Green Economy

Imprese italiane penalizzate: i prezzi di elettricità e gas più alti d’Europa nel 2025

Nel 2025 i prezzi di elettricità e gas in Italia raggiungono i massimi europei, con costi quasi doppi rispetto alla media UE. Analisi dell'impatto sulle imprese.

Imprese italiane penalizzate: i prezzi di elettricità e gas più alti d'Europa nel 2025

Le imprese italiane si trovano a fare i conti con un problema strutturale che non accenna a risolversi: nel 2025, l’Italia registra i prezzi dell’elettricità più alti dell’intera Unione Europea, con un costo medio all’ingrosso che sfiora i 116 euro per megawattora, quasi il doppio della media europea. Quando si parla di prezzi di elettricità e gas in Italia e in Europa, il confronto è impietoso e pesa direttamente sulla competitività delle aziende, in particolare di quelle del settore terziario e manifatturiero che consumano energia in modo intensivo.

Il divario con il resto d’Europa è reale e documentato

I dati disponibili per il 2025 disegnano un quadro chiaro. La media europea del prezzo dell’elettricità all’ingrosso si attesta intorno agli 85 euro per MWh, mentre l’Italia è ferma a circa 115-116 euro. Non si tratta di una differenza marginale: significa pagare l’energia quasi il 36% in più rispetto alla media dei partner europei.

Il confronto con i singoli Paesi è ancora più significativo. Nel 2025, la Germania si colloca attorno ai 91 euro per MWh, la Spagna a 68 e la Francia a 61. Già nel 2024 il divario era evidente: l’Italia pagava circa 109 euro per MWh contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna e i 58 della Francia. La tendenza non si è invertita, anzi si è consolidata.

Questi dati emergono anche dall’analisi condotta nell’ambito del monitoraggio europeo sull’attuazione del piano REPowerEU, il programma della Commissione europea per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e diversificare le fonti energetiche. L’Italia appare come un caso anomalo rispetto al percorso di convergenza che il piano si propone di favorire.

Cosa pesa sulle bollette delle imprese italiane

Per capire perché i prezzi italiani siano così elevati, occorre considerare alcune caratteristiche strutturali del sistema energetico nazionale. Il gas naturale soddisfa ancora circa il 52% della domanda energetica complessiva in Italia nel 2025. Una dipendenza così marcata da una fonte fossile — il cui prezzo è volatile e legato ai mercati internazionali — rende il sistema particolarmente esposto agli shock di prezzo.

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A questo si aggiunge il peso della componente fiscale e degli oneri di sistema, che in Italia incidono storicamente in misura superiore rispetto ad altri Paesi europei. Il risultato è che le imprese italiane non solo pagano di più per l’energia che consumano, ma si trovano in una posizione di svantaggio competitivo difficile da compensare con altri fattori.

Secondo il Rapporto Energia 2025 di Confcommercio, le imprese del settore terziario hanno visto i prezzi dell’elettricità crescere del 29% rispetto al 2019, mentre quelli del gas sono aumentati del 70% nello stesso arco di tempo. È un dato che racconta molto: anche dopo il picco della crisi energetica del 2022, i prezzi non sono tornati ai livelli pre-pandemia. Le oscillazioni ci sono state — con cali nei primi mesi del 2025 e rialzi nella parte finale dell’anno — ma le bollette rimangono strutturalmente più alte rispetto al periodo pre-Covid.

Le conseguenze sulla competitività industriale

Il problema non è solo economico in senso contabile. Un’impresa che paga l’energia il doppio rispetto a un concorrente francese o spagnolo deve recuperare quello svantaggio da qualche parte: sui margini, sui prezzi di vendita, sugli investimenti. In settori ad alta intensità energetica — come la ceramica, il vetro, la chimica, la carta o la produzione alimentare — la bolletta può incidere in modo determinante sui costi di produzione totali.

Confindustria ha più volte segnalato questo squilibrio come uno dei principali ostacoli alla competitività del sistema produttivo italiano. Il rischio concreto è che alcune produzioni vengano progressivamente spostate in Paesi dove l’energia costa meno, con effetti sull’occupazione e sulla base industriale nazionale.

C’è poi un secondo effetto, meno immediato ma altrettanto rilevante: l’alto costo dell’elettricità frena la transizione verso l’elettrificazione dei consumi industriali. Passare da processi termici basati su gas a processi elettrici — una delle strade indicate dalla politica climatica europea — diventa economicamente meno conveniente quando l’elettricità costa così tanto. Il paradosso è che l’Italia si trova a dover accelerare la decarbonizzazione, ma i segnali di prezzo non facilitano questa transizione.

Perché l’Italia non riesce ad allinearsi

Le ragioni del divario sono molteplici e si intrecciano. La Francia, ad esempio, beneficia di un parco nucleare che garantisce produzione di base a costi relativamente stabili. La Spagna ha investito massicciamente in eolico e solare, abbassando il costo marginale di produzione nelle ore di maggiore irradiazione. La Germania, pur avendo prezzi più alti della media, ha una quota crescente di rinnovabili che inizia a farsi sentire.

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L’Italia ha un potenziale rinnovabile significativo — sole, vento, geotermia — ma la capacità installata non è ancora sufficiente a spostare strutturalmente i prezzi verso il basso. I tempi di autorizzazione per i nuovi impianti restano lunghi, e la rete di trasmissione presenta colli di bottiglia che limitano l’integrazione dell’energia prodotta nel Sud con i consumi del Nord industriale.

A tutto questo si aggiunge la struttura del mercato elettrico italiano, ancora fortemente dipendente dalle centrali a gas per la produzione nelle ore di punta. Poiché il prezzo all’ingrosso viene determinato dall’impianto marginale — quello più costoso che viene chiamato a produrre per soddisfare la domanda — le centrali a gas continuano a fissare il prezzo di riferimento per tutto il sistema.

Cosa possono fare le imprese nell’immediato

In attesa di riforme strutturali che richiedono tempi lunghi, le imprese hanno comunque alcune leve a disposizione. I contratti di fornitura a lungo termine — Power Purchase Agreement o PPA — permettono di fissare un prezzo dell’energia per più anni, riducendo l’esposizione alla volatilità del mercato. Diverse aziende di medie e grandi dimensioni stanno percorrendo questa strada, spesso stipulando accordi direttamente con produttori di energia rinnovabile.

L’efficienza energetica rimane uno strumento concreto: ridurre i consumi significa ridurre l’esposizione ai prezzi, indipendentemente da quanto questi siano alti. Investimenti in sistemi di gestione dell’energia, illuminazione LED, motori efficienti e coibentazione degli edifici produttivi possono tagliare significativamente i costi nel medio periodo.

L’autoproduzione da fonti rinnovabili — pannelli fotovoltaici, piccoli impianti eolici — è un’altra opzione che sta diventando sempre più accessibile, anche per le PMI. Tuttavia, richiede capitali iniziali e tempi di ammortamento che non tutte le imprese riescono a sostenere.

Il quadro che emerge dai dati 2025 sui prezzi di elettricità e gas in Italia rispetto all’Europa è quello di un Paese che paga un costo strutturale elevato, frutto di scelte energetiche del passato e di ritardi nell’espansione delle rinnovabili. Per approfondire i dati di confronto europeo, il Rapporto Energia di Confcommercio offre un’analisi dettagliata della situazione per le imprese del terziario. Senza interventi mirati — sia sul lato dell’offerta energetica sia su quello della domanda — il divario rischia di restare una variabile permanente con cui le imprese italiane dovranno continuare a confrontarsi.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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