aree periglaciali a partire da falde detritiche e morene. Non sono ghiacciai in senso classico, ma possono funzionare come piccoli serbatoi naturali: trattengono acqua in profondità e la rilasciano lentamente, anche quando il ghiaccio superficiale tende a scomparire.

I dati scientifici ci dimostrano che in alta quota non vi sono solo rischi, ma anche importanti risorse nell’ambiente glaciale e periglaciale”, ha spiegato Marco Giardino, vicepresidente della Fondazione Glaciologica Italiana e docente dell’Università di Torino. Il riferimento è anche al lago Chiaretto, risorsa idrica ai piedi del Monviso. “La stessa cosa si può dire dei rock glacier — ha aggiunto Giardino —: l’alta montagna riceve acqua in profondità, la contiene e potrà rilasciarla quando i ghiacciai saranno scomparsi”. Un messaggio, ha detto, “di speranza e di attenzione” per montagna, pianura e comunità.

Legambiente chiede una governance europea dell’acqua

La campagna internazionale Carovana dei ghiacciai, promossa da Legambiente con Cipra Italia e con la partnership scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana, rilancia dal Monviso la richiesta di una governance europea della montagna e delle risorse connesse. Al centro, prima di tutto, c’è la gestione dell’acqua, una risorsa che la crisi climatica rende meno prevedibile e più contesa tra usi agricoli, civili, energetici e ambientali.

“Con l’ultima tappa siamo arrivati sul Monviso, dove nasce il Po, il fiume più lungo d’Italia, per sottolineare il legame tra montagna, valle e comunità”, ha dichiarato Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di Cipra Italia. “Montagne e pianura condividono lo stesso destino. Con l’aumento delle temperature diminuisce la neve, la fusione arriva prima, i ghiacciai perdono massa e cambiano tempi e modi in cui l’acqua raggiunge torrenti e fiumi”. Per Bonardo servono politiche strutturali di mitigazione e adattamento: “Non si possono rincorrere sempre le emergenze”.

Il quadro è confermato anche da Arpa Piemonte. “Si è appena conclusa l’estate più calda in Piemonte di tutta la serie storica, con +3,2 °C rispetto alla media”, ha commentato il direttore generale Secondo Barbero. I ghiacciai, ha aggiunto, restano “uno degli indicatori più evidenti” della crisi in corso: monitorarli, insieme a enti di ricerca, istituzioni e associazioni, serve a migliorare prevenzione e adattamento dei territori. Sul Monviso, intanto, il segnale è già scritto nella roccia e nell’acqua che scende a valle.

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